Guardiamo in faccia la realtà, Claudio Grassi

May 30, 2013 by  
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Guardiamo in faccia la realtà

29 maggio, 2013

Vince l’astensione

Nelle ultime elezioni amministrative del 26 e 27 maggio il dato più vistoso è l’aumento significativo dell’astensione. Il fenomeno comincia ad essere talmente radicato da non poter essere soltanto menzionato a premessa dell’analisi dei risultati e successivamente lasciato in disparte. A Roma, il caso più eclatante. Quasi un elettore su due non è andato a votare. In uno scenario del genere gli esiti del voto risultano falsati. Il comportamento dell’elettorato rivela una crisi non transitoria della politica, delle sue forme organizzate e della capacità di rappresentare bisogni e desideri.
Da questa crisi – e dagli effetti dell’astensionismo, che comunque andrà studiato nel dettaglio – non si salva nessuno. La competizione elettorale si fa difficile per tutti. Neppure il M5S, che ha investito tutto il suo potenziale nell’attacco generalizzato alla casta e all’intero sistema dei partiti, sfugge al malcontento. Paradossalmente il movimento di Beppe Grillo ha contribuito ad accentuare un meccanismo di rifiuto depressivo e di insoddisfazione nei riguardi della politica da cui esso stesso è finito per rimanere in parte coinvolto.
L’incremento dell’astensionismo si attesta attorno al tredici per cento. Probabilmente il dato è accentuato anche dal fatto che le precedenti elezioni amministrative erano accorpate alle politiche. Sta di fatto che una parte consistente degli italiani reputa che nessuno dei partiti esistenti rappresenti le proprie istanze. L’astensionismo è una spia dell’insufficienza dell’offerta politica.
Al primo turno in testa il centrosinistra

E’ prematuro avanzare ipotesi su quali forze politiche siano maggiormente penalizzate dalla crescita dell’astensionismo. In misura minore o maggiore tutti sono coinvolti dal fenomeno. Alla fine dei conti coloro che si sono recati a votare al primo turno hanno scelto in maggioranza il centrosinistra. In tutti i comuni capoluogo di provincia i risultati sono migliori per il Pd e i suoi alleati, nonostante nelle ultime settimane i sondaggi abbiano accreditato una crescita del centrodestra a livello nazionale. Da questo dato si può ricavare una prima considerazione politica: il Prc e le altre forze della sinistra di alternativa non possono contare per la propria crescita su un rapido logoramento del Pd a seguito delle sue scelte politiche nel governo nazionale. Il Pd è dotato di una propria forza, soprattutto negli scenari locali, che resiste anche quando quel partito viene fatto oggetto di contestazioni da parte della propria base a causa della collocazione politica nazionale. Come si spiega? La capacità del Partito Democratico di competere per i governi locali dipende senza dubbio dal suo radicamento nell’amministrazione dei territori. In parte, però, la tenuta del Pd si spiega anche con l’assenza di un’alternativa credibile alla sua sinistra.

Prima sconfitta di Grillo

Il tracollo del Movimento 5 Stelle è il secondo dato omogeneo che emerge dal voto del primo turno. Non solo il M5S dimezza i consensi rispetto alle politiche, ma non accede in nessun caso al ballottaggio nei comuni capoluogo in cui si è votato. Oltre all’arretramento politico il dato più preoccupante per il movimento di Beppe Grillo è il ridimensionamento della sua capacità di intercettare la protesta e l’insoddisfazione nei riguardi della politica. L’astensionismo in crescita non fa distinzioni. Dal punto di vista dei cittadini che non si sono recati a votare, anche il M5S, nell’immaginario, è entrato oramai a far parte del sistema e della casta dei partiti. Il segnale è tutt’altro che trascurabile, e per la prima volta all’interno dei movimento si comincia a ragionare sugli errori e i limiti delle scelte politiche fin qui compiute. La battuta d’arresto del M5S andrebbe analizzata nei dettagli. Per quel che al momento emerge dal dibattito in rete, i suoi sostenitori si trovano dinanzi alla prima manifestazione di una crisi per loro inaspettata. Se da un lato si menano fendenti a destra e manca, e si attribuiscono le cause del tracollo ai poteri del sistema, al carattere antropologico degli italiani, alla loro viltà, alla paura del cambiamento, al complotto della stampa, all’imbonimento televisivo, dall’altro, timidamente, si accenna un’autocritica, soprattutto all’inconcludente politica con la quale la direzione Grillo-Casaleggio ha fin qui utilizzato il potenziale di voti rappresentato in parlamento dal movimento.

Il dato di Rifondazione Comunista

Alla luce dei dati che riguardano i capoluoghi, otteniamo i risultati peggiori dove andiamo completamente da soli: Vicenza 0,4%, Brescia 0,7%, Viterbo 1,1%. Come avviene ormai da tempo, la scelta di andare da soli con la propria lista e senza una rete di alleanze ci penalizza fortemente. I nostri risultati migliorano dove facciamo coalizioni con altri come a Pisa (2,9%) e a Siena (2,8%) oppure quando costruiamo alleanze con Sel come a Imperia e Ancona. Tuttavia, anche in questi casi, le nostre percentuali risultano nettamente inferiori a quelle raggiunte, all’interno delle stesse coalizioni, da Sel o da altre liste locali di sinistra, e quasi ovunque non eleggiamo nessun consigliere. In altri casi ancora, noi e altre forze di sinistra partecipiamo a coalizioni più ampie di centrosinistra. Spicca il buon risultato di Barletta dove raccogliamo il 9,5% per cento (ed eleggiamo due consiglieri) in una lista unitaria di sinistra alleata al centrosinistra. A Viareggio, in una coalizione di centrosinistra, il Prc assieme al Pdci supera il 5 per cento.

Il risultato romano non è un “dettaglio”

Lo scenario più preoccupante è quello di Roma dove ottengono un risultato estremamente deludente sia la coalizione a sostegno della candidatura di Sandro Medici (2,2 per cento), sia nello specifico la lista Prc-Pdci che infatti si ferma all’1,1%. Un risultato che testimonia, ancora una volta, la sofferenza del nostro partito nelle grandi città. Il risultato di Roma – per la rilevanza della città –  non può essere considerato a margine dell’analisi del voto. La bassa percentuale ottenuta dalla lista Prc-Pdci e, nel complesso, dalla coalizione a sostegno di Medici, non dipende solo dall’effetto immediato del “voto utile”. Il sistema politico italiano si va ormai disarticolando e la geografia dei partiti non corrisponde più a quella degli anni passati. Sebbene nelle amministrative il meccanismo del ballottaggio finisca per occultare la scomposizione in atto, oggi non esistono più soltanto due poli, il centrodestra e il centrosinistra. Per rimanere al caso di Roma, due formazioni non riconducibili né all’uno né all’altro – vale a dire il M5S e la coalizione di Alfio Marchini – sono riuscite a ricavarsi uno spazio politico autonomo senza risentire della competizione tra Alemanno e Marino. Non si può quindi attribuire al solo voto utile la causa principale della prova deludente di Sandro Medici. Il risultato deriva piuttosto dal fatto che i potenziali elettori cui ci si rivolgeva hanno valutato come insufficiente il peso politico della nostra proposta, non in grado di accumulare una sufficiente “forza” politica.

Costruire l’unità a sinistra

Un’ultima considerazione generale: la disarticolazione del sistema politico italiano non ci rende la strada più facile. Sebbene non esistano più soltanto un centrodestra e un centrosinistra, fatichiamo a costruire un nostro spazio autonomo. Il risultato di queste elezioni è una fotografia che parla da sola e non serve a nulla minimizzare: per l’ennesima volta si conferma la marginalità politica del risultato del nostro partito. Marginalità che diventa totale dove ci schieriamo completamente da soli, un po’ meno dove costruiscono coalizioni con altre forze di sinistra o con Sel. Ma in questi casi il dato che fa riflettere è che la nostra percentuale è di molto inferiore a quella di Sel (circa un terzo), la quale in queste elezioni porta la sua percentuale nei capoluoghi di provincia al 5,7%. Si conferma quindi la necessità – come qualcuno aveva sollecitato già all’indomani del disastroso risultato di Rivoluzione Civile – di muoversi prima che sia troppo tardi. Se le difficoltà persistono, l’unica cosa che non si può fare è stare fermi e far finta di nulla. Occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, sollecitare un vero dibattito politico e lasciare la direzione del Partito a forze nuove, non riconducibili agli errori e alle sconfitte che abbiamo compiuto in questi anni. I dati elettorali confermano che il peso del solo Prc o delle liste Prc-Pdci, pur con le significative eccezioni e non certo per la mancanza di impegno dei compagni e delle compagne sui territori, è insufficiente anche a garantire una rappresentanza nei soli governi locali. La costruzione dell’unità della sinistra (assieme ad una sua profonda rigenerazione), come esiste in tutti i paesi europei, è quindi una strada obbligata tanto nei territori quanto nella dimensione nazionale, se non ci si vuole rassegnare alla marginalità e alla ininfluenza.

La guerra in Siria, alcune considerazioni

May 8, 2013 by  
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La guerra in Siria, alcune considerazioni

di Claudio Grassi

8 maggio, 2013

Negli ultimi tempi si stanno moltiplicando le riflessioni “a commento” di ciò che accade in Siria: certamente un segno della drammaticità della situazione sul campo e, prima ancora, della difficoltà degli osservatori di decifrare ciò che accade nel nostro Vicino Oriente.

Una realtà che peraltro, proprio nel corso delle ultime settimane, si è venuta incancrenendo, al punto da indurre perfino qualcuno a dubitare della reale volontà di perseguire una soluzione politica del conflitto e preferire piuttosto, per ragioni di geopolitica e di interesse, alternativamente la conservazione dello status quo con un Assad ridimensionato ovvero una prosecuzione della guerra, dall’interno e dall’esterno, con l’obiettivo di disgregare l’unità nazionale del Paese e modellare una “nuova Siria” sulla base di aree di interesse o di egemonia, lungo i confini delle divisioni etniche e confessionali (http://t.co/b6DhU42xF8).

Un disegno che potrebbe preludere a una vera e propria “libanizzazione” o, peggio ancora, “balcanizzazione” della Siria, con ripercussioni potenzialmente catastrofiche sull’interno scenario medio-orientale ed al quale non sarebbero estranei i principali protagonisti esterni di questa contesa, gli Stati Uniti, che mirano a ri-disegnare la cartina del Medio e del Vicino Oriente in funzione delle rotte degli approvvigionamenti e della garanzia dello Stato di Israele, e della Federazione Russa, che conserva proprio in Assad uno dei propri alleati – chiave nella regione e mantiene nel Paese, in particolare a Tartus, una base militare e navale di primaria, per i suoi interessi, importanza strategica (www.livejournal.it/rischio-balcanizzazione-siria-2qid).

 

Il deterioramento più recente di questo “big game” è segnato da alcuni fatti, passati, come quasi sempre ciò che è legato alla vicenda siriana nelle sue più significative implicazioni, sotto silenzio dalla stampa italiana, eppure di primaria importanza, perché segnano dei veri e propri momenti-chiave e potrebbero rappresentare altrettanti “punti di svolta” nella precipitazione dello scenario siriano: da un lato, Carla Del Ponte, membro della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria, dichiara, in maniera del tutto sorprendente, che le famigerate armi chimiche – nella fattispecie il gas sarin – sono state usate dai gruppi armati anti-governativi e, in particolare dalle frange, violente e terroriste, dell’opposizione militare ad Assad; dall’altro, Israele, prendendo a pretesto il rischio di un possibile traffico trans-frontaliero di armi tra Siria e Libano, diretto ad Hezbollah, addirittura scatena raid aerei contro la Siria, ufficialmente diretti contro depositi di armi, in pratica  un atto di guerra, dalle conseguenze imprevedibili (http://t.co/nN5Om9SSQB).

Potrebbero bastare questi pochi elementi a caratterizzare il profilo del corso politico-militare attuale ed il connotato prevalente di quella complessa vicenda che è la guerra in Siria: una guerra, pertanto, a tutti gli effetti, “civile” e “per procura”, in cui, sulle manifestazioni e le rivendicazioni, originariamente legittime, contro la burocrazia e per la libertà della popolazione siriana della primavera del 2011, si sono venute poi innestando ragioni ed interessi del tutto esterni alla Siria, ragioni di potere e di strategia, nuovi terreni di sperimentazione del terrorismo internazionale e nuovi presidi locali del traffico internazionale di armi, in cui, sulla pelle dei siriani e delle siriane, si vengono a incrociare il lascito delle “primavere arabe” e gli interessi di nuove potenze locali, con ambizioni regionali, in primo luogo la Turchia e il Qatar, che non a caso inter-vengono al di là dei confini, militarizzano le frontiere e consentono il traffico di armi, impedendo ogni possibile soluzione diplomatica improntata al dialogo e alla riconciliazione (http://t.co/koGG0V88).

Mai come in questo frangente, riconciliazione è davvero il contrario di militarizzazione: alla militarizzazione e alla recrudescenza del conflitto, portate dallo scontro tra il governo e le milizie e dall’interferenza neo-imperialista degli alleati euro-atlantici e petro-monarchici, si contrappone lo sforzo per il dialogo e la riconciliazione portato avanti, questa volta, non solo da chi da anni, ormai, lavora, villaggio per villaggio, lontano dalle luci della ribalta mediatica, per risolvere dispute e consentire riconciliazioni locali tra cittadini e tra famiglie in Siria, ma anche da chi, nel corso degli ultimi mesi, ha concorso a mettere in piedi una vera e propria delegazione di pace, nel corso di questa seconda settimana di maggio, impegnata tra Siria e Libano in visite ai campi profughi siriani e palestinesi e, in particolare, in incontri con autorità civili e religiose e con attivisti locali impegnati nei percorsi di pace e di nonviolenza, per testimoniare la solidarietà internazionale agli sforzi per la riconciliazione in Siria e l’urgenza di percorrere le strade della soluzione politica della crisi in corso, improntata peraltro a principi di legittimità e di giustizia (http://t.co/EEP8afM3xH).

L’iniziativa di Mussalaha (in arabo “Riconciliazione”) rappresenta dunque questo cimento e la rete degli attivisti e dei movimenti internazionali a proprio sostegno testimonia della vasta risonanza che tale percorso potrebbe avere, se fosse unito ad una più intensa mobilitazione sociale e ad una meno subalterna diplomazia internazionale. Purtroppo, però, l’una e l’altra sono “in stallo”: la seconda egemonizzata dalla attiva lobby filo-imperialista del club dei cosiddetti “Amici della Siria”, la prima inibita dall’incapacità del variegato mondo dell’associazionismo democratico e pacifista ad individuare il prevalente ed esprimere una sintesi tra le diverse posizioni, da quelle anti-imperialiste classiche o geo-politiciste, spesso incapaci di leggere le ragioni di fondo della mobilitazione popolare del 2011, a quelle anarco-libertarie o moltitudinarie, talvolta, più o meno inconsapevolmente, in sintonia perfino con l’insurrezione armata e le frange protestatarie più radicali e violente. L’esigenza di un confronto aperto e di un’analisi rigorosa del conflitto in Siria diventa così, è proprio il caso di dire, bisogno e compito, allo stesso tempo, per la ripresa di un movimento dinamico ed efficace contro la guerra (http://t.co/J7QpiphK).

Appunti per il cambiamento

April 30, 2013 by  
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Appunti per il cambiamento, di Claudio Grassi – 29/04/13

1) La crisi economica che investe il nostro Paese, l’Europa e gli Stati Uniti si configura come crisi strutturale, di sistema e tende ad aggravarsi. Milioni di persone che non trovano il lavoro, centinaia di migliaia in cassa integrazione, una intera generazione che nella migliore delle ipotesi trova una occupazione precaria, aziende che ogni giorno chiudono, crollo dei consumi e dei risparmi. Una situazione di crisi come non si vedeva da decenni che ingenera paura e incertezza nel futuro per la maggioranza della popolazione. A fronte di tutto ciò, nel nostro Paese, le soluzioni che sono state proposte e attivate, nell’ambiguità del quadro politico che è venuto configurandosi, sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra, pur con significative differenze, si sono dimostrate fallimentari, incapaci di risolvere una situazione che va progressivamente e drammaticamente aggravandosi.

2)  Gli avvenimenti recenti hanno aggiunto elementi di ulteriore gravità a questo quadro, disegnando uno scenario inquietante in cui ad una gravissima crisi economica si aggiunge una crisi politica, istituzionale e democratica senza precedenti. Da questo terremoto non si salvano né le forze della sinistra di alternativa che hanno conosciuto, nel loro complesso, una ennesima sconfitta elettorale, né quelle del centrosinistra, praticamente sgretolatesi in occasione del triste spettacolo messo in scena nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica. Circostanza, questa, in cui sono venute alla luce fratture e contraddizioni profonde all’interno del Pd. La prospettiva che, in conseguenza di ciò, viene configurandosi inaugura una stagione in cui le responsabilità e le opportunità per la sinistra di alternativa di dire una parola non minoritaria aumentano significativamente. Dobbiamo saper cogliere queste opportunità. Lo stesso straordinario risultato del M5S ci dice di questa possibilità. Quello del M5S è, infatti, un elettorato variegato che ha dato un voto “contro”, ma le difficoltà che ha Grillo nel riuscire a rispondere positivamente alle aspettative che lui stesso ha suscitato possono riaprire dinamiche interessanti  all’interno di una parte del suo stesso elettorato.

3)  E’ proprio dall’attuale delicatissimo e inedito contesto che l’esigenza di dare finalmente vita ad una soggettività della sinistra d’alternativa, capace di mettere in campo progetti e idee diversi da quelli avanzati in questi anni dalla sinistra moderata, trae ulteriore impulso. Si tratta di una esigenza oggettiva, dimostrata in primo luogo dalla presenza significativa ed in crescita delle forze di sinistra d’alternativa in tutta Europa. Una esigenza che però in Italia non ha avuto adeguato riscontro,  anche per i limiti soggettivi delle forze politiche coinvolte o coinvolgibili. Troppo spesso si sono anteposti gli elementi di divisione a quelli di unità, creando frammentazione e, quindi, mancanza di credibilità.
Rilanciamo dunque questo ambizioso progetto consapevoli che oggi si pone, per noi e per altri, la questione di una ipotesi concreta di occupazione di spazi politici fino a ieri difficilmente ipotizzabili. Insomma, non basta prestare attenzione a quanto accade, non basta lanciare appelli e dichiarazioni. E’ il momento di organizzarci adeguatamente per catalizzare il malcontento sempre più generalizzato e trasformarlo in forza politica per il cambiamento.

4) Dall’inizio degli anni ’90, per circa quindici anni – con alti e bassi –  la titolarità della rappresentanza della sinistra di alternativa  è stata,  in larga parte, appannaggio di Rifondazione Comunista ed era legittimo pensare che, attorno ad essa, la sinistra radicale (politica, sindacale, associativa, di movimento) si sarebbe potuta affermare.
Così non è stato. La fallimentare partecipazione al secondo Governo Prodi, la sconfitta dell’Arcobaleno, la scissione di Sel, il triste epilogo della Federazione della sinistra e, in ultimo, l’insuccesso di Rivoluzione Civile segnalano la sconfitta di quanto via via abbiamo provato a mettere in campo, mostrando tutta la nostra inadeguatezza.

5) Rifondazione Comunista, tuttavia, dispone ancora di un patrimonio politico e organizzativo prezioso. Questo patrimonio, fatto di risorse umane, competenze ed esperienze politiche accumulate in venti anni, va valorizzato all’interno di un processo aggregativo della sinistra più ampio. Naturalmente ciò implica anche, pena la sua inefficacia, un profondo rinnovamento dei gruppi dirigenti, che appare indispensabile alla luce dei mutamenti intervenuti e delle sconfitte accumulate.

6) D’altra parte anche per Rifondazione Comunista diventa vitale trovare le energie e le motivazioni per riaffermare le proprie ragioni fondative, il proprio “senso”. Non è infatti pensabile che il Prc possa uscire dalle difficoltà in cui si dibatte da tempo ricercando i presupposti del proprio rilancio solo nelle proprie forze, con soluzioni puramente organizzativistiche o volontaristiche che non si fondino su una ridefinizione della propria strategia. Come per i partiti comunisti francesi e spagnoli, ai quali solo il successo delle aggregazioni ampie Fronte de Gauche e Izquierda Unida hanno ridato ruolo e linfa, così dobbiamo operare affinché avvenga anche per noi. Dunque concorrere alla costruzione di un fronte ampio e plurale della sinistra diventa un obiettivo di vitale importanza: per far vivere le ragioni dei comunisti e delle comuniste come elementi essenziali per costruire ed, insieme, rifondare una vera sinistra anche in Italia.

7) Sempre più soggetti, singoli e collettivi, convengono ormai da anni sulla ineludibilità del tema dell’“unità”, pena l’estinzione di quanto resta della sinistra di alternativa in Italia. Pena la rinuncia a quell’indispensabile lavoro controegemonico in grado di smascherare gli inganni del pensiero unico e della cultura del maggioritario.
Siamo però consapevoli anche del fatto che non si tratta solo di avviare un processo di ricomposizione di quanto oggi è frammentato e disperso,  ma di ripensare l’organizzazione politica alla luce dei mutamenti avvenuti nella società. Questa infatti è la doppia sfida che abbiamo davanti –  ricomposizione e rifondazione della sinistra – e dobbiamo attrezzarci se vogliamo che la politica, come spazio di libertà e di cambiamento, torni nelle mani degli oppressi e degli esclusi di questo nostro tempo.

8) Non ci sfugge ovviamente che un processo così profondo non può nascere solo dai comunisti e dalle comuniste, da un simbolo o da una bandiera. Questi elementi furono un collante formidabile nel 1991, quando nacque Rifondazione, poiché la decisione di sciogliere il Pci suscitò una reazione politica ed  emotiva che coinvolse milioni di persone. Ma,  a 22 anni di distanza, quei simboli, da soli,  non sono più  sufficienti ad acquisire consenso. Ciò non significa che non siano valide le ragioni che furono alla base della scelta del 1991, anzi la crisi economica che viviamo, se possibile, le rafforza.
Ma oltre a ciò oggi occorre saper cogliere il cambiamento di fondo che caratterizza la nostra società, segnata dalla dissoluzione delle strutture consolidate e delle rappresentazioni simboliche che erano alla base dell’ordine prima dominante. Una metamorfosi di cui la precarietà è la cifra, investendo non solamente la dimensione del lavoro e del mercato, ma ogni altro campo dell’esistenza.
Per muoverci nel presente dobbiamo insomma prendere atto delle trasformazioni oggettive avvenute: sul terreno dell’organizzazione concreta della classe e della sua composizione e anche sul terreno della diversa e radicalmente mutata conformazione degli equilibri geo-politici internazionali, che privano oggi il movimento operaio di punti  di riferimento che in passato hanno rappresentato un collante formidabile.
Dobbiamo tener conto  di ciò che agisce oggi nella percezione comune della realtà e  nelle modalità di adesione e aggregazione, sempre più piegate sul profilo dell’influenza dei media, del marketing politico virale, della cultura leaderistico carismatica che è venuta, nel frattempo, decisamente  affermandosi. Diventa allora cruciale  la ricostruzione di una connessione sentimentale con il nostro popolo, che potrà darsi soltanto in un processo di riacquisizione della credibilità oggi perduta. In questo processo, la nostra identità comunista – che poniamo al servizio di un processo aggregativo di forze capace di ridisegnare il perimetro di una sinistra efficace – va rielaborata, ricaratterizzata, riattualizzata, alla luce di quanto di nuovo si è venuto imponendo.

9) Questo progetto non può prescindere dalla necessità di porre attenzione a quanto accade nell’area dei movimenti, dei sindacati, delle realtà autorganizzate e delle vertenze territoriali per la difesa di beni comuni, ma anche a ciò che succede nel centro-sinistra, nel Pd, nella sua base militante ed elettorale. Sarà cioè necessario tener conto dell’estrema fluidità di ciò che si muove,  per aggiornare le nostre posizioni in una prospettiva di coinvolgimento di tutto ciò che sino ad oggi si è collocato a sinistra del Pd: partiti, associazioni, movimenti, reti, singoli. Con la nascita del Governo Letta di grande coalizione avviene un fatto nuovo e rilevante: la coalizione Italia Bene Comune si è divisa e di conseguenza il centrosinistra si è spaccato: Pd al governo, Sel all’opposizione.  In tale quadro sarà importante lavorare per costruire da subito l’unità tra tutte le forze di sinistra che si collocano all’opposizione del Governo Letta. Da questo punto di vista le varie iniziative messe in campo dalla Fiom-Cgil – che da molto tempo ci sollecita a costruire una soggettività politica che possa rappresentare organicamente le istanze del lavoro – potrà aiutare questo processo e rafforzarlo. Otre a ciò dobbiamo anche coinvolgere le tante soggettività singole più influenti, e agire, una volta tanto, con assoluta rapidità. L’obiettivo è costruire la casa comune della sinistra, dove tutto (dai contenuti alle alleanze) si decida assieme secondo la regola “una testa un voto”. Obiettivo che non implica il superamento dei soggetti partecipanti, che possono mantenere (come avviene in Francia e in Spagna) la loro  autonomia politica e organizzativa. Anche la CGIL in questo nuovo quadro politico vivrà una situazione contraddittoria che probabilmente riaprirà al sua interno un conflitto tra diverse posizioni.

10) Va evitata la scelta dell’isolamento e dell’autosufficienza. Il moderatismo porta alla subalternità, così come il massimalismo e il settarismo portano alla ininfluenza. La sinistra che occorre costruire deve avere una vocazione maggioritaria. Deve porsi l’obiettivo di competere egemonicamente con la sinistra moderata così come verrà configurandosi nel prossimo futuro.

CPN – Claudio Grassi

March 11, 2013 by  
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Intervento di Claudio Grassi al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione

 

Sul dato elettorale, per questioni di tempo, non mi dilungo. Il dato più clamoroso è la vittoria del Movimento Cinque Stelle. Non perde neppure Berlusconi, per molti versi sorprendentemente, mentre perde il Pd e anche la coalizione centrista di Monti. Siccome perde chi avrebbe dovuto vincere (un’alleanza praticamente già pronta tra Bersani e Monti) la mia previsione è che ora ci sarà una grande instabilità, nel Parlamento e anche nel Paese.

Perde anche Sinistra Ecologia Libertà. la scelta di Nichi Vendola di tornare in Puglia è la cifra di questo insuccesso. Sel infatti non riesce a raccogliere voti dal nostro insuccesso, ma nemmeno dal calo del Pd e dal richiamo del voto utile ad una sinistra di governo. Tuttavia Sel elegge 44 parlamentari, grazie anche ad una legge elettorale ignobile: e questo dato non va né rimosso né sottovalutato. Sel non ha un buon risultato tuttavia non perde come noi, perché da sola conquista un milione di voti, mentre i nostri quattro partiti uniti e insieme a quel pezzo di società civile che ha scelto di impegnarsi con Rivoluzione civile raccolgono 780mila voti.

 

In quella parte di sinistra si aprirà ora un dibattito, come si vede dalle considerazioni che svolge per esempio Fulvia Bandoli, che noi non solo dobbiamo seguire, ma abbiamo il dovere di cercare di influenzare.

Non ho il tempo, ma non sottovaluterei neppure cosa potrà succedere all’interno del Pd sull’onda di un declino della gestione Bersani e di una vittoria di Renzi e, quindi, di un possibile scontro di questi con il gruppo che ha sin qui sostenuto Bersani.

Ad ogni modo è il momento di parlare di noi. Nelle conclusioni dello scorso comitato politico nazionale ricordo che Paolo Ferrero disse: “ci vedremo dopo le elezioni. Se supereremo lo sbarramento discuteremo con calma cosa fare per consolidare e rafforzare il partito e la coalizione. Viceversa, se non supereremo lo sbarramento, ci saranno immediatamente all’ordine del giorno le dimissioni del gruppo dirigente e la convocazione del congresso straordinario”.

Io che ho condiviso quella affermazione la penso ancora così. Perché? Perché è evidente che in questo dato, in questo 2 per cento, misuriamo tutta la sconfitta di una scommessa che questo gruppo dirigente e questa maggioranza avevano avviato cinque anni fa a Chianciano. Ma davvero vogliamo occultare gli insuccessi intermedi ottenuti alle tornate elettorali tra Chianciano ed oggi? Il voto delle Europee, gli insuccessi della Fds (che è stata sciolta senza neppure un atto formale di scioglimento), il voto delle regionali, gli iscritti al partito che calano. Tutti questi insuccessi li abbiamo compressi con l’obiettivo delle elezioni politiche.

Ma fallito, ora, anche questo obiettivo non vedo cosa debba succedere ancora per prendere atto che dobbiamo cambiare il gruppo dirigente e ridefinire una nostra proposta politica.

Vedo invece che la reazione è un indietreggiamento, il rinchiudersi in una difesa rassicurante di quello che è rimasto. Ma questo è il modo migliore per fare morire quello che è rimasto poiché non gli diamo subito una prospettiva chiara!

Anzi, gli diciamo, ci diciamo: sai cosa c’è? Avviamo un percorso che dura un anno in cui il gruppo dirigente che si è dimesso rimane al suo posto e intanto facciamo riunioni di circolo, di federazione, regionali, poi alcuni seminari e poi un congresso. Inoltre aggiungiamo organismi nuovi ai tanti che abbiamo già, incarichiamo una commissione politica per nove mesi e i segretari regionali e federali come struttura a parte, aggiuntiva. Ma vi rendete conto?

E magari questa proposta iperburocratica e macchinosa la sostiene chi guarda con interesse alle innovazioni introdotte nel fare politica dal Movimento Cinque Stelle!

Un partito che è riuscito a portare 300mila voti alla lista Rivoluzione civile (i dati sono dell’Istituto Cattaneo) decide di congelare per 9 mesi le proprie decisioni? E mentre noi facciamo questo ad aprile Alba si riunisce, a maggio lo farà la Fiom, con un’assemblea nazionale aperta a tutta la sinistra e poi avremo la campagna elettorale per le amministrative e non è neppure escluso che ci siano nuove elezioni! Io penso che questa strada accentuerà le nostre difficoltà.

Purtroppo però questa nostra obiezione anziché essere contestata nel merito viene contestata con due spauracchi. Il congresso – si dice – non serve e non si deve fare perché è una conta, una lotta fratricida, una resa dei conti! Una conta di cosa? Il congresso in un partito politico è la forma massima di democrazia e di partecipazione! Per quanto mi riguarda mi sono distinto in tre congressi di Rifondazione. Nel 2002 a Rimini con quattro emendamenti (tra cui uno che contestava che l’imperialismo non ci fosse più), nel 2005 a Venezia dissentendo sulla partecipazione al governo Prodi, nel 2008 a Chianciano contro il superamento del Prc. Io sono contento di averlo fatto! Voglio avere la possibilità di farlo ancora in futuro se sarà necessario senza essere criminalizzato!

E voglio che sia consentito ad altri di farlo senza che si sentano messi sul banco degli imputati! E voglio anche dire – siccome qui, agitando il secondo spauracchio, si parla delle aree come se chi le ha fatte lo avesse fatto per una questione di posti – che gli emendamenti del 2002 li pagammo con il dimezzamento della nostra presenza in segreteria e il documento del 2005 (e penso di poter dire che avevamo ragione!) lo pagammo ottenendo 4 parlamentari su 68 pur costituendo il 30% del partito!

Sapete cosa c’è? Le aree si superano non perché si chiudono d’ufficio, quello è il modo migliore per compattarle e farle crescere, ma solo se chi ha in mano il partito crea una situazione di reale condivisione delle scelte politiche e della gestione. Se dopo cinque anni di appelli al superamento delle aree ciò non è avvenuto, non serve metterle sul patibolo. Forse chi ha lanciato quella proposta dovrebbe domandarsi se i suoi comportamenti sono stati coerenti con le cose dette oppure no!

Che fare, allora?

Vista la gravità della situazione dobbiamo dare un segnale di svolta e di cambiamento. Questo segnale deve andare in due direzioni. Da una parte occorre un ricambio immediato dei gruppi dirigenti. Non esiste nessun partito politico che dopo un numero così significativo di insuccessi non abbia dato vita ad un ricambio. Dall’altra parte dobbiamo metterci a disposizione subito, aprendo un dialogo con tutti i soggetti politici e sociali, sindacali, di movimento che stanno a sinistra del Pd, per iniziare il percorso che porti alla costruzione della sinistra alternativa, all’interno della quale fare vivere e crescere il patrimonio ideale, politico e umano di Rifondazione comunista e dei comunisti.

Dobbiamo affrontare di petto questo problema, subito. Ci sono le condizioni per farlo unitariamente, altro che congresso di conta! Penso che lo dobbiamo fare proprio per dare un segnale netto, di fiducia e di prospettiva, alle compagne e ai compagni che con grande generosità sono rimasti al nostro fianco in tutti questi anni.

 

Questa è la breve dichiarazione di voto che ho fatto prima della votazione dei documenti.

Alla fine di questo Cpn si voterà un documento dove si propone che la segreteria resti in carica fino al congresso. Volevo dire prima del voto che – qualsiasi sia l’esito del voto stesso – non ritengo sia giusto che io continui a farne parte. I compagni e le compagne della segreteria sanno che già prima del congresso di Napoli avevo chiesto di non essere riproposto, ma mi venne chiesto di rimanere almeno fino alle elezioni. Accettai, anche se non ero convinto. Faccio parte della Segreteria nazionale di Rifondazione ( a parte un breve periodo dal 2006 al 2008), dal 1995. Già il periodo è stato lunghissimo e se a ciò  si aggiunge questo disastroso risultato elettorale, penso che le dimissioni immediate siano dovute. Questo non mi impedirà assolutamente di continuare a dare, come ho sempre fatto (bene o male non sta me giudicare, di sicuro con tanta passione), il mio impegno totale per Rifondazione e per la costruzione – anche nel nostro Paese come in tutta Europa –  della sinistra alternativa.

Restiamo umani, Claudio Grassi

January 21, 2013 by  
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Non credevo che partecipare ad un funerale di una persona che conoscevo potesse creare un caso politico. Vi ho partecipato – come vi hanno partecipato tanti dei presenti – pur non condividendo nulla di quanto ha fatto Prospero Gallinari. Penso che quando si conosce una persona, anche se non se ne condividono le idee e ciò che ha fatto nella vita, nel momento in cui muore sia un atto di umanità partecipare ad un funerale. Così è stato per me. Con questo spirito e con queste motivazioni vi ho partecipato. Penso che siano state le motivazioni che hanno indotto anche diverse persone che conosco, con idee molto diverse da Gallinari – compresi Don Simonazzi e Don Artoni – a parteciparvi.

Vedo che oggi tutti i grandi giornali – quelli che da anni censurano Rifondazione Comunista – danno grande rilievo alla vicenda. Spero che questo fatto non danneggi il mio partito che – dopo l’affetto che provo per i miei cari – è la cosa a cui tengo di più, a cui ho dedicato una vita e tutte le mie energie. Leggo anche che un giornale sostiene che oltre a partecipare al funerale avrei fischiato l’Internazionale. Non è vero.  Non l’ho fatto non perché non sia anche il mio inno, ma perché a quel funerale ci sono andato per un altro motivo. Non per condividere un percorso politico che non mi appartiene in alcun modo, ma per partecipare ad un lutto di una persona che conoscevo.
Si. Molto probabilmente sono stato ingenuo. Non ho pensato che  la mia presenza al funerale di Prospero Gallinari potesse essere strumentalizzata. Per come è diventata oggi la politica e l’”informazione” avrei dovuto immaginarmelo. In questo senso forse ho sbagliato. Ma da un punto di vista umano – e questo è quello che mi interessa di più – sono sicuro di non avere sbagliato.

Infine voglio dire che mi ha fatto un immenso piacere sentire la  vicinanza di tutto il mio partito, di tante compagne e compagni da tutta Italia e anche di persone con idee politiche diverse dalle mie. Li abbraccio tutte e tutti.

FERRERO “SU PARTECIPAZIONE A FUNERALE POLEMICHE

January 21, 2013 by  
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GALLINARI: FERRERO “SU PARTECIPAZIONE A FUNERALE POLEMICHE PER EQUIVOCO”
ROMA (ITALPRESS) – “Trovo incredibile – e frutto di un fraintendimento –
che la partecipazione di Claudio Grassi, della segreteria nazionale di
Rifondazione Comunista, al funerale di Prospero Gallinari, determini una
polemica politica. Grassi e’ di Reggio Emilia come Gallinari e si
conoscevano da sempre. Nella politica e nella vita hanno fatto scelte
opposte: Grassi il PCI, Gallinari le BR. La condanna di Grassi del
terrorismo non sta rinchiusa solo nelle dichiarazioni verbali ma in una
vita passata a costruire ed organizzare lotte e partecipazione
democratica alla luce del sole, nel PCI e poi in Rifondazione Comunista.
Il contrario del terrorismo”. Lo afferma in una nota Paolo Ferrero,
segretario nazionale di Rifondazione Comunista.
“Ma Grassi non e’ solo un dirigente politico, e’ anche una persona che
ha conosciuto Gallinari, e ha quindi scelto di partecipare al suo
funerale. Questa partecipazione e’ una testimonianza della sua umanita’
e in nessun modo puo’ essere confusa con altro – aggiunge -. Un tempo si
diceva ‘riposa in pace’ nella consapevolezza che almeno di fronte alla
morte le polemiche dovevano, almeno per un minuto, cessare. Voglio
sperare che questo briciolo di umanita’ possa resistere ancora oggi e si
chiuda qui una polemica che non ha alcun fondamento, perche’ la nostra
condanna del terrorismo e’ totale”.
(ITALPRESS).
sat/com 20-Gen-13 19:28 NNNN

FUNERALI EX BR GALLINARI: FERRERO, POLEMICHE INCREDIBILI
(ANSA) – ROMA, 20 GEN – ‘Trovo incredibile – e frutto di un
fraintendimento – che la partecipazione di Claudio Grassi, della
segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, al funerale di Prospero
Gallinari, determini una polemica politica. Grassi e’ di Reggio Emilia
come Gallinari e si conoscevano da sempre.
Nella politica e nella vita hanno fatto scelte opposte: Grassi il PCI,
Gallinari le BR’: lo afferma Paolo Ferrero, segretario nazionale di
Rifondazione Comunista.
‘La condanna di Grassi del terrorismo non sta rinchiusa solo nelle
dichiarazioni verbali ma in una vita passata a costruire ed organizzare
lotte e partecipazione democratica alla luce del sole, nel PCI e poi in
Rifondazione Comunista. Il contrario del terrorismo. Ma Grassi non e’
solo un dirigente politico e’ anche una persona che ha conosciuto
Gallinari e ha quindi scelto di partecipare al suo funerale. Questa
partecipazione e’ una testimonianza della sua umanita’ e in nessun modo
puo’ essere confusa con altro. Un tempo si diceva ‘riposa in pace’,
nella consapevolezza che almeno di fronte alla morte le polemiche
dovevano – almeno per un minuto – cessare. Voglio sperare che questo
briciolo di umanita’ possa resistere ancora oggi e si chiuda qui una
polemica che non ha alcun fondamento, perche’ la nostra condanna del
terrorismo e’ totale’, conclude.(ANSA).

PH 20-GEN-13 19:32 NNNN

ESPONENTI PRC A FUNERALE GALLINARI; GRASSI, ATTO DI UMANITA’
(V. ‘ESPONENTI PRC A FUNERALE GALLINARI…’ DELLE 15.40 CIRCA) (ANSA) –
REGGIO EMILIA, 20 GEN – ‘Non credevo che partecipare ad un funerale di
una persona che conoscevo potesse creare un caso politico. Vi ho
partecipato – come vi hanno partecipato tanti dei presenti – pur non
condividendo nulla di quanto ha fatto Prospero Gallinari. Penso che
quando si conosce una persona, anche se non se ne condividono le idee e
cio’ che ha fatto nella vita, nel momento in cui muore sia un atto di
umanita’ partecipare ad un funerale. Cosi’ e’ stato per me’.
L’ha detto Claudio Grassi, della segreteria nazionale di Rifondazione
Comunista, dopo le polemiche sollevate da Liana Barbati dell’Idv per la
sua partecipazione alle esequie.
‘Con questo spirito e con queste motivazioni vi ho partecipato. Penso
che siano state le motivazioni che hanno indotto anche diverse persone
che conosco, con idee molto diverse da Gallinari – compresi Don
Simonazzi e Don Artoni – a parteciparvi’, e’ stata la sua conclusione.
(ANSA).

BNT 20-GEN-13 18:43 NNNN

Un primo passo

December 2, 2012 by  
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Un primo passo

2 dicembre, 2012

L’assemblea svoltasi il 1 dicembre a Roma di “Cambiare si può” è riuscita. Non era scontato, viste le differenze di esperienza, di provenienza e di appartenenza dei soggetti coinvolti.
Un primo passo per la costruzione di una lista di sinistra che tenga aperto uno spazio tra il moderatismo della coalizione del centrosinistra e la protesta grillina è stato compiuto.
Adesso il testimone passa ai territori. Nel corso dell’intervento conclusivo di Marco Revelli, infatti, è stato votato un dispositivo dove si propone di fare del 14 e 15 dicembre un “Cambiare si può Day” in tutte le città italiane. Così come è stato deciso che entro dicembre si terrà  una nuova assemblea nazionale per decidere definitivamente se e come procedere.
Nel corso della giornata si sono susseguiti 48 interventi, oltre alla relazione introduttiva di Livio Pepino. Il senso politico di fondo, sul quale tutti hanno convenuto, è che la lista debba avere caratteristiche politiche e organizzative molto chiare.

Essa deve caratterizzarsi in modo alternativo alle politiche praticate dal Governo Monti e alle forze che lo hanno sostenuto. Deve essere capace di evidenziare il fallimento di queste politiche e – contemporaneamente – avanzare proposte di soluzione radicalmente diverse, ma chiare e praticabili. Da questo punto di vista nell’intervento del giornalista Alessandro Gilioli queste possibili proposte sono state esposte in maniera chiarissima, al punto tale che potrebbero essere prese  come programma elettorale della lista medesima. L’approccio deve essere radicale, ma non minoritario. L’ambizione è quella  di parlare – è stato detto in più di un intervento – al popolo che ha fatto vincere i referendum dell’acqua e del nucleare.
Anche sulle modalità organizzative con cui si vuole costruire la lista le posizioni espresse sono state largamente convergenti. No a sommatorie di gruppi, ma una costruzione la più democratica possibile, che parta dal basso e che renda partecipi tutti coloro  che si sentono parte attiva del progetto.

Particolare attenzione e consenso hanno suscitato gli interventi di De Magistris e Ingroia. Nel merito i loro interventi sono stati in sintonia con il dibattito e entrambi hanno espresso interesse e condivisione per il processo avviato. Ciò lascia ben sperare per un altro appuntamento importante e che andrà seguito con attenzione  e cioè l’iniziativa già annunciata dal Sindaco di Napoli per il 12 dicembre, dove definirà meglio la sua proposta politica. L’impressione avuta oggi è che De Magistris e Ingroia si muovano in sintonia e che entrambi siano nell’ordine di idee di dare un contributo perché si realizzi questa lista di sinistra.

Così come sarà importante vedere cosa deciderà di fare l‘Italia dei Valori. Di Pietro non ha partecipato alla assemblea, sappiamo tuttavia che segue con interesse questa iniziativa e il 15 dicembre è già programmata da tempo una riunione del suo partito dove deciderà il da farsi.
L’impressione ricavata dall’incontro di oggi di “Cambiare si può”  è che tutti auspichino l’unità di tutti questi soggetti (forze politiche, movimenti, personalità) in una unica lista e che questa condizione potrebbe suscitare un consenso significativo. Viceversa la divisione tra questi soggetti potrebbe fare regredire il tutto e far fallire il progetto.

In buona sostanza, la convinzione diffusa  è che l’insieme di queste forze che si propongono con le modalità sopra descritte possa essere percepito come una soggettività capace di intercettare un consenso significativo e quindi di farcela a superare gli sbarramenti.

In questo quadro di positività potevano essere evitati da parte di alcuni interventi (pochi per la verità) un attacco di stampo grillino tout court ai partiti e alle forze organizzate in quanto tali, così come penso sia stato un errore non far parlare il segretario di Rifondazione Comunista e cioè il segretario del partito che fin dall’inizio ha sostenuto e si è speso per consolidare questo progetto.
Tuttavia questo non inficia il risultato ampiamente positivo della giornata. Si tratta di difficoltà che si supereranno da sole nel momento in cui entrerà in campo il protagonismo dei tanti che sui territori vorranno dare gambe concrete a questa iniziativa.

Costruiamo una nuova aggregazione a sinistra

November 10, 2012 by  
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Claudio Grassi
picture Costruiamo una nuova aggregazione a sinistra
Ieri 8 novembre si è svolta la riunione della Direzione nazionale di Rifondazione. Sono stati presentati due documenti. Uno presentato dalla segreteria nazionale e approvato a larga maggioranza e uno presentato da compagni di Falce e Martello, respinto. È stata anche decisa la convocazione del Comitato Politico Nazionale per il 17-18 novembre. Qui di seguito […]                                 continua a leggere…

Claudio Grassi: Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

October 26, 2012 by  
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Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

16 ottobre, 2012

Le consultazioni politiche che si terranno a primavera non saranno un passaggio ordinario per Rifondazione Comunista. Da qui in avanti e per tutta la durata della campagna elettorale il partito affronterà una sfida fondamentale per il proprio futuro. Non è in gioco soltanto il rientro in Parlamento da cui manca ormai da cinque anni. Si tratta di ridare un senso alla propria esistenza, di ricostruire una presenza efficace – non marginale – della sinistra di alternativa nello scenario politico italiano. Ne discutiamo con Claudio Grassi, membro della segreteria nazionale del Prc, all’indomani del seminario nazionale tenuto a Livorno da Essere Comunisti.

Nessuno oggi può permettersi di fare politica sulla scia dell’improvvisazione. Il quadro, nazionale e internazionale, è così complicato che bisogna ritrovare momenti di approfondimento e di studio. La seconda Repubblica ha avuto la cattiva abitudine di separare la politica dalla teoria, di ridurre tutto a semplice amministrazione. L’area di Essere Comunisti è stata promotrice di un seminario a Livorno, un luogo simbolico per la storia del comunismo italiano. Si è discusso di una politica non più autoreferenziale, che non abbia la vista corta, che sia capace di riportare nella sfera pubblica un dibattito sul futuro e sulle alternative strategiche alla realtà esistente. Che giudizio ne dai?

 

Sono soddisfatto. È stata l’occasione per alzare lo sguardo. Spesso il dibattito nel nostro partito non riesce a sganciarsi dalle questioni interne. C’è una domanda diffusa di conoscenza e di approfondimento dei temi di attualità. Non abbiamo fatto l’assemblea di area per dirci tra di noi che abbiamo ragione, ma per riflettere. Oggi una proposta politica, per essere valida e non peccare di unilateralismo, deve essere costruita con un certo rigore, a partire dall’analisi e da momenti di riflessione collettiva. Il seminario di Livorno è un modello da replicare anche in futuro. Sono contento che nella nostra riunione siano arrivati contributi anche da compagni che non appartengono all’area di Essere Comunisti. Complessivamente mi sembra che ci sia stata una condivisione sulla proposta avanzata nella mia relazione e cioè quella di lavorare per costruire una coalizione unitaria della Sinistra di alternativa. Adesso si tratta di rendere operativa questa proposta unitaria qui e ora, nel contesto specifico che abbiamo davanti, oggi e nella imminente campagna elettorale. Per questo dobbiamo essere attenti a valutare ogni piccolo sussulto che si produrrà nel quadro politico italiano, peraltro mai così instabile come ora. Guai a dare per scontato lo scenario futuro. Nulla è immutabile. Ogni minima contraddizione deve essere l’occasione per spezzare la tendenza inerziale. Se non si capisce questo ci si condanna a rimanere spettatori passivi che magari alzano la voce per coprire la propria impotenza.

Non temi che la proposta di coalizione unitaria abbia il fiato corto? Potrebbe sembrare un semplice espediente per occupare un po’ di seggi in Parlamento e tirare a campare…

E’ inevitabile che una proposta del genere abbia anche una ricaduta elettorale. Sarebbe da irresponsabili minimizzare le conseguenze difficilissime che si produrrebbero per Rifondazione Comunista se per altri cinque anni non fossimo rappresentati nelle istituzioni nazionali. Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe qualcun altro in Parlamento che verrà identificato, a torto o a ragione non importa, come la punta più avanzata a sinistra dell’arco delle forze politiche presenti in Aula. Quante volte abbiamo visto in questi anni i lavoratori in cerca di risposte concrete correre dietro a Di Pietro perché ha una rappresentanza parlamentare e, quindi, può fare un’interrogazione o intervenire in una commissione? È importante costruire le lotte sociali nei territori, ma sappiamo che è importante anche avere una rappresentanza parlamentare per riuscire ad avere risultati concreti. Detto questo, però, ritengo che sarebbe sbagliato porsi come unico obiettivo quello di conquistare postazioni in Parlamento. Per quel che mi riguarda sarei totalmente contrario. La nostra – ci tengo a precisarlo – è una proposta strategica. Noi riteniamo che la ricostruzione di una Sinistra di alternativa e, al suo interno, di un partito comunista degno di questo nome, debba puntare all’aggregazione delle forze che già oggi sono all’opposizione del governo Monti e condividono tra loro alcuni temi fondamentali.

Sì, ma le forze che si oppongono al governo Monti devono comprendere che la dimensione sovranazionale dei problemi è determinante. Eugenio Scalfari di recente ha detto che per chiunque vincerà le elezioni «la traccia è già scritta». I partiti candidati a governare l’Italia potranno tutt’al più dividersi sul condimento della pasta, se metterci «il basilico o il prezzemolo». Ma il piatto è quello e non si discute, cucinato secondo la ricetta Monti. Sotto la supervisione della Bce e di Francoforte. Non c’è rischio di provincialismo nel nostro dibattito politico?

In mancanza di un accumulo di massa critica è irrealistico pensare di far saltare la camicia di forza che, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni, avvolgerà il futuro governo. I margini di manovra di chi governerà l’Italia sono definiti in partenza dai vincoli imposti dall’establishment dell’Unione europea. Con o senza Monti il prossimo governo avrà sulla propria testa macigni come l’obbligo del pareggio di bilancio e il fiscal compact, un dispositivo – ricordiamolo – che impone di tagliare ogni anno 40 miliardi dal bilancio dello Stato, euro più, euro meno. L’Unione Europea è una costruzione che ha accentuato la divergenza tra le singole economie. C’è chi perde e c’è chi guadagna. La Germania è il Paese che più ha guadagnato dall’euro. Lo dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei riguardi degli altri paesi dell’eurozona. La Germania è anche il Paese che più ha condizionato le politiche europee adottate nei confronti della crisi. I tedeschi si sono sempre opposti all’intervento diretto della Banca centrale europea a difesa dei titoli di stato dei paesi più deboli e hanno sempre spinto per imporre misure drastiche di tagli alla spesa sociale, come nel caso della Grecia. Però smettiamola di dire che la responsabilità è solo dei tedeschi. In realtà c’è una consonanza tra la politica economica della Merkel e la visione che ispira, ad esempio, il governo Monti. Una parte consistente delle classi dominanti, ormai integrate nella dimensione sovranazionale, ha interesse a rimanere in Europa, a qualunque prezzo. Con questi presupposti che possibilità ci sarebbero per una sinistra al governo di fare politiche anticicliche e attuare misure di redistribuzione del reddito? A meno che non si decida di mettere in discussione le misure di austerity imposte dalla Bce e dai vertici dell’Ue. Ma un obiettivo del genere è alla portata solo di una sinistra che non sia frammentata e ininfluente. Non è un caso che in tutti i principali paesi europei, a eccezione dell’Italia, si siano messi in moto processi di aggregazione della sinistra di alternativa, costruiti sul rifiuto del liberismo e dell’austerity. L’Europa è anche questo e dovremmo tenerne conto nel nostro dibattito politico.

Un’intesa di governo con il Pd è fuori discussione. Non esistono le premesse politiche. Non credi però che la credibilità di Rifondazione potrebbe aumentare se solo facesse più attenzione alla base elettorale di quel partito? Lo stile di certe critiche un po’ semplicistiche non finiscono per danneggiarci?

Le nostre analisi sono spesso troppo superficiali. Non c’è dubbio che rispetto all’esperienza dei Ds la nascita del Partito Democratico abbia comportato uno spostamento verso destra dell’asse politico. Ma l’eccessiva semplificazione porta a compiere errori grossolani. La crisi finanziaria di questi anni e il fallimento del neoliberismo sia di stampo thatcheriano sia blairiano ha aperto una discussione anche all’interno del Pd, nel quale si è risvegliata una componente socialdemocratica. Quelli che vengono brutalmente definiti “giovani turchi” – e che tuttavia sono stati proposti da Bersani ai massimi livelli di direzione politica – hanno elaborato un linguaggio e un’analisi che ben poco hanno a che fare con la cultura della destra liberista. La stessa carta di intenti di Bersani è il frutto di un compromesso. Il Partito democratico può essere definito come una formazione di centrosinistra con base popolare che oggi sostiene un governo che pratica politiche di centrodestra. Cosa ben diversa dal ritenerlo tout court un partito di destra. Beninteso, questo è un giudizio articolato che non modifica il giudizio sulle responsabilità del Pd nell’aver sostenuto le misure del governo Monti su articolo 18, fiscal compact e pensioni. Fermo restando che non ci sono le condizioni politiche per un’intesa di governo con il Pd, tantomeno con gli attuali rapporti di forza a noi sfavorevoli, bisogna tuttavia cogliere le contraddizioni tra la sua linea politica e la base elettorale del partito stesso. Non è alzando il livello di scontro verbale con il Pd o con chi sceglie di allearsi con esso che ci rendiamo più credibili agli occhi dei nostri referenti sociali.

Sel ha fatto invece un’altra scelta: di fare un’alleanza con il Pd a prescindere, prima ancora di avviare un confronto programmatico. Reputi il progetto politico di Vendola ormai irreversibile?

Sel si muove a tutti gli effetti come una componente esterna del Pd. Questa scelta ha delle conseguenze anche nella collocazione internazionale del partito di Vendola. È significativo – anche se se ne è parlato poco –  che abbia progressivamente abbandonato il campo della Sinistra Europea. Sel sta definendo la propria famiglia internazionale prendendo a modello il presidente francese Hollande. Se questa scelta dovesse essere confermata, segnerebbe un salto di collocazione politica e di cultura politica rilevantissimo. Questa opzione, a oggi non scontata, preluderebbe alla confluenza nel Pd, poiché non sarebbe più giustificata l’autonomia organizzativa nei confronti del partito di Bersani. Attenzione però a dare per acquisito il rapporto tra Sel e il Pd. È un processo in divenire. Le difficoltà di Sel sono determinate dal fatto che il quadro politico odierno non è affatto in sintonia con il progetto originario di Vendola. Il big bang che avrebbe dovuto sparigliare il centrosinistra è niente più che un ricordo. Le primarie, cui Vendola ambiva fin dall’inizio, si profilano come uno scontro tutto interno al Pd tra i due principali competitors: Bersani e Renzi. Detto questo Sel rimane una forza importante che si colloca alla sinistra del Partito democratico con relazioni importanti con il mondo sindacale, associazionistico e dei movimenti. Da questo punto di vista la logica – prima ancora che la politica – richiede la costruzione di una forte intesa con questo soggetto a partire dai contenuti.

E invece?

Il nostro atteggiamento è stato ondivago,  in assonanza con chi, dall’altra parte, non ha saputo fare altro che ignorarci e denigrarci. La nostra azione, invece, dovrebbe svilupparsi su due fronti. Da un lato, bisogna incalzare Sel sulle sue contraddizioni; dall’altro, cercare sempre l’unità sulle questioni che ci accomunano. L’ultima assemblea di Sel ha manifestato segnali incoraggianti. L’asse proposto da Vendola di un accordo con Bersani e l’eventualità di un’intesa con l’Udc ha provocato tanto fermento nella base di Sel  da spingere lo stesso Vendola a rimarcare l’indisponibilità a un accordo elettorale o programmatico con la la formazione di Casini. Anche se il Pd e gli equilibri che prevedibilmente usciranno dalla tornata elettorale renderanno inevitabile uno sbocco di larghe intese per governare il Paese. Di fronte a un quadro tanto contraddittorio e dinamico non possiamo limitarci a fare da spettatori.

Idv: qui il discorso si fa più complicato. La prossima campagna elettorale produrrà una semplificazione dello scontro politico. Da una parte, le forze legittimate a governare, quelle che ritengono non vi siano alternative alle misure di austerity, che accettano i vincoli dettati dai vertici Ue e dalla Bce. Esiste un progetto politico delle classi dirigenti di questo Paese, di quelle più integrate nei processi sovranazionali, sponsorizzato da Monti e Napolitano. Dall’altra, ci sono le forze definite dell’antipolitica, i Grillo e Di Pietro, demagoghi accusati di non saper fare i conti con la realtà, percepiti come un fattore di rischio per la stabilità del Paese. Recentemente Paolo Flores d’Arcais osservava come questo fronte composito rappresenti di fatto, nelle intenzioni di voto degli italiani, il primo partito, al di sopra della soglia di consensi che allo stato attuale raccoglierebbe la maggioranza bipartisan che sostiene il governo Monti. Questo potrebbe essere lo scontro principale. La sinistra di alternativa non rischia di rimanere ai margini, frammentata com’è? E che rapporto deve avere con forze come l’Idv forse troppo frettolosamente liquidate come populistiche e antipolitiche?

L’Italia dei Valori è un partito che conosciamo poco. È molto legato alla figura del suo leader, simile in questo a Sel. Anche se nel Parlamento europeo fa parte del gruppo dei liberali – un elemento niente affatto marginale – nel contesto dato è da considerare, a mio avviso, del nostro campo politico. Molti fatti confermano questa tesi: la scelta netta sul tema del lavoro, l’opposizione al governo Monti, la tattica comune con la Fds alle ultime elezioni amministrative che ha permesso di eleggere due sindaci. De Magistris e Orlando sono la testimonianza di una coraggiosa sfida d’alternativa. Pezzi di Fiom, che non condividono la subalternità di Sel alle posizioni del Partito Democratico, hanno cominciato a stringere rapporti significativi con Di Pietro e con il responsabile lavoro dell’Idv, Maurizio Zipponi, già in passato dirigente della Fiom e del Prc. Il progressivo spostamento a sinistra di questa formazione ha prodotto anche al suo interno una discussione dinamica. Quadri di primo piano come Donadi contestano sempre più rumorosamente l’allontanamento dal Pd, non escludendo nei fatti la possibilità di una scissione interna. Al di là della spregiudicatezza di Di Pietro, la rottura con il Pd è tutt’altro che un elemento acquisito, anche se nel contesto dato e con la legge elettorale odierna una presenza dell’Italia dei Valori nella coalizione del Pd è fortemente osteggiata dal Capo dello Stato e da metà partito. Se la separazione dell’Idv dal Pd venisse confermata si determinerà una contraddizione sulla scena politica nazionale di cui non si potrà non tenere conto. Una campagna elettorale con l’Idv fuori dalla coalizione guidata dal Pd aprirebbe uno scenario molto più articolato di quanto non appaia ora.

E con Grillo, come la mettiamo?

Il Movimento 5 Stelle non rientra in questo schema di ragionamento. La forza di Grillo deriva proprio dal suo presentarsi uno contro tutti. Di Pietro ha provato a incalzarlo, anche con una certa insistenza, probabilmente consapevole della contiguità tra il proprio elettorato e quello di Grillo. L’asse culturale Grillo-Travaglio non ammette al momento aperture concrete ad alleanze politiche. L’errore che non dobbiamo commettere, però, è di sottovalutare il M5S. Grillo non è una meteora, un fenomeno esploso all’improvviso in questi ultimi mesi, ma il risultato di un lavoro di anni. E lo stesso Casaleggio non è un anonimo appassionato di informatica, ma uno dei massimi esperti di comunicazione del mondo. La carta vincente di Grillo è proprio la cura minuziosa della dimensione comunicativa, che si innesta su un vuoto politico facilmente attaccabile. Dobbiamo riconoscere che noi di Rifondazione comunista continuiamo a utilizzare, senza accorgercene, un linguaggio del tutto autoreferenziale. Un estraneo non comprenderebbe quasi nulla delle nostre discussioni e delle nostre riunioni. C’è uno scarto abissale fra il modo in cui noi comunichiamo la politica e il modo in cui l’opinione pubblica percepisce i nostri messaggi.

Nel campo della sinistra alternativa non ci sono solo partiti ma anche soggetti di altra natura, sindacali o associativi. In fondo sono il sintomo che ciò che esiste nella sfera della rappresentanza politica è ritenuto insufficiente a esprimere tutto ciò che si muove nel popolo della sinistra. Non è così?

Vero. Nella galassia della sinistra di alternativa oggi non ci sono soltanto i partiti, come tradizionalmente li intendiamo, ma anche soggetti che nascono al di fuori della rappresentanza politica e che, pur non essendo partiti, si muovono a tutti gli effetti nel nostro campo. La Fiom, ad esempio, sebbene sia un sindacato, ha svolto in questa fase un importante lavoro politico. Alla luce di questo ruolo penso che il nostro partito debba investire maggiormente sulla Fiom, senza tentennamenti. Anche in questo caso esistono elementi di dinamicità del quadro politico che bisogna cogliere. Il sindacato dei metalmeccanici è passato da una convergenza forte con Sel a una posizione più distaccata. Nel giugno scorso la Fiom si è resa promotrice di una iniziativa importante alla quale tutte le forze del centrosinistra e di sinistra sono state chiamate a partecipare e confrontarsi pariteticamente. Gli stessi Landini, Rinaldini, Airaudo, Re David hanno espresso negli ultimi mesi posizioni tanto attente verso la nostra proposta, quanto critiche rispetto all’opzione praticata da Vendola. La Fiom comincia a criticare Sel per aver puntato tutto sulla costruzione di un asse preferenziale col Pd, rinunciando a edificare uno spazio unitario a sinistra. Se però, da un lato, la critica è rivolta a Sel, dall’altro, essa è indirizzata anche a Rifondazione e alla Fds, ritenute propense all’isolamento e incapaci di relazionarsi alle altre forze politiche. Può essere uno stimolo al dibattito interno del nostro partito. La Fiom non costituirà certo una propria lista, ma potrà spingere le diverse forze politiche in una direzione anziché in un’altra. All’interno del sindacato dei metalmeccanici esistono anche altre posizioni, come quelle di Cremaschi o di Bellavita. Le reputo sbagliate poiché indeboliscono il sindacato che indiscutibilmente in questi ultimi anni è stato la punta più avanzata del conflitto di classe e non solo .

Vorrei fare un accenno anche ad Alba, un movimento che può svolgere un ruolo importante, al di là della  sua consistenza numerica. Al suo interno ci sono personalità  autorevoli come quelle di Stefano Rodotà o Luciano Gallino che non sono sospettabili di minoritarismo. Ma al tempo stesso è difficile prevedere che possano convivere all’interno di uno stesso progetto politico. Rodotà ha espresso apprezzamenti per la carta d’intenti del Pd,  Gallino ha legami forti con la Fiom e la Cgil. Pur essendo una formazione poco numerosa Alba ha già posto la condizione secondo cui sarebbe disponibile a costruire un percorso comune, ma con una lista senza riferimenti partitici e proposta da essa stessa. Attualmente è il soggetto su cui una parte del Prc fa maggiormente leva per aprire il percorso di costruzione di una lista di sinistra. Io credo  che si tratti di un aggregato importante, ma insufficiente.

Nel campo della sinistra alternativa c’è anche Sinistra critica…

Sì e, aggiungo, il Comitato No Debito. Entrambi rispondono alla stessa base organizzativa e alla medesima cultura politica. Non mi appartiene l’atteggiamento di chiusura nei loro confronti. Il punto dirimente è chi esercita l’egemonia politica nell’impresa che si vuole costruire. Se questa formazione dovesse contribuire con i propri contenuti critici alla costruzione di un’ampia coalizione politica, il suo apporto sarebbe utile, oltre che interessante. Ma se, invece, la nostra proposta futura, come auspicano alcuni nel Prc, riguardasse una lista comune estesa solamente ad Alba e Sinistra critica, un’operazione del genere non solo non supererebbe lo sbarramento, ma non raggiungerebbe neanche le percentuali della Fds.

Quali sono i passaggi immediati sui quali investire per costruire le relazioni unitarie di cui stiamo parlando?

Ne vedo due. Il primo riguarda le elezioni regionali siciliane. Abbiamo costruito una coalizione unitaria con Sel, Verdi e Idv. È un’operazione politica importantissima perché mette assieme proprio ciò che noi reputiamo necessario aggregare. Se quella competizione elettorale avrà un esito positivo aprirà contraddizioni enormi in quelle forze che oggi resistono nel costruire questa impresa. Avrebbe ripercussioni anche sul quadro politico nazionale. Il secondo passaggio riguarda invece la campagna referendaria. Anche questa è un’operazione che mette assieme le forze dell’alternativa. È importante però ragionare su come si va ai referendum e sulla modalità di rapporto con le altre forze, con Sel e l’Idv, con la Fiom e la Cgil e, persino, con pezzi del Pd. Dobbiamo essere noi i primi a proporre comitati unitari a sostegno dei referendum, in ogni paese e in ogni città. Altro che ognuno a raccogliere le firme per conto proprio! Qui non si tratta di piantare bandierine per dimostrare di aver raccolto, qui e là, qualche firma in più degli altri. L’obiettivo è politico. Questi referendum possono scompaginare il quadro politico odierno, smuovere i giochi fra le forze della sinistra di alternativa.
Per i comunisti e, in generale, per una forza della sinistra la questione del lavoro è un punto discriminante. Ciò vale a maggior ragione nell’attuale congiuntura.
Proprio per questo la condivisione del referendum per la riabilitazione dell’articolo 18  dello Statuto dei lavoratori e la soppressione dell’art.8 del decreto–legge varato ad agosto 2011 dal governo Berlusconi è un passaggio discriminante: sono in gioco tutele basilari a presidio del potere contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro Paese. Il diritto a contrastare per legge un licenziamento senza giusta causa così come l’importanza e il valore della contrattazione collettiva sono conquiste di civiltà che appartengono al patrimonio storico del nostro mondo del lavoro. Su queste cose non si può tergiversare. E se su questo l’attuale governo si è sostanzialmente  allineato a quello precedente, le forze della sinistra  devono rispondere con prese di posizione nette e iniziative conseguenti e politicamente coerenti. Bisognerà pur dire se la stella polare della nostra Carta costituzionale deve restare il lavoro – dunque occupazione e diritti – oppure se nel prossimo futuro il diritto ad un lavoro dignitoso debba diventare una mera funzione degli interessi dell’impresa o la variabile di un ragionieristico calcolo di bilancio. Su questi decisivi punti, l’opposizione al governo Monti non può che essere netta.

Bisogna però riconoscere che al momento esiste uno scarto enorme tra l’obiettivo politico dell’unità della sinistra e l’inefficacia dello strumento di cui disponiamo per costruire quella unità. La Federazione della sinistra – di essa si tratta – è divisa e rischia di dissolversi. Non credi?

La Fds vive il momento più critico della sua vita. Oggi è all’ordine del giorno perfino la sua divisione. Non credo che la gestione di questo soggetto politico fosse facile, però la situazione di stallo in cui si trova oggi era evitabile. Una parte del Prc e del Pdci non ha mai considerato la Federazione come l’inizio di un processo costitutivo di un nuovo soggetto politico, ma soltanto come uno stato di necessità indotto dalle rispettive debolezze. Poiché non si è voluto neanche celebrare un vero congresso per affrontare i nodi, le divergenze si sono persino inasprite. Bisogna fare tutto il possibile per scongiurare una divaricazione della Fds. La strada dell’unità non va solo proclamata, ma praticata con coraggio e decisione. Resto convinto che solo come Federazione si possa riattivare un processo reale di ricomposizione della diaspora comunista a partire dai due partiti più significativi.  Se non riuscissimo a farlo le ripercussioni sarebbero negative per tutti, ma soprattutto per Rifondazione che della Fds è il soggetto principale.

A vent’anni dalla sua nascita è forse doveroso un bilancio di Rifondazione comunista. Questo partito non ha oggi l’autorevolezza o la credibilità o la forza necessaria per far partire davvero un processo di riaggregazione. Perché?

Le premesse sulle quali questo partito è nato vent’anni fa non sono più sufficienti a garantirne l’esistenza. I dati del tesseramento raccontano la storia di un dimezzamento degli iscritti dopo Chianciano, seguito da un progressivo, seppur lento, indebolimento costante della nostra organizzazione. Rifondazione resta comunque l’unico partito a sinistra con un radicamento capillare sui territori – un migliaio di circoli – ancora in grado di organizzare una manifestazione come quella del 12 maggio. Un patrimonio preziosissimo di militanti che però reclama a gran voce di uscire da questa situazione di difficoltà. In genere, quando si affronta il problema della debolezza di Rifondazione, si imputa la causa di tutti i mali all’esistenza delle correnti al suo interno.  Penso siano negative le cordate, le lobby che, pur non avendo nessuna base politica comune, esistono per riprodurre un ceto politico. Quelle vanno soppresse, non certamente le aree politico-culturali che, come Essere Comunisti, hanno sempre portato un contributo al partito, oltre ad averlo difeso in passaggi essenziali. Dobbiamo lavorare per costruire un clima di lavoro unitario all’interno del Prc.  Ma la precondizione dell’unità è che si tenga conto anche dell’opinione altrui. L’unità si realizza quando ci sono opinioni diverse e si trova una sintesi che porti avanti le diversità e le tenga assieme. Non si può invocare l’unità e, nel contempo, lavorare per la divisione. L’area Essere Comunisti non rinuncia a dare il suo contributo a Rifondazione. Lo abbiamo fatto anche quando ci è stata indicata la porta, figuriamoci oggi. Questo però non significa che dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alle nostre difficoltà. Si può decidere di far morire una forza politica in due modi: o sciogliendola, come fece Occhetto con il Pci,  oppure perché la si rende marginale e ininfluente nella società. Una morte per estinzione. Per quanti anni ancora possono andare avanti i compagni che nei territori resistono se non si ricostruisce la nostra credibilità nel panorama politico italiano? La stanchezza e lo scoramento si fanno sentire. È difficile spiegare nei territori il senso della propria esistenza in queste condizioni di marginalità. Non basta alzare la voce per superare le proprie difficoltà. Occorre la modestia, il ragionamento, lo studio della realtà nelle sue sfaccettature, per quella che è e non per quella che noi desideriamo che sia. Mi chiedo se ci siano stati dei passaggi in cui, in questi ultimi anni, abbiamo sbagliato qualcosa. Fatta la scelta di Chianciano non credo che potessimo fare molto di più o di diverso di quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riconoscere che il gruppo dirigente che ha diretto il partito dopo Chianciano ha dovuto affrontare  passaggi terribili. La vicenda di Liberazione e la crisi economica del partito lo hanno costretto a dedicare le proprie energie a problemi che  poco hanno a che fare col lavoro politico. Detto questo, però, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che questo gruppo dirigente  non è riuscito ad affermarsi, ad acquisire autorevolezza, a costruire interlocuzione. Dobbiamo mettere in campo forze più fresche e meno logorate dalle nostre liti e vicende interne. È necessario che venga avanti una nuova leva di giovani. Solo una generazione che viva nelle contraddizioni del presente può avere gli strumenti per cogliere i processi di una realtà che le generazioni precedenti non riescono più a interpretare. Bisogna costruire un nuovo gruppo dirigente all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte, capace di intraprendere un processo unitario a sinistra. Ce la possiamo fare. La proposta di Essere Comunisti non è solo una scelta tattica, ma una strategia per aprire il cantiere di costruzione di una nuova forza politica della sinistra di alternativa in questo Paese. Può sembrare paradossale, ma  sono ottimista. Eviterei di di vedere la politica in modo statico. Nello scenario italiano è tutto in movimento. Noi dobbiamo lavorare per modificare i contesti e le situazioni. Non è immaginabile che in Italia la partita si chiuda con un Pd di questa specie e con nient’altro alla sua sinistra. L’Idv e Sel sono due soggettività importanti, ma che vivono una collocazione contraddittoria, basta pensare ai riferimenti internazionali.  Si dovrà costituire necessariamente anche nel nostro Paese  una forza che si batterà per l’alternativa piuttosto che per l’alternanza. Esiste in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Olanda, in Grecia, nella Repubblica Ceca. A noi tocca il compito di lavorare affinché nasca anche in Italia.

P.s. Per chi fosse interessato a leggere diversi interventi che sono stati svolti nella assemblea di Essere Comunisti:  http://www.esserecomunisti.it/?page_id=47393

8 ottobre 2012, Intervista a cura di Tonino Bucci pubblicata sul numero 29-30 di Essere comunisti

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Claudio Grassi: Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

October 17, 2012 by  
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Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

16 ottobre, 2012

Le consultazioni politiche che si terranno a primavera non saranno un passaggio ordinario per Rifondazione Comunista. Da qui in avanti e per tutta la durata della campagna elettorale il partito affronterà una sfida fondamentale per il proprio futuro. Non è in gioco soltanto il rientro in Parlamento da cui manca ormai da cinque anni. Si tratta di ridare un senso alla propria esistenza, di ricostruire una presenza efficace – non marginale – della sinistra di alternativa nello scenario politico italiano. Ne discutiamo con Claudio Grassi, membro della segreteria nazionale del Prc, all’indomani del seminario nazionale tenuto a Livorno da Essere Comunisti.

Nessuno oggi può permettersi di fare politica sulla scia dell’improvvisazione. Il quadro, nazionale e internazionale, è così complicato che bisogna ritrovare momenti di approfondimento e di studio. La seconda Repubblica ha avuto la cattiva abitudine di separare la politica dalla teoria, di ridurre tutto a semplice amministrazione. L’area di Essere Comunisti è stata promotrice di un seminario a Livorno, un luogo simbolico per la storia del comunismo italiano. Si è discusso di una politica non più autoreferenziale, che non abbia la vista corta, che sia capace di riportare nella sfera pubblica un dibattito sul futuro e sulle alternative strategiche alla realtà esistente. Che giudizio ne dai?

 

Sono soddisfatto. È stata l’occasione per alzare lo sguardo. Spesso il dibattito nel nostro partito non riesce a sganciarsi dalle questioni interne. C’è una domanda diffusa di conoscenza e di approfondimento dei temi di attualità. Non abbiamo fatto l’assemblea di area per dirci tra di noi che abbiamo ragione, ma per riflettere. Oggi una proposta politica, per essere valida e non peccare di unilateralismo, deve essere costruita con un certo rigore, a partire dall’analisi e da momenti di riflessione collettiva. Il seminario di Livorno è un modello da replicare anche in futuro. Sono contento che nella nostra riunione siano arrivati contributi anche da compagni che non appartengono all’area di Essere Comunisti. Complessivamente mi sembra che ci sia stata una condivisione sulla proposta avanzata nella mia relazione e cioè quella di lavorare per costruire una coalizione unitaria della Sinistra di alternativa. Adesso si tratta di rendere operativa questa proposta unitaria qui e ora, nel contesto specifico che abbiamo davanti, oggi e nella imminente campagna elettorale. Per questo dobbiamo essere attenti a valutare ogni piccolo sussulto che si produrrà nel quadro politico italiano, peraltro mai così instabile come ora. Guai a dare per scontato lo scenario futuro. Nulla è immutabile. Ogni minima contraddizione deve essere l’occasione per spezzare la tendenza inerziale. Se non si capisce questo ci si condanna a rimanere spettatori passivi che magari alzano la voce per coprire la propria impotenza.

Non temi che la proposta di coalizione unitaria abbia il fiato corto? Potrebbe sembrare un semplice espediente per occupare un po’ di seggi in Parlamento e tirare a campare…

E’ inevitabile che una proposta del genere abbia anche una ricaduta elettorale. Sarebbe da irresponsabili minimizzare le conseguenze difficilissime che si produrrebbero per Rifondazione Comunista se per altri cinque anni non fossimo rappresentati nelle istituzioni nazionali. Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe qualcun altro in Parlamento che verrà identificato, a torto o a ragione non importa, come la punta più avanzata a sinistra dell’arco delle forze politiche presenti in Aula. Quante volte abbiamo visto in questi anni i lavoratori in cerca di risposte concrete correre dietro a Di Pietro perché ha una rappresentanza parlamentare e, quindi, può fare un’interrogazione o intervenire in una commissione? È importante costruire le lotte sociali nei territori, ma sappiamo che è importante anche avere una rappresentanza parlamentare per riuscire ad avere risultati concreti. Detto questo, però, ritengo che sarebbe sbagliato porsi come unico obiettivo quello di conquistare postazioni in Parlamento. Per quel che mi riguarda sarei totalmente contrario. La nostra – ci tengo a precisarlo – è una proposta strategica. Noi riteniamo che la ricostruzione di una Sinistra di alternativa e, al suo interno, di un partito comunista degno di questo nome, debba puntare all’aggregazione delle forze che già oggi sono all’opposizione del governo Monti e condividono tra loro alcuni temi fondamentali.

Sì, ma le forze che si oppongono al governo Monti devono comprendere che la dimensione sovranazionale dei problemi è determinante. Eugenio Scalfari di recente ha detto che per chiunque vincerà le elezioni «la traccia è già scritta». I partiti candidati a governare l’Italia potranno tutt’al più dividersi sul condimento della pasta, se metterci «il basilico o il prezzemolo». Ma il piatto è quello e non si discute, cucinato secondo la ricetta Monti. Sotto la supervisione della Bce e di Francoforte. Non c’è rischio di provincialismo nel nostro dibattito politico?

In mancanza di un accumulo di massa critica è irrealistico pensare di far saltare la camicia di forza che, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni, avvolgerà il futuro governo. I margini di manovra di chi governerà l’Italia sono definiti in partenza dai vincoli imposti dall’establishment dell’Unione europea. Con o senza Monti il prossimo governo avrà sulla propria testa macigni come l’obbligo del pareggio di bilancio e il fiscal compact, un dispositivo – ricordiamolo – che impone di tagliare ogni anno 40 miliardi dal bilancio dello Stato, euro più, euro meno. L’Unione Europea è una costruzione che ha accentuato la divergenza tra le singole economie. C’è chi perde e c’è chi guadagna. La Germania è il Paese che più ha guadagnato dall’euro. Lo dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei riguardi degli altri paesi dell’eurozona. La Germania è anche il Paese che più ha condizionato le politiche europee adottate nei confronti della crisi. I tedeschi si sono sempre opposti all’intervento diretto della Banca centrale europea a difesa dei titoli di stato dei paesi più deboli e hanno sempre spinto per imporre misure drastiche di tagli alla spesa sociale, come nel caso della Grecia. Però smettiamola di dire che la responsabilità è solo dei tedeschi. In realtà c’è una consonanza tra la politica economica della Merkel e la visione che ispira, ad esempio, il governo Monti. Una parte consistente delle classi dominanti, ormai integrate nella dimensione sovranazionale, ha interesse a rimanere in Europa, a qualunque prezzo. Con questi presupposti che possibilità ci sarebbero per una sinistra al governo di fare politiche anticicliche e attuare misure di redistribuzione del reddito? A meno che non si decida di mettere in discussione le misure di austerity imposte dalla Bce e dai vertici dell’Ue. Ma un obiettivo del genere è alla portata solo di una sinistra che non sia frammentata e ininfluente. Non è un caso che in tutti i principali paesi europei, a eccezione dell’Italia, si siano messi in moto processi di aggregazione della sinistra di alternativa, costruiti sul rifiuto del liberismo e dell’austerity. L’Europa è anche questo e dovremmo tenerne conto nel nostro dibattito politico.

Un’intesa di governo con il Pd è fuori discussione. Non esistono le premesse politiche. Non credi però che la credibilità di Rifondazione potrebbe aumentare se solo facesse più attenzione alla base elettorale di quel partito? Lo stile di certe critiche un po’ semplicistiche non finiscono per danneggiarci?

Le nostre analisi sono spesso troppo superficiali. Non c’è dubbio che rispetto all’esperienza dei Ds la nascita del Partito Democratico abbia comportato uno spostamento verso destra dell’asse politico. Ma l’eccessiva semplificazione porta a compiere errori grossolani. La crisi finanziaria di questi anni e il fallimento del neoliberismo sia di stampo thatcheriano sia blairiano ha aperto una discussione anche all’interno del Pd, nel quale si è risvegliata una componente socialdemocratica. Quelli che vengono brutalmente definiti “giovani turchi” – e che tuttavia sono stati proposti da Bersani ai massimi livelli di direzione politica – hanno elaborato un linguaggio e un’analisi che ben poco hanno a che fare con la cultura della destra liberista. La stessa carta di intenti di Bersani è il frutto di un compromesso. Il Partito democratico può essere definito come una formazione di centrosinistra con base popolare che oggi sostiene un governo che pratica politiche di centrodestra. Cosa ben diversa dal ritenerlo tout court un partito di destra. Beninteso, questo è un giudizio articolato che non modifica il giudizio sulle responsabilità del Pd nell’aver sostenuto le misure del governo Monti su articolo 18, fiscal compact e pensioni. Fermo restando che non ci sono le condizioni politiche per un’intesa di governo con il Pd, tantomeno con gli attuali rapporti di forza a noi sfavorevoli, bisogna tuttavia cogliere le contraddizioni tra la sua linea politica e la base elettorale del partito stesso. Non è alzando il livello di scontro verbale con il Pd o con chi sceglie di allearsi con esso che ci rendiamo più credibili agli occhi dei nostri referenti sociali.

Sel ha fatto invece un’altra scelta: di fare un’alleanza con il Pd a prescindere, prima ancora di avviare un confronto programmatico. Reputi il progetto politico di Vendola ormai irreversibile?

Sel si muove a tutti gli effetti come una componente esterna del Pd. Questa scelta ha delle conseguenze anche nella collocazione internazionale del partito di Vendola. È significativo – anche se se ne è parlato poco –  che abbia progressivamente abbandonato il campo della Sinistra Europea. Sel sta definendo la propria famiglia internazionale prendendo a modello il presidente francese Hollande. Se questa scelta dovesse essere confermata, segnerebbe un salto di collocazione politica e di cultura politica rilevantissimo. Questa opzione, a oggi non scontata, preluderebbe alla confluenza nel Pd, poiché non sarebbe più giustificata l’autonomia organizzativa nei confronti del partito di Bersani. Attenzione però a dare per acquisito il rapporto tra Sel e il Pd. È un processo in divenire. Le difficoltà di Sel sono determinate dal fatto che il quadro politico odierno non è affatto in sintonia con il progetto originario di Vendola. Il big bang che avrebbe dovuto sparigliare il centrosinistra è niente più che un ricordo. Le primarie, cui Vendola ambiva fin dall’inizio, si profilano come uno scontro tutto interno al Pd tra i due principali competitors: Bersani e Renzi. Detto questo Sel rimane una forza importante che si colloca alla sinistra del Partito democratico con relazioni importanti con il mondo sindacale, associazionistico e dei movimenti. Da questo punto di vista la logica – prima ancora che la politica – richiede la costruzione di una forte intesa con questo soggetto a partire dai contenuti.

E invece?

Il nostro atteggiamento è stato ondivago,  in assonanza con chi, dall’altra parte, non ha saputo fare altro che ignorarci e denigrarci. La nostra azione, invece, dovrebbe svilupparsi su due fronti. Da un lato, bisogna incalzare Sel sulle sue contraddizioni; dall’altro, cercare sempre l’unità sulle questioni che ci accomunano. L’ultima assemblea di Sel ha manifestato segnali incoraggianti. L’asse proposto da Vendola di un accordo con Bersani e l’eventualità di un’intesa con l’Udc ha provocato tanto fermento nella base di Sel  da spingere lo stesso Vendola a rimarcare l’indisponibilità a un accordo elettorale o programmatico con la la formazione di Casini. Anche se il Pd e gli equilibri che prevedibilmente usciranno dalla tornata elettorale renderanno inevitabile uno sbocco di larghe intese per governare il Paese. Di fronte a un quadro tanto contraddittorio e dinamico non possiamo limitarci a fare da spettatori.

Idv: qui il discorso si fa più complicato. La prossima campagna elettorale produrrà una semplificazione dello scontro politico. Da una parte, le forze legittimate a governare, quelle che ritengono non vi siano alternative alle misure di austerity, che accettano i vincoli dettati dai vertici Ue e dalla Bce. Esiste un progetto politico delle classi dirigenti di questo Paese, di quelle più integrate nei processi sovranazionali, sponsorizzato da Monti e Napolitano. Dall’altra, ci sono le forze definite dell’antipolitica, i Grillo e Di Pietro, demagoghi accusati di non saper fare i conti con la realtà, percepiti come un fattore di rischio per la stabilità del Paese. Recentemente Paolo Flores d’Arcais osservava come questo fronte composito rappresenti di fatto, nelle intenzioni di voto degli italiani, il primo partito, al di sopra della soglia di consensi che allo stato attuale raccoglierebbe la maggioranza bipartisan che sostiene il governo Monti. Questo potrebbe essere lo scontro principale. La sinistra di alternativa non rischia di rimanere ai margini, frammentata com’è? E che rapporto deve avere con forze come l’Idv forse troppo frettolosamente liquidate come populistiche e antipolitiche?

L’Italia dei Valori è un partito che conosciamo poco. È molto legato alla figura del suo leader, simile in questo a Sel. Anche se nel Parlamento europeo fa parte del gruppo dei liberali – un elemento niente affatto marginale – nel contesto dato è da considerare, a mio avviso, del nostro campo politico. Molti fatti confermano questa tesi: la scelta netta sul tema del lavoro, l’opposizione al governo Monti, la tattica comune con la Fds alle ultime elezioni amministrative che ha permesso di eleggere due sindaci. De Magistris e Orlando sono la testimonianza di una coraggiosa sfida d’alternativa. Pezzi di Fiom, che non condividono la subalternità di Sel alle posizioni del Partito Democratico, hanno cominciato a stringere rapporti significativi con Di Pietro e con il responsabile lavoro dell’Idv, Maurizio Zipponi, già in passato dirigente della Fiom e del Prc. Il progressivo spostamento a sinistra di questa formazione ha prodotto anche al suo interno una discussione dinamica. Quadri di primo piano come Donadi contestano sempre più rumorosamente l’allontanamento dal Pd, non escludendo nei fatti la possibilità di una scissione interna. Al di là della spregiudicatezza di Di Pietro, la rottura con il Pd è tutt’altro che un elemento acquisito, anche se nel contesto dato e con la legge elettorale odierna una presenza dell’Italia dei Valori nella coalizione del Pd è fortemente osteggiata dal Capo dello Stato e da metà partito. Se la separazione dell’Idv dal Pd venisse confermata si determinerà una contraddizione sulla scena politica nazionale di cui non si potrà non tenere conto. Una campagna elettorale con l’Idv fuori dalla coalizione guidata dal Pd aprirebbe uno scenario molto più articolato di quanto non appaia ora.

E con Grillo, come la mettiamo?

Il Movimento 5 Stelle non rientra in questo schema di ragionamento. La forza di Grillo deriva proprio dal suo presentarsi uno contro tutti. Di Pietro ha provato a incalzarlo, anche con una certa insistenza, probabilmente consapevole della contiguità tra il proprio elettorato e quello di Grillo. L’asse culturale Grillo-Travaglio non ammette al momento aperture concrete ad alleanze politiche. L’errore che non dobbiamo commettere, però, è di sottovalutare il M5S. Grillo non è una meteora, un fenomeno esploso all’improvviso in questi ultimi mesi, ma il risultato di un lavoro di anni. E lo stesso Casaleggio non è un anonimo appassionato di informatica, ma uno dei massimi esperti di comunicazione del mondo. La carta vincente di Grillo è proprio la cura minuziosa della dimensione comunicativa, che si innesta su un vuoto politico facilmente attaccabile. Dobbiamo riconoscere che noi di Rifondazione comunista continuiamo a utilizzare, senza accorgercene, un linguaggio del tutto autoreferenziale. Un estraneo non comprenderebbe quasi nulla delle nostre discussioni e delle nostre riunioni. C’è uno scarto abissale fra il modo in cui noi comunichiamo la politica e il modo in cui l’opinione pubblica percepisce i nostri messaggi.

Nel campo della sinistra alternativa non ci sono solo partiti ma anche soggetti di altra natura, sindacali o associativi. In fondo sono il sintomo che ciò che esiste nella sfera della rappresentanza politica è ritenuto insufficiente a esprimere tutto ciò che si muove nel popolo della sinistra. Non è così?

Vero. Nella galassia della sinistra di alternativa oggi non ci sono soltanto i partiti, come tradizionalmente li intendiamo, ma anche soggetti che nascono al di fuori della rappresentanza politica e che, pur non essendo partiti, si muovono a tutti gli effetti nel nostro campo. La Fiom, ad esempio, sebbene sia un sindacato, ha svolto in questa fase un importante lavoro politico. Alla luce di questo ruolo penso che il nostro partito debba investire maggiormente sulla Fiom, senza tentennamenti. Anche in questo caso esistono elementi di dinamicità del quadro politico che bisogna cogliere. Il sindacato dei metalmeccanici è passato da una convergenza forte con Sel a una posizione più distaccata. Nel giugno scorso la Fiom si è resa promotrice di una iniziativa importante alla quale tutte le forze del centrosinistra e di sinistra sono state chiamate a partecipare e confrontarsi pariteticamente. Gli stessi Landini, Rinaldini, Airaudo, Re David hanno espresso negli ultimi mesi posizioni tanto attente verso la nostra proposta, quanto critiche rispetto all’opzione praticata da Vendola. La Fiom comincia a criticare Sel per aver puntato tutto sulla costruzione di un asse preferenziale col Pd, rinunciando a edificare uno spazio unitario a sinistra. Se però, da un lato, la critica è rivolta a Sel, dall’altro, essa è indirizzata anche a Rifondazione e alla Fds, ritenute propense all’isolamento e incapaci di relazionarsi alle altre forze politiche. Può essere uno stimolo al dibattito interno del nostro partito. La Fiom non costituirà certo una propria lista, ma potrà spingere le diverse forze politiche in una direzione anziché in un’altra. All’interno del sindacato dei metalmeccanici esistono anche altre posizioni, come quelle di Cremaschi o di Bellavita. Le reputo sbagliate poiché indeboliscono il sindacato che indiscutibilmente in questi ultimi anni è stato la punta più avanzata del conflitto di classe e non solo .

Vorrei fare un accenno anche ad Alba, un movimento che può svolgere un ruolo importante, al di là della  sua consistenza numerica. Al suo interno ci sono personalità  autorevoli come quelle di Stefano Rodotà o Luciano Gallino che non sono sospettabili di minoritarismo. Ma al tempo stesso è difficile prevedere che possano convivere all’interno di uno stesso progetto politico. Rodotà ha espresso apprezzamenti per la carta d’intenti del Pd,  Gallino ha legami forti con la Fiom e la Cgil. Pur essendo una formazione poco numerosa Alba ha già posto la condizione secondo cui sarebbe disponibile a costruire un percorso comune, ma con una lista senza riferimenti partitici e proposta da essa stessa. Attualmente è il soggetto su cui una parte del Prc fa maggiormente leva per aprire il percorso di costruzione di una lista di sinistra. Io credo  che si tratti di un aggregato importante, ma insufficiente.

Nel campo della sinistra alternativa c’è anche Sinistra critica…

Sì e, aggiungo, il Comitato No Debito. Entrambi rispondono alla stessa base organizzativa e alla medesima cultura politica. Non mi appartiene l’atteggiamento di chiusura nei loro confronti. Il punto dirimente è chi esercita l’egemonia politica nell’impresa che si vuole costruire. Se questa formazione dovesse contribuire con i propri contenuti critici alla costruzione di un’ampia coalizione politica, il suo apporto sarebbe utile, oltre che interessante. Ma se, invece, la nostra proposta futura, come auspicano alcuni nel Prc, riguardasse una lista comune estesa solamente ad Alba e Sinistra critica, un’operazione del genere non solo non supererebbe lo sbarramento, ma non raggiungerebbe neanche le percentuali della Fds.

Quali sono i passaggi immediati sui quali investire per costruire le relazioni unitarie di cui stiamo parlando?

Ne vedo due. Il primo riguarda le elezioni regionali siciliane. Abbiamo costruito una coalizione unitaria con Sel, Verdi e Idv. È un’operazione politica importantissima perché mette assieme proprio ciò che noi reputiamo necessario aggregare. Se quella competizione elettorale avrà un esito positivo aprirà contraddizioni enormi in quelle forze che oggi resistono nel costruire questa impresa. Avrebbe ripercussioni anche sul quadro politico nazionale. Il secondo passaggio riguarda invece la campagna referendaria. Anche questa è un’operazione che mette assieme le forze dell’alternativa. È importante però ragionare su come si va ai referendum e sulla modalità di rapporto con le altre forze, con Sel e l’Idv, con la Fiom e la Cgil e, persino, con pezzi del Pd. Dobbiamo essere noi i primi a proporre comitati unitari a sostegno dei referendum, in ogni paese e in ogni città. Altro che ognuno a raccogliere le firme per conto proprio! Qui non si tratta di piantare bandierine per dimostrare di aver raccolto, qui e là, qualche firma in più degli altri. L’obiettivo è politico. Questi referendum possono scompaginare il quadro politico odierno, smuovere i giochi fra le forze della sinistra di alternativa.
Per i comunisti e, in generale, per una forza della sinistra la questione del lavoro è un punto discriminante. Ciò vale a maggior ragione nell’attuale congiuntura.
Proprio per questo la condivisione del referendum per la riabilitazione dell’articolo 18  dello Statuto dei lavoratori e la soppressione dell’art.8 del decreto–legge varato ad agosto 2011 dal governo Berlusconi è un passaggio discriminante: sono in gioco tutele basilari a presidio del potere contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro Paese. Il diritto a contrastare per legge un licenziamento senza giusta causa così come l’importanza e il valore della contrattazione collettiva sono conquiste di civiltà che appartengono al patrimonio storico del nostro mondo del lavoro. Su queste cose non si può tergiversare. E se su questo l’attuale governo si è sostanzialmente  allineato a quello precedente, le forze della sinistra  devono rispondere con prese di posizione nette e iniziative conseguenti e politicamente coerenti. Bisognerà pur dire se la stella polare della nostra Carta costituzionale deve restare il lavoro – dunque occupazione e diritti – oppure se nel prossimo futuro il diritto ad un lavoro dignitoso debba diventare una mera funzione degli interessi dell’impresa o la variabile di un ragionieristico calcolo di bilancio. Su questi decisivi punti, l’opposizione al governo Monti non può che essere netta.

Bisogna però riconoscere che al momento esiste uno scarto enorme tra l’obiettivo politico dell’unità della sinistra e l’inefficacia dello strumento di cui disponiamo per costruire quella unità. La Federazione della sinistra – di essa si tratta – è divisa e rischia di dissolversi. Non credi?

La Fds vive il momento più critico della sua vita. Oggi è all’ordine del giorno perfino la sua divisione. Non credo che la gestione di questo soggetto politico fosse facile, però la situazione di stallo in cui si trova oggi era evitabile. Una parte del Prc e del Pdci non ha mai considerato la Federazione come l’inizio di un processo costitutivo di un nuovo soggetto politico, ma soltanto come uno stato di necessità indotto dalle rispettive debolezze. Poiché non si è voluto neanche celebrare un vero congresso per affrontare i nodi, le divergenze si sono persino inasprite. Bisogna fare tutto il possibile per scongiurare una divaricazione della Fds. La strada dell’unità non va solo proclamata, ma praticata con coraggio e decisione. Resto convinto che solo come Federazione si possa riattivare un processo reale di ricomposizione della diaspora comunista a partire dai due partiti più significativi.  Se non riuscissimo a farlo le ripercussioni sarebbero negative per tutti, ma soprattutto per Rifondazione che della Fds è il soggetto principale.

A vent’anni dalla sua nascita è forse doveroso un bilancio di Rifondazione comunista. Questo partito non ha oggi l’autorevolezza o la credibilità o la forza necessaria per far partire davvero un processo di riaggregazione. Perché?

Le premesse sulle quali questo partito è nato vent’anni fa non sono più sufficienti a garantirne l’esistenza. I dati del tesseramento raccontano la storia di un dimezzamento degli iscritti dopo Chianciano, seguito da un progressivo, seppur lento, indebolimento costante della nostra organizzazione. Rifondazione resta comunque l’unico partito a sinistra con un radicamento capillare sui territori – un migliaio di circoli – ancora in grado di organizzare una manifestazione come quella del 12 maggio. Un patrimonio preziosissimo di militanti che però reclama a gran voce di uscire da questa situazione di difficoltà. In genere, quando si affronta il problema della debolezza di Rifondazione, si imputa la causa di tutti i mali all’esistenza delle correnti al suo interno.  Penso siano negative le cordate, le lobby che, pur non avendo nessuna base politica comune, esistono per riprodurre un ceto politico. Quelle vanno soppresse, non certamente le aree politico-culturali che, come Essere Comunisti, hanno sempre portato un contributo al partito, oltre ad averlo difeso in passaggi essenziali. Dobbiamo lavorare per costruire un clima di lavoro unitario all’interno del Prc.  Ma la precondizione dell’unità è che si tenga conto anche dell’opinione altrui. L’unità si realizza quando ci sono opinioni diverse e si trova una sintesi che porti avanti le diversità e le tenga assieme. Non si può invocare l’unità e, nel contempo, lavorare per la divisione. L’area Essere Comunisti non rinuncia a dare il suo contributo a Rifondazione. Lo abbiamo fatto anche quando ci è stata indicata la porta, figuriamoci oggi. Questo però non significa che dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alle nostre difficoltà. Si può decidere di far morire una forza politica in due modi: o sciogliendola, come fece Occhetto con il Pci,  oppure perché la si rende marginale e ininfluente nella società. Una morte per estinzione. Per quanti anni ancora possono andare avanti i compagni che nei territori resistono se non si ricostruisce la nostra credibilità nel panorama politico italiano? La stanchezza e lo scoramento si fanno sentire. È difficile spiegare nei territori il senso della propria esistenza in queste condizioni di marginalità. Non basta alzare la voce per superare le proprie difficoltà. Occorre la modestia, il ragionamento, lo studio della realtà nelle sue sfaccettature, per quella che è e non per quella che noi desideriamo che sia. Mi chiedo se ci siano stati dei passaggi in cui, in questi ultimi anni, abbiamo sbagliato qualcosa. Fatta la scelta di Chianciano non credo che potessimo fare molto di più o di diverso di quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riconoscere che il gruppo dirigente che ha diretto il partito dopo Chianciano ha dovuto affrontare  passaggi terribili. La vicenda di Liberazione e la crisi economica del partito lo hanno costretto a dedicare le proprie energie a problemi che  poco hanno a che fare col lavoro politico. Detto questo, però, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che questo gruppo dirigente  non è riuscito ad affermarsi, ad acquisire autorevolezza, a costruire interlocuzione. Dobbiamo mettere in campo forze più fresche e meno logorate dalle nostre liti e vicende interne. È necessario che venga avanti una nuova leva di giovani. Solo una generazione che viva nelle contraddizioni del presente può avere gli strumenti per cogliere i processi di una realtà che le generazioni precedenti non riescono più a interpretare. Bisogna costruire un nuovo gruppo dirigente all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte, capace di intraprendere un processo unitario a sinistra. Ce la possiamo fare. La proposta di Essere Comunisti non è solo una scelta tattica, ma una strategia per aprire il cantiere di costruzione di una nuova forza politica della sinistra di alternativa in questo Paese. Può sembrare paradossale, ma  sono ottimista. Eviterei di di vedere la politica in modo statico. Nello scenario italiano è tutto in movimento. Noi dobbiamo lavorare per modificare i contesti e le situazioni. Non è immaginabile che in Italia la partita si chiuda con un Pd di questa specie e con nient’altro alla sua sinistra. L’Idv e Sel sono due soggettività importanti, ma che vivono una collocazione contraddittoria, basta pensare ai riferimenti internazionali.  Si dovrà costituire necessariamente anche nel nostro Paese  una forza che si batterà per l’alternativa piuttosto che per l’alternanza. Esiste in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Olanda, in Grecia, nella Repubblica Ceca. A noi tocca il compito di lavorare affinché nasca anche in Italia.

P.s. Per chi fosse interessato a leggere diversi interventi che sono stati svolti nella assemblea di Essere Comunisti:  http://www.esserecomunisti.it/?page_id=47393

8 ottobre 2012, Intervista a cura di Tonino Bucci pubblicata sul numero 29-30 di Essere comunisti

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