Claudio Grassi: Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

October 17, 2012 by  
Filed under in primo piano, politica

Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

16 ottobre, 2012

Le consultazioni politiche che si terranno a primavera non saranno un passaggio ordinario per Rifondazione Comunista. Da qui in avanti e per tutta la durata della campagna elettorale il partito affronterà una sfida fondamentale per il proprio futuro. Non è in gioco soltanto il rientro in Parlamento da cui manca ormai da cinque anni. Si tratta di ridare un senso alla propria esistenza, di ricostruire una presenza efficace – non marginale – della sinistra di alternativa nello scenario politico italiano. Ne discutiamo con Claudio Grassi, membro della segreteria nazionale del Prc, all’indomani del seminario nazionale tenuto a Livorno da Essere Comunisti.

Nessuno oggi può permettersi di fare politica sulla scia dell’improvvisazione. Il quadro, nazionale e internazionale, è così complicato che bisogna ritrovare momenti di approfondimento e di studio. La seconda Repubblica ha avuto la cattiva abitudine di separare la politica dalla teoria, di ridurre tutto a semplice amministrazione. L’area di Essere Comunisti è stata promotrice di un seminario a Livorno, un luogo simbolico per la storia del comunismo italiano. Si è discusso di una politica non più autoreferenziale, che non abbia la vista corta, che sia capace di riportare nella sfera pubblica un dibattito sul futuro e sulle alternative strategiche alla realtà esistente. Che giudizio ne dai?

 

Sono soddisfatto. È stata l’occasione per alzare lo sguardo. Spesso il dibattito nel nostro partito non riesce a sganciarsi dalle questioni interne. C’è una domanda diffusa di conoscenza e di approfondimento dei temi di attualità. Non abbiamo fatto l’assemblea di area per dirci tra di noi che abbiamo ragione, ma per riflettere. Oggi una proposta politica, per essere valida e non peccare di unilateralismo, deve essere costruita con un certo rigore, a partire dall’analisi e da momenti di riflessione collettiva. Il seminario di Livorno è un modello da replicare anche in futuro. Sono contento che nella nostra riunione siano arrivati contributi anche da compagni che non appartengono all’area di Essere Comunisti. Complessivamente mi sembra che ci sia stata una condivisione sulla proposta avanzata nella mia relazione e cioè quella di lavorare per costruire una coalizione unitaria della Sinistra di alternativa. Adesso si tratta di rendere operativa questa proposta unitaria qui e ora, nel contesto specifico che abbiamo davanti, oggi e nella imminente campagna elettorale. Per questo dobbiamo essere attenti a valutare ogni piccolo sussulto che si produrrà nel quadro politico italiano, peraltro mai così instabile come ora. Guai a dare per scontato lo scenario futuro. Nulla è immutabile. Ogni minima contraddizione deve essere l’occasione per spezzare la tendenza inerziale. Se non si capisce questo ci si condanna a rimanere spettatori passivi che magari alzano la voce per coprire la propria impotenza.

Non temi che la proposta di coalizione unitaria abbia il fiato corto? Potrebbe sembrare un semplice espediente per occupare un po’ di seggi in Parlamento e tirare a campare…

E’ inevitabile che una proposta del genere abbia anche una ricaduta elettorale. Sarebbe da irresponsabili minimizzare le conseguenze difficilissime che si produrrebbero per Rifondazione Comunista se per altri cinque anni non fossimo rappresentati nelle istituzioni nazionali. Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe qualcun altro in Parlamento che verrà identificato, a torto o a ragione non importa, come la punta più avanzata a sinistra dell’arco delle forze politiche presenti in Aula. Quante volte abbiamo visto in questi anni i lavoratori in cerca di risposte concrete correre dietro a Di Pietro perché ha una rappresentanza parlamentare e, quindi, può fare un’interrogazione o intervenire in una commissione? È importante costruire le lotte sociali nei territori, ma sappiamo che è importante anche avere una rappresentanza parlamentare per riuscire ad avere risultati concreti. Detto questo, però, ritengo che sarebbe sbagliato porsi come unico obiettivo quello di conquistare postazioni in Parlamento. Per quel che mi riguarda sarei totalmente contrario. La nostra – ci tengo a precisarlo – è una proposta strategica. Noi riteniamo che la ricostruzione di una Sinistra di alternativa e, al suo interno, di un partito comunista degno di questo nome, debba puntare all’aggregazione delle forze che già oggi sono all’opposizione del governo Monti e condividono tra loro alcuni temi fondamentali.

Sì, ma le forze che si oppongono al governo Monti devono comprendere che la dimensione sovranazionale dei problemi è determinante. Eugenio Scalfari di recente ha detto che per chiunque vincerà le elezioni «la traccia è già scritta». I partiti candidati a governare l’Italia potranno tutt’al più dividersi sul condimento della pasta, se metterci «il basilico o il prezzemolo». Ma il piatto è quello e non si discute, cucinato secondo la ricetta Monti. Sotto la supervisione della Bce e di Francoforte. Non c’è rischio di provincialismo nel nostro dibattito politico?

In mancanza di un accumulo di massa critica è irrealistico pensare di far saltare la camicia di forza che, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni, avvolgerà il futuro governo. I margini di manovra di chi governerà l’Italia sono definiti in partenza dai vincoli imposti dall’establishment dell’Unione europea. Con o senza Monti il prossimo governo avrà sulla propria testa macigni come l’obbligo del pareggio di bilancio e il fiscal compact, un dispositivo – ricordiamolo – che impone di tagliare ogni anno 40 miliardi dal bilancio dello Stato, euro più, euro meno. L’Unione Europea è una costruzione che ha accentuato la divergenza tra le singole economie. C’è chi perde e c’è chi guadagna. La Germania è il Paese che più ha guadagnato dall’euro. Lo dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei riguardi degli altri paesi dell’eurozona. La Germania è anche il Paese che più ha condizionato le politiche europee adottate nei confronti della crisi. I tedeschi si sono sempre opposti all’intervento diretto della Banca centrale europea a difesa dei titoli di stato dei paesi più deboli e hanno sempre spinto per imporre misure drastiche di tagli alla spesa sociale, come nel caso della Grecia. Però smettiamola di dire che la responsabilità è solo dei tedeschi. In realtà c’è una consonanza tra la politica economica della Merkel e la visione che ispira, ad esempio, il governo Monti. Una parte consistente delle classi dominanti, ormai integrate nella dimensione sovranazionale, ha interesse a rimanere in Europa, a qualunque prezzo. Con questi presupposti che possibilità ci sarebbero per una sinistra al governo di fare politiche anticicliche e attuare misure di redistribuzione del reddito? A meno che non si decida di mettere in discussione le misure di austerity imposte dalla Bce e dai vertici dell’Ue. Ma un obiettivo del genere è alla portata solo di una sinistra che non sia frammentata e ininfluente. Non è un caso che in tutti i principali paesi europei, a eccezione dell’Italia, si siano messi in moto processi di aggregazione della sinistra di alternativa, costruiti sul rifiuto del liberismo e dell’austerity. L’Europa è anche questo e dovremmo tenerne conto nel nostro dibattito politico.

Un’intesa di governo con il Pd è fuori discussione. Non esistono le premesse politiche. Non credi però che la credibilità di Rifondazione potrebbe aumentare se solo facesse più attenzione alla base elettorale di quel partito? Lo stile di certe critiche un po’ semplicistiche non finiscono per danneggiarci?

Le nostre analisi sono spesso troppo superficiali. Non c’è dubbio che rispetto all’esperienza dei Ds la nascita del Partito Democratico abbia comportato uno spostamento verso destra dell’asse politico. Ma l’eccessiva semplificazione porta a compiere errori grossolani. La crisi finanziaria di questi anni e il fallimento del neoliberismo sia di stampo thatcheriano sia blairiano ha aperto una discussione anche all’interno del Pd, nel quale si è risvegliata una componente socialdemocratica. Quelli che vengono brutalmente definiti “giovani turchi” – e che tuttavia sono stati proposti da Bersani ai massimi livelli di direzione politica – hanno elaborato un linguaggio e un’analisi che ben poco hanno a che fare con la cultura della destra liberista. La stessa carta di intenti di Bersani è il frutto di un compromesso. Il Partito democratico può essere definito come una formazione di centrosinistra con base popolare che oggi sostiene un governo che pratica politiche di centrodestra. Cosa ben diversa dal ritenerlo tout court un partito di destra. Beninteso, questo è un giudizio articolato che non modifica il giudizio sulle responsabilità del Pd nell’aver sostenuto le misure del governo Monti su articolo 18, fiscal compact e pensioni. Fermo restando che non ci sono le condizioni politiche per un’intesa di governo con il Pd, tantomeno con gli attuali rapporti di forza a noi sfavorevoli, bisogna tuttavia cogliere le contraddizioni tra la sua linea politica e la base elettorale del partito stesso. Non è alzando il livello di scontro verbale con il Pd o con chi sceglie di allearsi con esso che ci rendiamo più credibili agli occhi dei nostri referenti sociali.

Sel ha fatto invece un’altra scelta: di fare un’alleanza con il Pd a prescindere, prima ancora di avviare un confronto programmatico. Reputi il progetto politico di Vendola ormai irreversibile?

Sel si muove a tutti gli effetti come una componente esterna del Pd. Questa scelta ha delle conseguenze anche nella collocazione internazionale del partito di Vendola. È significativo – anche se se ne è parlato poco –  che abbia progressivamente abbandonato il campo della Sinistra Europea. Sel sta definendo la propria famiglia internazionale prendendo a modello il presidente francese Hollande. Se questa scelta dovesse essere confermata, segnerebbe un salto di collocazione politica e di cultura politica rilevantissimo. Questa opzione, a oggi non scontata, preluderebbe alla confluenza nel Pd, poiché non sarebbe più giustificata l’autonomia organizzativa nei confronti del partito di Bersani. Attenzione però a dare per acquisito il rapporto tra Sel e il Pd. È un processo in divenire. Le difficoltà di Sel sono determinate dal fatto che il quadro politico odierno non è affatto in sintonia con il progetto originario di Vendola. Il big bang che avrebbe dovuto sparigliare il centrosinistra è niente più che un ricordo. Le primarie, cui Vendola ambiva fin dall’inizio, si profilano come uno scontro tutto interno al Pd tra i due principali competitors: Bersani e Renzi. Detto questo Sel rimane una forza importante che si colloca alla sinistra del Partito democratico con relazioni importanti con il mondo sindacale, associazionistico e dei movimenti. Da questo punto di vista la logica – prima ancora che la politica – richiede la costruzione di una forte intesa con questo soggetto a partire dai contenuti.

E invece?

Il nostro atteggiamento è stato ondivago,  in assonanza con chi, dall’altra parte, non ha saputo fare altro che ignorarci e denigrarci. La nostra azione, invece, dovrebbe svilupparsi su due fronti. Da un lato, bisogna incalzare Sel sulle sue contraddizioni; dall’altro, cercare sempre l’unità sulle questioni che ci accomunano. L’ultima assemblea di Sel ha manifestato segnali incoraggianti. L’asse proposto da Vendola di un accordo con Bersani e l’eventualità di un’intesa con l’Udc ha provocato tanto fermento nella base di Sel  da spingere lo stesso Vendola a rimarcare l’indisponibilità a un accordo elettorale o programmatico con la la formazione di Casini. Anche se il Pd e gli equilibri che prevedibilmente usciranno dalla tornata elettorale renderanno inevitabile uno sbocco di larghe intese per governare il Paese. Di fronte a un quadro tanto contraddittorio e dinamico non possiamo limitarci a fare da spettatori.

Idv: qui il discorso si fa più complicato. La prossima campagna elettorale produrrà una semplificazione dello scontro politico. Da una parte, le forze legittimate a governare, quelle che ritengono non vi siano alternative alle misure di austerity, che accettano i vincoli dettati dai vertici Ue e dalla Bce. Esiste un progetto politico delle classi dirigenti di questo Paese, di quelle più integrate nei processi sovranazionali, sponsorizzato da Monti e Napolitano. Dall’altra, ci sono le forze definite dell’antipolitica, i Grillo e Di Pietro, demagoghi accusati di non saper fare i conti con la realtà, percepiti come un fattore di rischio per la stabilità del Paese. Recentemente Paolo Flores d’Arcais osservava come questo fronte composito rappresenti di fatto, nelle intenzioni di voto degli italiani, il primo partito, al di sopra della soglia di consensi che allo stato attuale raccoglierebbe la maggioranza bipartisan che sostiene il governo Monti. Questo potrebbe essere lo scontro principale. La sinistra di alternativa non rischia di rimanere ai margini, frammentata com’è? E che rapporto deve avere con forze come l’Idv forse troppo frettolosamente liquidate come populistiche e antipolitiche?

L’Italia dei Valori è un partito che conosciamo poco. È molto legato alla figura del suo leader, simile in questo a Sel. Anche se nel Parlamento europeo fa parte del gruppo dei liberali – un elemento niente affatto marginale – nel contesto dato è da considerare, a mio avviso, del nostro campo politico. Molti fatti confermano questa tesi: la scelta netta sul tema del lavoro, l’opposizione al governo Monti, la tattica comune con la Fds alle ultime elezioni amministrative che ha permesso di eleggere due sindaci. De Magistris e Orlando sono la testimonianza di una coraggiosa sfida d’alternativa. Pezzi di Fiom, che non condividono la subalternità di Sel alle posizioni del Partito Democratico, hanno cominciato a stringere rapporti significativi con Di Pietro e con il responsabile lavoro dell’Idv, Maurizio Zipponi, già in passato dirigente della Fiom e del Prc. Il progressivo spostamento a sinistra di questa formazione ha prodotto anche al suo interno una discussione dinamica. Quadri di primo piano come Donadi contestano sempre più rumorosamente l’allontanamento dal Pd, non escludendo nei fatti la possibilità di una scissione interna. Al di là della spregiudicatezza di Di Pietro, la rottura con il Pd è tutt’altro che un elemento acquisito, anche se nel contesto dato e con la legge elettorale odierna una presenza dell’Italia dei Valori nella coalizione del Pd è fortemente osteggiata dal Capo dello Stato e da metà partito. Se la separazione dell’Idv dal Pd venisse confermata si determinerà una contraddizione sulla scena politica nazionale di cui non si potrà non tenere conto. Una campagna elettorale con l’Idv fuori dalla coalizione guidata dal Pd aprirebbe uno scenario molto più articolato di quanto non appaia ora.

E con Grillo, come la mettiamo?

Il Movimento 5 Stelle non rientra in questo schema di ragionamento. La forza di Grillo deriva proprio dal suo presentarsi uno contro tutti. Di Pietro ha provato a incalzarlo, anche con una certa insistenza, probabilmente consapevole della contiguità tra il proprio elettorato e quello di Grillo. L’asse culturale Grillo-Travaglio non ammette al momento aperture concrete ad alleanze politiche. L’errore che non dobbiamo commettere, però, è di sottovalutare il M5S. Grillo non è una meteora, un fenomeno esploso all’improvviso in questi ultimi mesi, ma il risultato di un lavoro di anni. E lo stesso Casaleggio non è un anonimo appassionato di informatica, ma uno dei massimi esperti di comunicazione del mondo. La carta vincente di Grillo è proprio la cura minuziosa della dimensione comunicativa, che si innesta su un vuoto politico facilmente attaccabile. Dobbiamo riconoscere che noi di Rifondazione comunista continuiamo a utilizzare, senza accorgercene, un linguaggio del tutto autoreferenziale. Un estraneo non comprenderebbe quasi nulla delle nostre discussioni e delle nostre riunioni. C’è uno scarto abissale fra il modo in cui noi comunichiamo la politica e il modo in cui l’opinione pubblica percepisce i nostri messaggi.

Nel campo della sinistra alternativa non ci sono solo partiti ma anche soggetti di altra natura, sindacali o associativi. In fondo sono il sintomo che ciò che esiste nella sfera della rappresentanza politica è ritenuto insufficiente a esprimere tutto ciò che si muove nel popolo della sinistra. Non è così?

Vero. Nella galassia della sinistra di alternativa oggi non ci sono soltanto i partiti, come tradizionalmente li intendiamo, ma anche soggetti che nascono al di fuori della rappresentanza politica e che, pur non essendo partiti, si muovono a tutti gli effetti nel nostro campo. La Fiom, ad esempio, sebbene sia un sindacato, ha svolto in questa fase un importante lavoro politico. Alla luce di questo ruolo penso che il nostro partito debba investire maggiormente sulla Fiom, senza tentennamenti. Anche in questo caso esistono elementi di dinamicità del quadro politico che bisogna cogliere. Il sindacato dei metalmeccanici è passato da una convergenza forte con Sel a una posizione più distaccata. Nel giugno scorso la Fiom si è resa promotrice di una iniziativa importante alla quale tutte le forze del centrosinistra e di sinistra sono state chiamate a partecipare e confrontarsi pariteticamente. Gli stessi Landini, Rinaldini, Airaudo, Re David hanno espresso negli ultimi mesi posizioni tanto attente verso la nostra proposta, quanto critiche rispetto all’opzione praticata da Vendola. La Fiom comincia a criticare Sel per aver puntato tutto sulla costruzione di un asse preferenziale col Pd, rinunciando a edificare uno spazio unitario a sinistra. Se però, da un lato, la critica è rivolta a Sel, dall’altro, essa è indirizzata anche a Rifondazione e alla Fds, ritenute propense all’isolamento e incapaci di relazionarsi alle altre forze politiche. Può essere uno stimolo al dibattito interno del nostro partito. La Fiom non costituirà certo una propria lista, ma potrà spingere le diverse forze politiche in una direzione anziché in un’altra. All’interno del sindacato dei metalmeccanici esistono anche altre posizioni, come quelle di Cremaschi o di Bellavita. Le reputo sbagliate poiché indeboliscono il sindacato che indiscutibilmente in questi ultimi anni è stato la punta più avanzata del conflitto di classe e non solo .

Vorrei fare un accenno anche ad Alba, un movimento che può svolgere un ruolo importante, al di là della  sua consistenza numerica. Al suo interno ci sono personalità  autorevoli come quelle di Stefano Rodotà o Luciano Gallino che non sono sospettabili di minoritarismo. Ma al tempo stesso è difficile prevedere che possano convivere all’interno di uno stesso progetto politico. Rodotà ha espresso apprezzamenti per la carta d’intenti del Pd,  Gallino ha legami forti con la Fiom e la Cgil. Pur essendo una formazione poco numerosa Alba ha già posto la condizione secondo cui sarebbe disponibile a costruire un percorso comune, ma con una lista senza riferimenti partitici e proposta da essa stessa. Attualmente è il soggetto su cui una parte del Prc fa maggiormente leva per aprire il percorso di costruzione di una lista di sinistra. Io credo  che si tratti di un aggregato importante, ma insufficiente.

Nel campo della sinistra alternativa c’è anche Sinistra critica…

Sì e, aggiungo, il Comitato No Debito. Entrambi rispondono alla stessa base organizzativa e alla medesima cultura politica. Non mi appartiene l’atteggiamento di chiusura nei loro confronti. Il punto dirimente è chi esercita l’egemonia politica nell’impresa che si vuole costruire. Se questa formazione dovesse contribuire con i propri contenuti critici alla costruzione di un’ampia coalizione politica, il suo apporto sarebbe utile, oltre che interessante. Ma se, invece, la nostra proposta futura, come auspicano alcuni nel Prc, riguardasse una lista comune estesa solamente ad Alba e Sinistra critica, un’operazione del genere non solo non supererebbe lo sbarramento, ma non raggiungerebbe neanche le percentuali della Fds.

Quali sono i passaggi immediati sui quali investire per costruire le relazioni unitarie di cui stiamo parlando?

Ne vedo due. Il primo riguarda le elezioni regionali siciliane. Abbiamo costruito una coalizione unitaria con Sel, Verdi e Idv. È un’operazione politica importantissima perché mette assieme proprio ciò che noi reputiamo necessario aggregare. Se quella competizione elettorale avrà un esito positivo aprirà contraddizioni enormi in quelle forze che oggi resistono nel costruire questa impresa. Avrebbe ripercussioni anche sul quadro politico nazionale. Il secondo passaggio riguarda invece la campagna referendaria. Anche questa è un’operazione che mette assieme le forze dell’alternativa. È importante però ragionare su come si va ai referendum e sulla modalità di rapporto con le altre forze, con Sel e l’Idv, con la Fiom e la Cgil e, persino, con pezzi del Pd. Dobbiamo essere noi i primi a proporre comitati unitari a sostegno dei referendum, in ogni paese e in ogni città. Altro che ognuno a raccogliere le firme per conto proprio! Qui non si tratta di piantare bandierine per dimostrare di aver raccolto, qui e là, qualche firma in più degli altri. L’obiettivo è politico. Questi referendum possono scompaginare il quadro politico odierno, smuovere i giochi fra le forze della sinistra di alternativa.
Per i comunisti e, in generale, per una forza della sinistra la questione del lavoro è un punto discriminante. Ciò vale a maggior ragione nell’attuale congiuntura.
Proprio per questo la condivisione del referendum per la riabilitazione dell’articolo 18  dello Statuto dei lavoratori e la soppressione dell’art.8 del decreto–legge varato ad agosto 2011 dal governo Berlusconi è un passaggio discriminante: sono in gioco tutele basilari a presidio del potere contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro Paese. Il diritto a contrastare per legge un licenziamento senza giusta causa così come l’importanza e il valore della contrattazione collettiva sono conquiste di civiltà che appartengono al patrimonio storico del nostro mondo del lavoro. Su queste cose non si può tergiversare. E se su questo l’attuale governo si è sostanzialmente  allineato a quello precedente, le forze della sinistra  devono rispondere con prese di posizione nette e iniziative conseguenti e politicamente coerenti. Bisognerà pur dire se la stella polare della nostra Carta costituzionale deve restare il lavoro – dunque occupazione e diritti – oppure se nel prossimo futuro il diritto ad un lavoro dignitoso debba diventare una mera funzione degli interessi dell’impresa o la variabile di un ragionieristico calcolo di bilancio. Su questi decisivi punti, l’opposizione al governo Monti non può che essere netta.

Bisogna però riconoscere che al momento esiste uno scarto enorme tra l’obiettivo politico dell’unità della sinistra e l’inefficacia dello strumento di cui disponiamo per costruire quella unità. La Federazione della sinistra – di essa si tratta – è divisa e rischia di dissolversi. Non credi?

La Fds vive il momento più critico della sua vita. Oggi è all’ordine del giorno perfino la sua divisione. Non credo che la gestione di questo soggetto politico fosse facile, però la situazione di stallo in cui si trova oggi era evitabile. Una parte del Prc e del Pdci non ha mai considerato la Federazione come l’inizio di un processo costitutivo di un nuovo soggetto politico, ma soltanto come uno stato di necessità indotto dalle rispettive debolezze. Poiché non si è voluto neanche celebrare un vero congresso per affrontare i nodi, le divergenze si sono persino inasprite. Bisogna fare tutto il possibile per scongiurare una divaricazione della Fds. La strada dell’unità non va solo proclamata, ma praticata con coraggio e decisione. Resto convinto che solo come Federazione si possa riattivare un processo reale di ricomposizione della diaspora comunista a partire dai due partiti più significativi.  Se non riuscissimo a farlo le ripercussioni sarebbero negative per tutti, ma soprattutto per Rifondazione che della Fds è il soggetto principale.

A vent’anni dalla sua nascita è forse doveroso un bilancio di Rifondazione comunista. Questo partito non ha oggi l’autorevolezza o la credibilità o la forza necessaria per far partire davvero un processo di riaggregazione. Perché?

Le premesse sulle quali questo partito è nato vent’anni fa non sono più sufficienti a garantirne l’esistenza. I dati del tesseramento raccontano la storia di un dimezzamento degli iscritti dopo Chianciano, seguito da un progressivo, seppur lento, indebolimento costante della nostra organizzazione. Rifondazione resta comunque l’unico partito a sinistra con un radicamento capillare sui territori – un migliaio di circoli – ancora in grado di organizzare una manifestazione come quella del 12 maggio. Un patrimonio preziosissimo di militanti che però reclama a gran voce di uscire da questa situazione di difficoltà. In genere, quando si affronta il problema della debolezza di Rifondazione, si imputa la causa di tutti i mali all’esistenza delle correnti al suo interno.  Penso siano negative le cordate, le lobby che, pur non avendo nessuna base politica comune, esistono per riprodurre un ceto politico. Quelle vanno soppresse, non certamente le aree politico-culturali che, come Essere Comunisti, hanno sempre portato un contributo al partito, oltre ad averlo difeso in passaggi essenziali. Dobbiamo lavorare per costruire un clima di lavoro unitario all’interno del Prc.  Ma la precondizione dell’unità è che si tenga conto anche dell’opinione altrui. L’unità si realizza quando ci sono opinioni diverse e si trova una sintesi che porti avanti le diversità e le tenga assieme. Non si può invocare l’unità e, nel contempo, lavorare per la divisione. L’area Essere Comunisti non rinuncia a dare il suo contributo a Rifondazione. Lo abbiamo fatto anche quando ci è stata indicata la porta, figuriamoci oggi. Questo però non significa che dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alle nostre difficoltà. Si può decidere di far morire una forza politica in due modi: o sciogliendola, come fece Occhetto con il Pci,  oppure perché la si rende marginale e ininfluente nella società. Una morte per estinzione. Per quanti anni ancora possono andare avanti i compagni che nei territori resistono se non si ricostruisce la nostra credibilità nel panorama politico italiano? La stanchezza e lo scoramento si fanno sentire. È difficile spiegare nei territori il senso della propria esistenza in queste condizioni di marginalità. Non basta alzare la voce per superare le proprie difficoltà. Occorre la modestia, il ragionamento, lo studio della realtà nelle sue sfaccettature, per quella che è e non per quella che noi desideriamo che sia. Mi chiedo se ci siano stati dei passaggi in cui, in questi ultimi anni, abbiamo sbagliato qualcosa. Fatta la scelta di Chianciano non credo che potessimo fare molto di più o di diverso di quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riconoscere che il gruppo dirigente che ha diretto il partito dopo Chianciano ha dovuto affrontare  passaggi terribili. La vicenda di Liberazione e la crisi economica del partito lo hanno costretto a dedicare le proprie energie a problemi che  poco hanno a che fare col lavoro politico. Detto questo, però, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che questo gruppo dirigente  non è riuscito ad affermarsi, ad acquisire autorevolezza, a costruire interlocuzione. Dobbiamo mettere in campo forze più fresche e meno logorate dalle nostre liti e vicende interne. È necessario che venga avanti una nuova leva di giovani. Solo una generazione che viva nelle contraddizioni del presente può avere gli strumenti per cogliere i processi di una realtà che le generazioni precedenti non riescono più a interpretare. Bisogna costruire un nuovo gruppo dirigente all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte, capace di intraprendere un processo unitario a sinistra. Ce la possiamo fare. La proposta di Essere Comunisti non è solo una scelta tattica, ma una strategia per aprire il cantiere di costruzione di una nuova forza politica della sinistra di alternativa in questo Paese. Può sembrare paradossale, ma  sono ottimista. Eviterei di di vedere la politica in modo statico. Nello scenario italiano è tutto in movimento. Noi dobbiamo lavorare per modificare i contesti e le situazioni. Non è immaginabile che in Italia la partita si chiuda con un Pd di questa specie e con nient’altro alla sua sinistra. L’Idv e Sel sono due soggettività importanti, ma che vivono una collocazione contraddittoria, basta pensare ai riferimenti internazionali.  Si dovrà costituire necessariamente anche nel nostro Paese  una forza che si batterà per l’alternativa piuttosto che per l’alternanza. Esiste in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Olanda, in Grecia, nella Repubblica Ceca. A noi tocca il compito di lavorare affinché nasca anche in Italia.

P.s. Per chi fosse interessato a leggere diversi interventi che sono stati svolti nella assemblea di Essere Comunisti:  http://www.esserecomunisti.it/?page_id=47393

8 ottobre 2012, Intervista a cura di Tonino Bucci pubblicata sul numero 29-30 di Essere comunisti

Posted in Partito Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Enter Google AdSense Code Here

Comments are closed.