Primarie regionali: PD sempre più a destra. Pronti a creare un’alternativa

January 12, 2015 by  
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Come avevamo previsto, decidendo di non partecipare, le Primarie si sono rivelate uno scontro senza esclusione di colpi all’interno del PD che ci consegnano un Partito Democratico sempre più spostato a destra sia per le posizioni politiche espresse sia per il voto esplicito di settori del centrodestra. In questi mesi Rifondazione Comunista, invece, ha dialogato con forze, singoli e associazioni che si muovono a sinistra. Oggi intende proseguire e rafforzare quel percorso per creare una proposta alternativa, diversa nei metodi e nei programmi, capace di coinvolgere sia quanti si sono sempre dichiarati contrari ad ogni rapporto col PD sia quanti, pur recandosi ai seggi, non possono accettare la parole della Ministra Pinotti che, nel ricordare che il “Nuovo CentroDestra è alleato di governo”, ha fatto intendere che sia possibile una riproposizione dell’asse Renzi-Alfano su scala regionale. Rifondazione ha la possibilità di contribuire all’unione della sinistra ligure.

MARCO RAVERA segretario regionale di Rifondazione Comunista

Reddito minimo, consegnata proposta di legge popolare. Il comitato incontra Laura Boldrini. Prc: Il Parlamento lo approvi subito!

April 16, 2013 by  
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Reddito minimo, consegnata proposta di legge popolare. Il comitato incontra Laura Boldrini. Prc: Il Parlamento lo approvi subito!

Questa mattina, il comitato promotore “Reddito minimo per tutte e tutti” ha consegnato alla Presidenza della Camera dei Deupati le 50.000 firme necessarie per validare la proposta di legge popolare per isitutire anche in Italia il reddito minimo garantito di 670 euro al mese per disoccupati, inoccupati e precariamente occupati con reddito inferiore a 8000 euro annui.

Alla grande campagna di raccolta firme hanno partecipato 170 tra associazioni, sindacati e partiti. Una delegazione di promotori, composta da Antonio Ferraro (Prc), Eleonora Forenza (Forum Donne), Sandro Gobetti e Luca Santini (Bin Italia), Marco Furfaro (Sel), Mapi Pizzolante (Tilt), Valentina Greco (PrecariaMente), ha incontrato la presidente della Camera, Laura Boldrini, chiedendo l’avvio immediato di un iter parlamentare per l’approvazione della legge. La Boldrini ha mostrato tutta la sua sensibilità verso il tema e la sua disponibilità a sostenere l’iniziativa sia formalmente che informalmente. La proposta del reddito minimo garantito è stata “una di quelle che ho portato avanti con più convinzione durante la campagna elettorale. Il vostro sforzo va nella direzione di trovare una soluzione per chi è disperato”. Ha affermato la presidente della Camera, che ha aggiunto: “Capisco e condivido il senso di questa iniziativa”.

Stanchi di aspettare! #Approvatela!

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Stanchi di aspettare! #Approvatela!

Il 15 aprile 2013 consegneremo al Parlamento le oltre 50mila firme raccolte per un REDDITO MINIMO GARANTITO

La campagna per un Reddito minimo Garantito, iniziata a giugno 2012 ha raccolto oltre 50mila firme in tutta Italia, ma dal dicembre 2012 questo Paese non ha ancora un governo politico a cui riferire una istanza come questa.

Ora non possiamo più aspettare!

Non possiamo aspettare i dieci saggi, l’elezione di un nuovo Capo dello Stato, un eventuale altro scioglimento delle camere, altre consultazioni, forse altre elezioni e poi chissà cosa altro ancora!

Dunque siamo stanchi di aspettare e per il rispetto dovuto agli oltre 50mila cittadini e cittadine che hanno firmato, alle 170 associazioni che hanno partecipato, ai milioni di precari e disoccupati che non hanno la garanzia di un reddito minimo, abbiamo deciso che una delegazione rappresentativa della pluralità dei promotori della proposta di legge di iniziativa popolare consegnerà le 50mila firme per l’istituzione del reddito minimo garantito.

Chiediamo sin da ora che la Presidenza della Camera si faccia carico dell’avvio di un procedimento urgente affinché la proposta di legge sia presa al più presto in considerazione, eventualmente indicando da subito una commissione di lavoro ad hoc che studi e approvi questa proposta, aprendo la strada anche a una nuova prassi per cui le proposte di iniziativa popolare non siano mai più dimenticate ma invece discusse e valorizzate.

Chiediamo inoltre ai parlamentari di accogliere ed incontrare la delegazione che porterà le 50mila firme il 15 aprile 2013 a Roma dalle ore 11.00 sotto Montecitorio. Per tutte le eventuali informazioni in merito alla proposta di legge e alla campagna www.redditogarantito.it

La delegazione che presenterà le firme sarà cosi composta:

Tilt – Maria Pia Pizzolante
Comitato per il reddito Liguria – Pier Giorgio Grossi
Precariamente – Valentina Greco
BIN Italia – Luca Santini
European Alternatives – Alessandro Valera
Quinto Stato – Giuseppe Allegri
CILAP EAPN – Nicoletta Teodosi
Diversamente Occupate – Teresa Di Martino
Progetto Diritti – Arturo Salerni
Associazione Ulisse Andria – Vito Ballarino
San Precario Milano
Lucania World – Michele Tricarico
Antigone
Comitato per il reddito Trieste – Julia Filingeri
daSud – Cinzia Paolillo
Leoncavallo – Alessandro Rozza
Libertà e partecipazione Prato – Diego Blasi
Associazione Atdal Over 40 – Stefano Giusti
Comitato Reddito minimo garantito Basilicata – Nicola Magnella
Comitato reddito garantito Napoli Nord – Peppe Vibrato
Direttivo Fp Cgil Belluno – Alberto Domenichini
Sindaco di Rieti – Simone Petrangeli
Sindaco di Cagliari – Massimo Zedda
Consigliere regionale Abruzzo – Maurizio Acerbo
Forum Donne Rifondazione Comunista – Eleonora Forenza
Sinistra Ecologia Libertà – Marco Furfaro
Giovani Comunisti – Anna Belligero
Rifondazione Comunista – Antonio Ferraro

Il dovere di evitare una guerra in Corea

April 12, 2013 by  
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Il dovere di evitare una guerra in Corea

Alcuni giorni fa mi sono riferito alle grandi sfide a cui deve fare fronte oggi l’umanità. La vita intelligente è sorta sul nostro pianeta circa 200 mila anni fa, salvo che nuove scoperte dimostrino altrimenti.

Non si deve confondere l’esistenza di vita intelligente con l’esistenza della vita stessa che, dalle sue forme elementari nel nostro sistema solare, cominciò milioni di anni fa.

Esiste un numero praticamente infinito di forme di vita. Attraverso il sofisticato lavoro dei più eminenti scienziati del mondo è stata concepita l’idea di riprodurre i suoni immediatamente successivi al ‘Big Bang’, la grande esplosione che ebbe luogo più di 13,7 miliardi di anni.

Questa introduzione sarebbe fin troppo lunga se non fosse per spiegare la gravità di un fatto tanto incredibile e assurdo com’è la situazione a cui si è arrivati nella penisola di Corea, in un’area geografica dove vivono quasi 5 dei 7 miliardi di persone che in questo momento abitano il pianeta.

Si tratta di uno dei rischi più gravi di guerra nucleare dopo la crisi dell’ottobre 1962 presso Cuba, cinquant’anni fa.
Nell’anno 1950 in Corea si scatenò una guerra che costò milioni di vite. Solo cinque anni dopo che due bombe atomiche erano scoppiate sulle città indifese di Hiroshima e Nagasaki, che in pochi minuti uccisero e colpirono con radiazioni centinaia di migliaia di persone.

Nella penisola coreana il generale Douglas MacArthur volle utilizzare le armi atomiche contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Nemmeno uno come Harry Truman glielo permise.

Secondo quanto riportato, la Repubblica Popolare Cinese perse un milione di valorosi soldati per impedire che un esercito nemico si installasse nella frontiera di quel paese con la sua Patria. L’URSS, da parte sua, fornì armi, appoggio aereo, aiuti tecnologici ed economici.

Ebbi l’onore di conoscere Kim Il Sung, una figura storica, di grande valore e rivoluzionaria.

Se scoppia una guerra là, i popoli delle due parti della penisola saranno terribilmente sacrificati, senza beneficio alcuno per nessuno di loro. La Repubblica Popolare Democratica di Corea sempre fu amica di Cuba, cosí come Cuba lo è stata sempre e continuerà ad esserlo con essa.

Ora che ha dimostrato i suoi progressi tecnici e scientifici, le ricordiamo i suoi doveri con i paesi che sono stati suoi grandi amici, e non sarebbe giusto dimenticare che una guerra del genere colpirebbe in modo significativo a più del 70 % della popolazione del pianeta.

Se scoppiasse là in Corea una guerra così, il governo di Barack Obama nel suo secondo mandato rimarrebbe sepolto da un diluvio di immagini che lo presenterebbero come il personaggio più sinistro della storia degli Stati Uniti. Il dovere di evitare tutto questo è anche suo e del popolo degli Stati Uniti.

 

Fidel Castro Ruz

 

4 aprile 2013

CPN – Claudio Grassi

March 11, 2013 by  
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Intervento di Claudio Grassi al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione

 

Sul dato elettorale, per questioni di tempo, non mi dilungo. Il dato più clamoroso è la vittoria del Movimento Cinque Stelle. Non perde neppure Berlusconi, per molti versi sorprendentemente, mentre perde il Pd e anche la coalizione centrista di Monti. Siccome perde chi avrebbe dovuto vincere (un’alleanza praticamente già pronta tra Bersani e Monti) la mia previsione è che ora ci sarà una grande instabilità, nel Parlamento e anche nel Paese.

Perde anche Sinistra Ecologia Libertà. la scelta di Nichi Vendola di tornare in Puglia è la cifra di questo insuccesso. Sel infatti non riesce a raccogliere voti dal nostro insuccesso, ma nemmeno dal calo del Pd e dal richiamo del voto utile ad una sinistra di governo. Tuttavia Sel elegge 44 parlamentari, grazie anche ad una legge elettorale ignobile: e questo dato non va né rimosso né sottovalutato. Sel non ha un buon risultato tuttavia non perde come noi, perché da sola conquista un milione di voti, mentre i nostri quattro partiti uniti e insieme a quel pezzo di società civile che ha scelto di impegnarsi con Rivoluzione civile raccolgono 780mila voti.

 

In quella parte di sinistra si aprirà ora un dibattito, come si vede dalle considerazioni che svolge per esempio Fulvia Bandoli, che noi non solo dobbiamo seguire, ma abbiamo il dovere di cercare di influenzare.

Non ho il tempo, ma non sottovaluterei neppure cosa potrà succedere all’interno del Pd sull’onda di un declino della gestione Bersani e di una vittoria di Renzi e, quindi, di un possibile scontro di questi con il gruppo che ha sin qui sostenuto Bersani.

Ad ogni modo è il momento di parlare di noi. Nelle conclusioni dello scorso comitato politico nazionale ricordo che Paolo Ferrero disse: “ci vedremo dopo le elezioni. Se supereremo lo sbarramento discuteremo con calma cosa fare per consolidare e rafforzare il partito e la coalizione. Viceversa, se non supereremo lo sbarramento, ci saranno immediatamente all’ordine del giorno le dimissioni del gruppo dirigente e la convocazione del congresso straordinario”.

Io che ho condiviso quella affermazione la penso ancora così. Perché? Perché è evidente che in questo dato, in questo 2 per cento, misuriamo tutta la sconfitta di una scommessa che questo gruppo dirigente e questa maggioranza avevano avviato cinque anni fa a Chianciano. Ma davvero vogliamo occultare gli insuccessi intermedi ottenuti alle tornate elettorali tra Chianciano ed oggi? Il voto delle Europee, gli insuccessi della Fds (che è stata sciolta senza neppure un atto formale di scioglimento), il voto delle regionali, gli iscritti al partito che calano. Tutti questi insuccessi li abbiamo compressi con l’obiettivo delle elezioni politiche.

Ma fallito, ora, anche questo obiettivo non vedo cosa debba succedere ancora per prendere atto che dobbiamo cambiare il gruppo dirigente e ridefinire una nostra proposta politica.

Vedo invece che la reazione è un indietreggiamento, il rinchiudersi in una difesa rassicurante di quello che è rimasto. Ma questo è il modo migliore per fare morire quello che è rimasto poiché non gli diamo subito una prospettiva chiara!

Anzi, gli diciamo, ci diciamo: sai cosa c’è? Avviamo un percorso che dura un anno in cui il gruppo dirigente che si è dimesso rimane al suo posto e intanto facciamo riunioni di circolo, di federazione, regionali, poi alcuni seminari e poi un congresso. Inoltre aggiungiamo organismi nuovi ai tanti che abbiamo già, incarichiamo una commissione politica per nove mesi e i segretari regionali e federali come struttura a parte, aggiuntiva. Ma vi rendete conto?

E magari questa proposta iperburocratica e macchinosa la sostiene chi guarda con interesse alle innovazioni introdotte nel fare politica dal Movimento Cinque Stelle!

Un partito che è riuscito a portare 300mila voti alla lista Rivoluzione civile (i dati sono dell’Istituto Cattaneo) decide di congelare per 9 mesi le proprie decisioni? E mentre noi facciamo questo ad aprile Alba si riunisce, a maggio lo farà la Fiom, con un’assemblea nazionale aperta a tutta la sinistra e poi avremo la campagna elettorale per le amministrative e non è neppure escluso che ci siano nuove elezioni! Io penso che questa strada accentuerà le nostre difficoltà.

Purtroppo però questa nostra obiezione anziché essere contestata nel merito viene contestata con due spauracchi. Il congresso – si dice – non serve e non si deve fare perché è una conta, una lotta fratricida, una resa dei conti! Una conta di cosa? Il congresso in un partito politico è la forma massima di democrazia e di partecipazione! Per quanto mi riguarda mi sono distinto in tre congressi di Rifondazione. Nel 2002 a Rimini con quattro emendamenti (tra cui uno che contestava che l’imperialismo non ci fosse più), nel 2005 a Venezia dissentendo sulla partecipazione al governo Prodi, nel 2008 a Chianciano contro il superamento del Prc. Io sono contento di averlo fatto! Voglio avere la possibilità di farlo ancora in futuro se sarà necessario senza essere criminalizzato!

E voglio che sia consentito ad altri di farlo senza che si sentano messi sul banco degli imputati! E voglio anche dire – siccome qui, agitando il secondo spauracchio, si parla delle aree come se chi le ha fatte lo avesse fatto per una questione di posti – che gli emendamenti del 2002 li pagammo con il dimezzamento della nostra presenza in segreteria e il documento del 2005 (e penso di poter dire che avevamo ragione!) lo pagammo ottenendo 4 parlamentari su 68 pur costituendo il 30% del partito!

Sapete cosa c’è? Le aree si superano non perché si chiudono d’ufficio, quello è il modo migliore per compattarle e farle crescere, ma solo se chi ha in mano il partito crea una situazione di reale condivisione delle scelte politiche e della gestione. Se dopo cinque anni di appelli al superamento delle aree ciò non è avvenuto, non serve metterle sul patibolo. Forse chi ha lanciato quella proposta dovrebbe domandarsi se i suoi comportamenti sono stati coerenti con le cose dette oppure no!

Che fare, allora?

Vista la gravità della situazione dobbiamo dare un segnale di svolta e di cambiamento. Questo segnale deve andare in due direzioni. Da una parte occorre un ricambio immediato dei gruppi dirigenti. Non esiste nessun partito politico che dopo un numero così significativo di insuccessi non abbia dato vita ad un ricambio. Dall’altra parte dobbiamo metterci a disposizione subito, aprendo un dialogo con tutti i soggetti politici e sociali, sindacali, di movimento che stanno a sinistra del Pd, per iniziare il percorso che porti alla costruzione della sinistra alternativa, all’interno della quale fare vivere e crescere il patrimonio ideale, politico e umano di Rifondazione comunista e dei comunisti.

Dobbiamo affrontare di petto questo problema, subito. Ci sono le condizioni per farlo unitariamente, altro che congresso di conta! Penso che lo dobbiamo fare proprio per dare un segnale netto, di fiducia e di prospettiva, alle compagne e ai compagni che con grande generosità sono rimasti al nostro fianco in tutti questi anni.

 

Questa è la breve dichiarazione di voto che ho fatto prima della votazione dei documenti.

Alla fine di questo Cpn si voterà un documento dove si propone che la segreteria resti in carica fino al congresso. Volevo dire prima del voto che – qualsiasi sia l’esito del voto stesso – non ritengo sia giusto che io continui a farne parte. I compagni e le compagne della segreteria sanno che già prima del congresso di Napoli avevo chiesto di non essere riproposto, ma mi venne chiesto di rimanere almeno fino alle elezioni. Accettai, anche se non ero convinto. Faccio parte della Segreteria nazionale di Rifondazione ( a parte un breve periodo dal 2006 al 2008), dal 1995. Già il periodo è stato lunghissimo e se a ciò  si aggiunge questo disastroso risultato elettorale, penso che le dimissioni immediate siano dovute. Questo non mi impedirà assolutamente di continuare a dare, come ho sempre fatto (bene o male non sta me giudicare, di sicuro con tanta passione), il mio impegno totale per Rifondazione e per la costruzione – anche nel nostro Paese come in tutta Europa –  della sinistra alternativa.

CPN – intervento conclusivo di Ferrero

March 11, 2013 by  
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conclusioni di Paolo Ferrero al CPN del 9-10 marzo 2013

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CPN 9-10/03/13 – documento

March 11, 2013 by  
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Documento APPROVATO dal Comitato Politico Nazionale del 9 e 10 marzo 2013

Il CPN del PRC esprime il proprio ringraziamento a tutti i compagni e le compagne che si sono impegnati con generosità e passione anche in questa difficilissima campagna elettorale, dimostrando che Rifondazione Comunista rimane una risorsa imprescindibile per la sinistra e la democrazia in Italia, un patrimonio umano e politico il cui valore nessuna soglia di sbarramento antidemocratica può cancellare.

Va riconosciuto il fallimento del tentativo di Rivoluzione Civile che non è riuscita a diventare il punto di riferimento per la domanda di cambiamento e la protesta di milioni di elettori. Hanno contribuito alla sconfitta elettorale sicuramente limiti soggettivi nostri e dei nostri interlocutori e alleati. In particolare il ritardo e la conseguente rapidità nel configurare lo stesso progetto ne hanno impedito una costruzione democratica e partecipata. Non va sottovalutato che la collocazione in alternativa al PD per il PRC era una scelta maturata da tempo e unanimemente condivisa all’interno, mentre per gli altri soggetti politici della lista si è trattato di uno sbocco obbligato a causa della chiusura del PD nei loro confronti. La stessa esperienza della Federazione della sinistra si era arenata sul nodo dell’alleanza con il PD. Anche un processo partecipato come quello apertosi con l’appello “Cambiare si può” è giunto troppo tardi per poter determinare un percorso condiviso di costruzione unitaria dal basso. Rivoluzione Civile, che pure avrebbe dovuto coniugare questione morale e questioni sociali ed economiche, non è riuscita a definire e a presentarsi con un profilo e un’identità forti dentro la campagna elettorale in cui sia la crisi economica che il rifiuto di una politica corrotta sono stati temi centrali.

L’esito elettorale, da cui esce vincente il movimento di Beppe Grillo, ha determinato un terremoto politico che fotografa una fortissima crisi di legittimazione dell’intero sistema dei partiti come articolatosi durante il ventennio del bipolarismo.
Il segno politico del voto è quello del rifiuto delle politiche di austerità e di bocciatura dei partiti che hanno sostenuto il governo Monti, la cui ombra ha ipotecato e pregiudicato anche la possibilità di affermazione di un centrosinistra che si è candidato a proseguire con più equità quell’impianto rigorista dettato dalla BCE. La stessa parziale tenuta di Berlusconi può essere spiegata con la paura da parte di ampi settori sociali storicamente rappresentati dal centrodestra, in particolare piccole imprese e lavoro autonomo, di diventare il bersaglio di un nuovo governo rigorista.
Il risultato di fondo che ci consegna il voto è lo scardinamento del bipolarismo che non possiamo che salutare positivamente ma senza nasconderci possibili involuzioni del quadro. Se la sconfitta dell’ipotesi di un governo Bersani-Monti costituisce un dato positivo, non possiamo escludere il profilarsi di una risposta conservatrice al terremoto in termini di blindatura ulteriore del sistema politico attraverso l’introduzione del doppio turno e del presidenzialismo. La stessa mancata vittoria del PD potrebbe produrre un ulteriore spostamento a destra dell’asse programmatico, mascherato da ringiovanimento della classe dirigente. Dentro questo quadro va rilanciata la nostra battaglia per il proporzionale e l’urgenza di risposte a un’emergenza sociale senza precedenti.
L’incalzare e l’approfondirsi della crisi e il malcontento suscitato dalle misure assunte per contrastarla, tanto inique quanto inefficaci, hanno determinato nel contesto italiano un rivolta dell’elettorato che si è espressa però non sul terreno della lotta di classe ma su quello della contrapposizione dei cittadini contro la casta.
A determinare questa dilagante percezione di massa non è stata soltanto la indubbia capacità comunicativa e “diversiva” di Grillo, ma le caratteristiche specifiche della situazione italiana a partire da una corruzione sistemica, una questione morale che i partiti non hanno voluto affrontare in termini di autoriforma, un clima di delegittimazione del Parlamento e della politica alimentato dagli stessi media dei “poteri forti”, la pervasività del lungo discorso antipolitico berlusconiano, il disarmo culturale agito dalla stessa sinistra di governo.
Ha pesato fortemente l’anomalia italiana di un mancato sviluppo del conflitto sociale di fronte al dispiegarsi di uno stillicidio di provvedimenti antipopolari.
Non può essere taciuta la responsabilità in tal senso di sindacati come Cisl e Uil che hanno coperto persino la strategia di Marchionne, ma anche la linea del gruppo dirigente della Cgil (con significative eccezioni a partire dalla Fiom) condizionata dal suo rapporto con un PD che sosteneva il governo Monti. La mancanza di ondate di movimenti di lotta paragonabili a quelle degli altri Paesi europei impone anche a noi e al resto della sinistra antiliberista una riflessione. Al tempo stesso impone la ripresa di una iniziativa del partito in sinergia con i movimenti a partire dalle prossime scadenze delle manifestazioni No Tav e No Muos.
Non va mai dimenticato che la nostra sconfitta è l’ultimo capitolo di una sconfitta più grande e storica che è quella del movimento operaio e di processi di atomizzazione sociale di lungo periodo che abbiamo da tempo analizzato e vissuto sulla nostra pelle, ma rispetto ai quali non siamo riusciti a determinare un’inversione di tendenza. Le nostre responsabilità soggettive si iscrivono dentro questo quadro.

Negli ultimi cinque anni abbiamo difeso con dignità e orgoglio Rifondazione Comunista. Il progetto intorno al quale ci siamo impegnati contemplava il rilancio del partito e la costruzione dell’unità della sinistra d’alternativa. Non possiamo non constatare che nessuno di questi obiettivi è stato conseguito. Il quadro di difficoltà dentro il quale abbiamo sviluppato la nostra iniziativa politica non ci esime certo da una riflessione senza reticenze sui nostri limiti, errori, insufficienze.

Si rende indispensabile aprire una fase di riflessione e confronto per ridefinire il ruolo di Rifondazione Comunista, con la consapevolezza che siamo di fronte alla chiusura del ciclo di Rifondazione per come l’abbiamo conosciuta e che sia ineludibile la necessità di rimetterci in discussione.
Ripensare il ruolo del Prc non implica rinunciare al progetto della Rifondazione Comunista ma cercare di individuare le strade per rilanciarlo sul piano dell’elaborazione teorica e programmatica, della pratica sociale, del radicamento, dell’organizzazione, della relazione con tutto ciò che si muove al di fuori di noi.
La sconfitta di Rifondazione e del complesso della sinistra radicale, che dentro la più grave crisi del capitalismo non sono riuscite in Italia a diventare punto di riferimento dell’ampio malcontento e del disagio sociale, costringe tutte le culture politiche e le esperienze organizzate a mettersi profondamente in discussione e ad attivare un processo di ricomposizione che non può essere riproposto in forme pattizie che non coinvolgono anzi accentuano l’ostilità e la diffidenza assai diffuse nei confronti dei partiti.

La profondità della sconfitta, nonostante la gestione unitaria del partito e una ampia condivisione della linea, impone un percorso di confronto ed elaborazione collettiva fondato sull’ascolto reciproco e sul coinvolgimento dell’intero corpo del partito a partire dal livello territoriale.
La riflessione che vogliamo collettiva non va ristretta entro le forme congressuali e della logica delle mozioni, ma sviluppata attraverso seminari tematici, assemblee territoriali, l’utilizzo di internet, coinvolgendo gli iscritti e con l’apertura al contributo di compagni della sinistra e dei movimenti. Sviluppare l’orizzontalità e partire dai contenuti sono due aspetti fondamentali per rendere fecondo e non rituale il percorso.

Lo stesso risultato del voto non smentisce l’asse della nostra battaglia politica di questi anni e neanche la collocazione difficile che abbiamo scelto nelle ultime elezioni. Milioni di elettori hanno scelto una proposta politica di rottura netta con il bipolarismo e che non si presentava come moderata. Al di fuori e contro il bipolarismo lo spazio si è allargato enormemente ma non è stata Rivoluzione Civile a occuparlo.

Rifondazione Comunista rimane e resta valida l’esigenza di costruire una sinistra antiliberista unita e autonoma dal centro-sinistra, alternativa rispetto alle degenerazioni del sistema politico.
Rifondazione Comunista da tempo è cosciente della sua non autosufficienza e quindi della vitale necessità della ricomposizione della sinistra di alternativa come in tutta Europa.
I successi recenti delle formazioni aderenti al Partito della Sinistra Europea ci dicono che è possibile uscire dalla marginalità senza rinunciare alla radicalità, alla coerenza sui contenuti e a una posizione di alternativa e di indipendenza rispetto a partiti di centrosinistra che hanno fatto proprie le politiche neoliberiste. Si tratta ora di compiere un salto di qualità dando impulso ad un percorso nuovo e unitario di rilancio e rinnovamento dell’intera sinistra di alternativa.
L’esperienza di questi anni e degli ultimi mesi ci induce a ritenere non riproponibili pratiche ‘pattizie’ e quindi a rilanciare la centralità della democrazia e del principio “una testa un voto” come metodo indispensabile per la costruzione di una nuova soggettività politica unitaria della sinistra e dei movimenti sociali antiliberisti, ambientalisti, contro la guerra.

L’apertura della discussione a tutti i livelli sull’esito elettorale, sulle prospettive del partito, sulla necessità di un suo rinnovamento (in primo luogo delle pratiche, delle modalità di intervento e dei gruppi dirigenti, anche sul piano generazionale) e sul futuro della sinistra non deve bloccare l’operatività del partito e l’iniziativa politica, a partire dalle prossime elezioni amministrative e da una forte partecipazione alle prossime scadenze di mobilitazione.

Al fine di coniugare il più ampio dibattito e il proseguimento dell’attività del partito il CPN individua i seguenti impegni:

– Partecipazione alle manifestazioni No ponte il 16 marzo, il 16 marzo a Firenze manifestazione antimafia, la mobilitazione No Tav il 23 marzo e quella No Muos il 30 marzo.
– Convocazione attivi di circolo e di federazione
– Convocazione dell’assemblea nazionale dei segretari di circolo e di federazione
– Convocazione periodica della riunione dei segretari regionali e di federazione
– Convocazione della conferenza programmatica entro il mese di luglio
– Convocazione del congresso straordinario nazionale entro novembre.
– Elezione della commissione politica per la stesura del documento congressuale e avviamento del percorso di approfondimento e dibattito anche attraverso seminari tematici nazionali e territoriali,
– La segreteria nazionale rimane in carica per garantire il proseguimento dell’iniziativa politica del partito e della gestione amministrativa fino al congresso.

documento approvato con 78 voti favorevoli

la votazione del dispositivo è avvenuta per parti separate, gli ultimi tre punti sono stati approvati con 43 voti a favore, 23 contrari, 2 astenuti

dalla segreteria regionale

March 5, 2013 by  
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Genova, 2 marzo 2013

La Segreteria regionale ligure di Rifondazione Comunista, si é riunita il 27 febbraio per una prima valutazione del risultato elettorale.
Alla riunione erano presenti i Segretari di tutte le Federazioni della Liguria.

La Segreteria regionale vuole innanzitutto ringraziare i compagni e le compagne che con generosità anche questa volta si sono impegnati a fondo in una campagna elettorale difficile.

Di fronte all’esito del voto e alla pesante sconfitta della lista di Rivoluzione civile, é necessario che si apra nel Partito e nella sinistra una discussione profonda e di ampio respiro.

In considerazione del fatto che i giorni 9 e 10 marzo si terrà la riunione del Comitato Politico Nazionale, la Segreteria regionale convoca per mercoledì 13 marzo la riunione del Comitato Politico Regionale al quale rimetterà il proprio mandato con l’intento di favorire l’avvio di un confronto franco, libero e dagli esiti non precostituiti.

 

La Segreteria regionale ligure del Prc.

Tutto il CPN di Rifondazione: Alternativi a Monti, ma unitari

November 18, 2012 by  
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Tutto il CPN di Rifondazione: Alternativi a Monti, ma unitari

Pubblicato Domenica, 18 Novembre 2012 20:42


Si è svolto il 17 e 18 novembre il comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista. Pubblichiamo il documento votato a larga maggioranza. Di seguito i  due documenti respinti.

Costruire un movimento di massa contro le politiche di austerità, la lista unitaria di sinistra e uscire dalla Seconda repubblica
Un anno fa Monti veniva chiamato dal presidente Napolitano a formare il governo, sollevando grandi aspettative di cambiamento anche in ampi strati popolari. In controtendenza, abbiamo da subito espresso la nostra opposizione a questo governo, espressione dei poteri forti. Ad un anno di distanza vediamo confermato il nostro giudizio negativo su questo governo: le politiche di austerità del governo Monti hanno aggredito pesantemente il welfare e i diritti sociali, aggravato la crisi economica, l’ingiustizia sociale e la crisi sociale del paese. Questo è un governo non solo antipopolare e antioperaio ma sta impoverendo l’Italia trasformandola in un protettorato dei potentati europei.
La portata strategica dei provvedimenti presi dal governo ne confermano il carattere costituente: dalla manomissione dell’articolo 18 alla “riforma” delle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione fino all’approvazione del Fiscal Compact e al taglio strutturale della spesa sociale contenuta nella spending review. Questi provvedimenti vanno oltre la situazione contingente e predeterminano – se non aboliti – il quadro in cui dovranno agire i governi dei prossimi anni. Queste misure si sommano a quanto già fatto da Berlusconi – pensiamo solo all’articolo 8 – e determinano un quadro strutturale di recessione economica, precarietà e disoccupazione, privatizzazioni, uniti ad un attacco frontale al welfare, al diritto allo studio e ai diritti dei lavoratori e del sindacalismo di classe. Il governo Monti ha quindi tracciato una strada di destra destinata a perdurare negli anni. Il tratto costituente del governo non è quindi affidato alla permanenza di Monti alla Presidenza del governo anche dopo le elezioni – ipotesi che i potentati finanziari, economici e dell’informazione, propongono esplicitamente – ma ai provvedimenti già assunti e votati da PD, PDL e UDC.
La forza del governo Monti è certo da ricercare nel sostegno dei principali partiti e mezzi di informazione, ma si fonda sull’utilizzo del discorso economico come vero e proprio principio ordinatore del discorso pubblico, come ideologia dominante. Il governo attraverso il discorso economico spaventa il popolo e genera volutamente la paura del disastro, parallelamente le ricette per affrontare questo disastro incombente vengono presentate come oggettive, una medicina amara ma obbligatoria per evitare la catastrofe: There is no alternative, come diceva la signora Thatcher. L’intreccio tra questi due elementi – la paura e il carattere necessitato delle ricette economiche – ha colonizzato l’interno universo della comunicazione politica e – in assenza di una iniziativa sindacale adeguata – ha prodotto un pesantissimo arretramento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nella relativa assenza di conflitto sociale.
Il governo viene ovviamente rafforzato dal fatto che le istituzioni dell’UE si muovono nella stessa direzione e quindi forniscono una legittimazione esterna all’azione del governo. Lo stesso governo socialista francese, nonostante le promesse in campagna elettorale, ha ratificato il Fiscal Compact e i provvedimenti connessi senza alcuna modifica, contribuendo così al potenziamento delle politiche neoliberiste. Addirittura le sciagurate politiche europee vengono presentate come una mediazione tra i tedeschi – presentati come i cattivi – e Monti che viene dipinto come il paladino dei popoli latini.
Il tutto produce una miscela assai potente, una specie di Cesarismo a legittimazione economica, che giustifica tutto a partire dalla gravità della situazione, Cesarismo economico che oltre a produrre recessione e distruzione dei diritti sociali e del welfare, corrode in profondità la democrazia. Se la politica è l’arte della scelta, il governo Monti e non altri rappresentano il concentrato dell’antipolitica, della distruzione della politica e della democrazia.
Sulla base di queste considerazioni è del tutto evidente che la sconfitta del montismo non può avvenire per puro accumulo di contraddizioni sulle singole misure assunte dal governo. E’ sempre più facile trovare persone in totale dissenso sui singoli provvedimenti del governo che ritengono però complessivamente necessaria l’azione del governo. Non riuscendo a darsi una spiegazione alternativa di cosa sta succedendo e non avendo a disposizione una proposta complessivamente alternativa, il dissenso verso il governo è particulare ma non generale. Così come la sconfitta del montismo non può essere affidato alla vittoria del centro sinistra, che è indisponibile a mettere in discussione le scelte sin qui operate, a partire dall’articolo 18, dal pareggio di bilancio e dall’applicazione del Fiscal Compact.
La sconfitta del montismo – che per le ragioni che abbiamo sopra delineato è un compito che va ben oltre le prossime elezioni – e richiede una azione che si collochi al suo livello: occorre quindi decostruire e demistificare l’analisi della crisi e il carattere necessitato delle risposte. Fornire obiettivi percepiti non solo come giusti ma anche praticabili, come un alternativa possibile. Avanzare una proposta compiuta di uscita dalla crisi basata non sul rigore ma sulla redistribuzione: della ricchezza, del lavoro, del potere. La crisi non è infatti frutto di scarsità ma di una cattiva distribuzione di ricchezze, lavoro e potere. Occorre attraversare le lotte a partire da questa chiara prospettiva alternativa e su questa base operare per la loro unificazione non solo sociale ma politica e culturale. Dobbiamo quindi proporre una prospettiva politica di uscita dalla crisi che è oggi economia, sociale, culturale e morale nella consapevolezza che questo significa riportare il paese nella democrazia, cioè rimettendo al centro del dibattito politico la possibilità di scegliere, superando lo stato di eccezione con cui oggi il governo giustifica le sue scelte presentate come obbligate.
La crisi della politica e della II repubblica
In questo contesto, caratterizzato dal governo tecnico presentato come il salvatore della patria, è venuta a maturazione una crisi verticale della legittimità della rappresentanza politica. Da anni il tema della casta, dei privilegi e delle ruberie dei “politici” è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica ma in quest’ anno il processo ha assunto una caratteristica irreversibile. Monti non è solo presentato come una valida alternativa alle ruberie dei politici ma anche come il buon padre di famiglia che è costretto a riportare il popolo italiano sulla retta via dopo che i partiti hanno fatto – pur di ottenere facili consensi nell’ambito della democrazia – una cattiva politica basata sugli sprechi e sulla spesa facile. In questo quadro i partiti vengono considerati l’elemento degenerato di una gestione della cosa pubblica che ha però la radice del male proprio nel meccanismo democratico della rappresentanza.
L’esito di questi processi in cui la crescita della sofferenza sociale è scissa dalla costruzione di soggettività consapevole e si impasta invece con il senso comune che si è sedimentato, lo si è visto appieno nelle elezioni siciliane, che evidenziano un vero e proprio passaggio di fase: la crisi verticale della seconda repubblica. Il 52% di astensioni ed il 7% di schede bianche e nulle, uniti ai voti dati alla lista Grillo parlano di uno scollamento completo tra il paese e le istituzioni. La crisi della rappresentanza si intreccia alla crisi economica e alle politiche che la stanno aggravando, determinando un quadro di vera e propria crisi sistemica: economica, sociale ed istituzionale.
Il segno dominante della seconda repubblica è stata l’adozione di politiche neoliberiste che hanno dominato l’arco dell’intero ventennio. Ad esse è stata funzionale la ristrutturazione dei poteri e del sistema politico e istituzionale. Se da un lato si è volutamente indebolito il potere dei decisori pubblici a favore dei detentori del potere economico e finanziario, dall’altro il bipolarismo ha operato per espungere dalla sfera della rappresentanza il conflitto sociale e le possibilità della trasformazione. Sono questi i processi all’origine della crisi della politica, oggi percepita come impotente rispetto ai grandi poteri economici ed anzi demolitrice nella sostanza dei diritti dei cittadini.
In questo contesto, il permanere e l’accrescersi dei privilegi legati all’esercizio della funzione di rappresentanza, hanno determinato un radicale discredito della funzione politica. Questo interroga anche noi perché dobbiamo prendere atto che non siamo complessivamente percepiti come esterni a questo problema. Questo ci pone la necessità di un salto di qualità nell’iniziativa e nella proposta politica.
Il carattere costituente del governo Monti si esercita quindi non solo nell’assolutizzazione delle politiche neoliberiste ma anche nella delegittimazione dei fondamenti democratici della Repubblica.
La crisi sociale e la ripresa del conflitto
La situazione sociale del paese si è profondamente aggravata, con un aumento della disoccupazione, della precarietà ed in generale con una riduzione del tenore di vita che per gli strati popolari assume aspetti drammatici. Il taglio delle prestazioni sociali e l’attacco all’istruzione pubblica aggravano pesantemente questa situazione determinando un clima di incertezza quando non di disperazione.
Questa situazione che per lungo tempo è peggiorata senza dar luogo a significativi conflitti sociali, comincia oggi a scongelarsi. La manifestazione del 27 ottobre è stato un primo momento di positiva mobilitazione a cui è seguita la mobilitazione del popolo della scuola pubblica e del 14 in occasione della giornata di mobilitazione europea. La stessa contestazione che i ministri del governo Monti subiscono ad ogni iniziativa pubblica dice di un cambio di clima, in cui dalla rassegnazione si comincia a passare alla lotta. In particolare va sottolineata l’enorme partecipazione studentesca alle manifestazioni del 14. Si tratta di una nuova generazione che si mobilita nella chiara percezione che le politiche che vengono agite siano complessivamente contro di loro: lo sono sul terreno dell’attacco della scuola pubblica, sul terreno della precarietà del lavoro e su quello dell’occupazione. L’iniziativa studentesca e gli episodi di conflitto – anche duro – del mondo del lavoro – sono segnali importanti, perché parlano di un possibile cambio di fase e possono costituire l’innesco di un movimento di massa contro le politiche di austerità.
Il punto fondamentale è che oggi non esiste – in virtù delle dinamiche sopra richiamate – un punto di riferimento sindacale e politico che possa per autorevolezza e forza organizzata agire da catalizzatore immediato di questo disagio che inizia ad esprimersi in conflitto. La stessa vicenda delle elezioni siciliane segnala – per quanto ci riguarda – la nostra inefficacia nel proporre un progetto politico alternativo tanto al consociativismo neo centrista quanto all’invettiva grillina.
La nostra proposta:
Per contribuire alla costruzione di un movimento di massa contro il neoliberismo e ad uno sbocco di alternativa al conflitto medesimo, il CPN di Rifondazione Comunista avanza quindi le seguenti proposte:
1) Ci poniamo l’obiettivo di chiudere il ventennio devastante della seconda repubblica: quello dell’attacco alla Costituzione, dell’eutanasia della politica, della distruzione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori e del contemporaneo costruirsi di privilegi di casta di un ceto politico sempre più inutile quando non dannoso. Noi proponiamo un nuovo corso sociale, politico e istituzionale che rovesci compiutamente questi elementi e che affondi le sue radici nella Costituzione repubblicana, nei valori di uguaglianza e nel riconoscimento del carattere progressivo del conflitto sociale che la informano. Che si basi sulla ricostruzione di una memoria del nostro paese, che all’opposto delle vulgate correnti, identifichi nei momenti di sviluppo dei diritti del lavoro, del welfare e dei diritti civili, nel dispiegamento del conflitto sociale, la fase più progressiva della storia della repubblica nata dalla resistenza.
Il ribaltamento delle politiche neoliberiste, l’uguaglianza nei diritti sociali si coniuga per noi alla proposta politico istituzionale che si basa sulla piena attuazione del dettato costituzionale:
– La lotta per il proporzionale cioè per l’uguale valore dei voti nella sfera della rappresentanza, deve intrecciarsi allo sviluppo della democrazia diretta e partecipativa, perché dalla crisi del bipolarismo presidenzialista si esca attraverso il ripristino della rappresentanza reale del paese e attraverso una maggiore partecipazione dal basso.
– L’abolizione dei privilegi della politica e la riduzione degli emolumenti, deve essere strumento per rimettere in connessione la condizione materiale di rappresentati e rappresentanti, e riconquistare la politica intesa come passione e progetto collettivo.
– La messa in discussione degli attuali processi di unificazione europea che hanno alla loro base la costituzionalizzazione delle politiche neoliberiste e l’azzeramento della sovranità popolare e democratica dei paesi più deboli. L’ipotesi di un passaggio da questa Europa dei mercati ad una Europa politica e democratica è priva di fondamento. La strada per la costruzione di una Europa democratica passa necessariamente per la messa in crisi di questa Europa segnata dal dominio dalle élites economiche e finanziarie. Noi proponiamo la messa in discussione unilaterale dei trattati a partire dal Fiscal Compact che distrugge il welfare, impoverisce il paese e distrugge ogni sovranità democratica dei popoli.
La costruzione di un nuovo corso sociale, politico e istituzionale passa quindi per la ripresa dello spirito e della lettera della Carta Costituzionale, per la ricostruzione della sovranità popolare, per la messa in discussione dei privilegi legati all’esercizio della funzione di rappresentanza politica e per la sostituzione delle politiche di austerità con politiche pubbliche di redistribuzione del reddito e di riconversione ambientale e sociale dell’economia. Questo nuovo corso deve essere fondato sulla piena e buona occupazione come compito pubblico, a partire da un piano del lavoro, orientato alla manutenzione ambientale, alla ricerca, all’istruzione, al rilancio dei servizi pubblici e dei beni comuni, finanziato direttamente dallo Stato. Un piano per il lavoro intrecciato al reddito minimo garantito, capace di attenuare la morsa della disoccupazione e del precariato e di coinvolgere anche culturalmente i giovani in un opera di ricostruzione sociale ed economica del paese.
2) Avanziamo la proposta della costruzione di una lista unitaria della sinistra contro il neoliberismo, per un progetto di alternativa e per la riforma radicale della politica. La nostra proposta politica si rivolge ad Alba, all’IdV, a Sel, ai Verdi, alle forze che hanno organizzato la manifestazione del 27 ottobre, al complesso delle forze associazionistiche, sociali, culturali e di movimento disponibili, ed è finalizzata a costruire un ampio polo di alternativa che si ponga l’obiettivo di governare il paese su un programma antitetico a quello imposto da Monti e dalle politiche europee.
In questo quadro riteniamo positivo l’appello “Cambiare si può”, promosso da una serie di autorevoli personalità della sinistra, rispetto al quale registriamo una consonanza di proposta. A partire da questa consonanza decidiamo di partecipare all’assemblea convocata per il 1° dicembre al fine di concretizzare un percorso di costruzione della lista unitaria di sinistra. Parimenti le posizioni del sindaco di Napoli De Magistris, la dialettica aperta all’interno dell’Italia dei Valori, come anche posizioni presenti territorialmente e nazionalmente all’interno di Sinistra Ecologia e Libertà, ci confermano nella possibilità di allargare le forze che possono essere coinvolte nella costruzione di un polo della sinistra di alternativa. Un polo che vogliamo costruire non come pura sommatoria elettorale ma come progetto politico di ricostruzione aperta e partecipata di una soggettività della sinistra, basata sul principio “una testa un voto”, in grado di intrecciare senza gerarchie e connettere in una dimensione progettuale che travalichi la scadenza elettorale chi si oppone al montismo di oggi e a quello di lungo periodo, determinato dall’accettazione dei vincoli europei e del Fiscal Compact. In questo quadro parteciperemo all’assemblea prevista per il 15 dicembre in continuità con la manifestazione del Nomontiday.
Il tentativo – che abbiamo perseguito fino in fondo – di assumere questo obiettivo unitariamente come Federazione della Sinistra – ha dovuto prendere atto dei diversi orientamenti esistenti. La nostra proposta di dare voce agli iscritti e alle iscritte della Federazione per decidere attraverso un referendum democratico l’orientamento politico della Federazione, è stata purtroppo rifiutata. Pur valorizzando gli elementi di cooperazione sui referendum e in relazione ai prossimi appuntamenti elettorali regionali, da verificare ovviamente nei diversi contesti, siamo quindi chiamati ad agire direttamente come Partito affinché la proposta della lista unitaria della sinistra si concretizzi.
Questo nella consapevolezza che la costruzione di un processo inclusivo e partecipato, che allarghi il terreno della partecipazione politica unitaria a sinistra, la realizzazione in Italia del progetto della Sinistra Europea, la costruzione in Italia del corrispettivo di Syriza, del Front de Gauche, di Izquierda Unida, della Linke, è l’obiettivo fondante il nostro progetto politico, a cui subordinare ogni percorso politico e su cui lavorare nei prossimi mesi.
In questo quadro Rifondazione Comunista non parteciperà alle primarie nazionali del centro sinistra, che si svolgono all’interno del recinto dell’accettazione dei trattati europei e quindi delle politiche neoliberiste.
3) Impegna il partito nella campagna referendaria, che rappresenta la nostra principale azione politica e organizzativa nei prossimi mesi, fino a gennaio. Si tratta di una campagna referendaria importante, che coinvolge il complesso delle forze che si sono opposte da sinistra alle politiche del governo Monti, sia sul piano politico che sociale e che quindi ha un grande valore politico. Inoltre i referendum si svolgeranno nel 2014 e quindi rappresentano un modo concreto per interagire pesantemente con l’azione del prossimo governo. Innanzitutto occorre un impegno fortissimo sulla raccolta di firme sui referendum sulle pensioni, che ricade quasi unicamente sulle nostre spalle e che ha una grande rilevanza politica sia sul piano dei rapporti di massa che relativamente al ruolo di Rifondazione Comunista. La campagna referendaria si compone quindi di una raccolta di firme unitaria sull’abolizione della diaria dei parlamentari, sui diritti dei lavoratori – ripristino dell’articolo 18 ed abolizione dell’articolo 8 – che ha un perimetro di forze promotrici più ampio ma che vede comunque il nostro contributo determinante. La raccolta delle firme per i referendum, di cui va sottolineata la connessione con la che va intrecciata con la campagna per il reddito minimo garantito – che si sta chiudendo in questi giorni dal punto di vista della raccolta delle firme – rappresenta quindi il punto fondamentale del nostro impegno politico per i prossimi mesi.
4) Impegna il Partito al massimo di impegno e presenza nella costruzione, nell’estensione, nel coordinamento del conflitto sociale e nella costruzione di pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco al lavoro e ai diritti sociali. Noi dobbiamo costruire una nuova politica di sinistra basata sull’autorganizzazione dei soggetti sociali su tutti i terreni – sociale, culturale e politico – e su una matura critica delle politiche neoliberiste. Da Pomigliano, all’ILVA alla Val di Susa, all’IKEA, al mondo della conoscenza i nostri compagni e le nostre compagne sono protagonisti della costruzione delle lotte, occorre generalizzare queste esperienze e approfondire il carattere di partito sociale che ci deve caratterizzare. Occorre collocare il partito all’interno dei conflitti sociali ed operare per la loro estensione e per il loro coordinamento. A tal fine è decisivo anche fare un salto di qualità nella capacità di produrre una azione di demistificazione delle spiegazioni dominanti della crisi e delle ricette che vengono proposte come oggettive e necessitate. La nostra presenza nelle lotte e nella loro organizzazione si deve accompagnare alla ricostruzione di una lettura critica del capitalismo oggi. La ripresa del marxismo finalizzata ad una critica dell’economia politica , la sua diffusione, è decisiva al fine di “decolonizzare le menti” dal pensiero unico dominante, al fine di allargare il conflitto sociale e di favorirne una sua maturazione in senso anticapitalista.
5) Il Cpn impegna tutto il Partito nella campagna di rinnovo dell’adesione al Prc che, anche tenendo conto della nuova legge relativa al finanziamento dell’attività politica, terminerà il 31 dicembre 2012.Il Cpn chiama tutti i Circoli, le Federazioni, le strutture territoriali all’impegno per raggiungere l’obiettivo dei 40000 iscritti.
Roma, 18/11/2012
approvato a larga maggioranza

Comitato politico nazionale del 17-18 novembre 2012

DOCUMENTO RESPINTO

 

Lo sciopero europeo del 14 novembre ha segnato un punto di svolta anche nel nostro paese. Le manifestazioni tenute in Italia hanno visto due elementi caratterizzanti: da un lato il gruppo dirigente della Cgil ha organizzato la presenza nel modo più routinario e piatto possibile, dall’altro le manifestazioni studentesche sono state ribollenti e in molti casi massicce. Tale contrasto non deve ingannare: la realtà è che gli studenti medi, quasi dovunque presenza dominante nelle manifestazioni, hanno veicolato con il loro protagonismo anche la rabbia e la voglia di opposizione di una classe lavoratrice da troppo tempo paralizzata dalla cappa burocratica dei vertici sindacali. È una ripetizione di quanto abbiamo visto negli scorsi due anni in Spagna e in Grecia, dove il movimento giovanile ha anticipato e aperto la strada alle massicce mobilitazioni operaie.

Le quattro ore di sciopero erano state concepite dai dirigenti della Cgil come una pura testimonianza legata anche, nelle intenzioni  del gruppo  dirigente, alla necessità di spingere la candidatura  Bersani in  vista della  campagna

elettorale. Non è questa la mobilitazione necessaria, serve invece un piano per una vera e propria stagione di lotte

articolate e diffuse in tutto il paese, in tutte le categorie, in ogni azienda e territorio, scuola e università, che ponga chiaramente l’obiettivo di cacciare il governo. A partire dalle scadenze già organizzate (sciopero della scuola del 24 novembre, scioperi della Fiom del 5-6 dicembre) lavoriamo per questa prospettiva.

Il quadro europeo e nazionale conferma una volta di più l’inserimento profondo delle forze riformiste (non solo il

Pd,  ma  l’insieme  del  Partito  socialista  europeo)  nella  logica  dell’austerità  capitalista.  Sia  dove  governano  a

maggioranza (oggi in Francia, ieri in Spagna e Portogallo), sia dove sono all’opposizione (Germania, Portogallo e Spagna), sia dove sono inserite in governi di unità nazionale (Grecia, Italia), queste forze seguono servilmente i dettami dell’Ue, della Bce e sono completamente subordinate ai dettami del capitale finanziario. La prospettiva di condizionare e indirizzare tali forze all’interno di una logica di alleanze è oggi più che mai una utopia priva di sbocchi. Non a caso in Europa sono cresciute quelle forze che, sia pure con contraddizioni di fondo irrisolte, sono state identificate come alternative anche alla sinistra riformista, in particolare nei paesi dove la mobilitazione ha assunto un carattere di massa.

Il centrosinistra conferma tale impostazione con l’esplicito impegno della “carta d’intenti” a rispettare i piani di austerità. A questa logica si piega anche Sel mentre l’Idv, in profonda crisi, si appresta a chiudere la fase dell’“opposizione” e a tentare un reinserimento nel centrosinistra. Crolla definitivamente l’ipotesi di una alleanza Prc- Sel-Idv come possibile fronte elettorale distinto dal centrosinistra.

Questa valutazione si applica analogamente alle elezioni regionali di Lazio e Lombardia, dove il centrosinistra si

appresta a gestire l’alleanza nella stessa identica logica che lo guida a livello nazionale. Per l’importanza di queste consultazioni è inconcepibile che il Prc possa seguire una linea differenziata tra livello nazionale e locale, che diverrebbe perfino grottesca nel caso di un possibile accorpamento del voto con le elezioni politiche.

Il legame tra mobilitazione sociale e prospettiva politica è oggi più che mai il problema centrale a cui dobbiamo rispondere.

Il risultato delle elezioni siciliane ha mostrato l’impossibilità di sommare forze con prospettive divergenti. Il “fronte” tra Fds, Sel e Idv non ha retto la prova dei fatti. Siamo quindi chiamati a scelte nette che riaprano una prospettiva per il nostro partito.

La prospettiva politica ed elettorale ad oggi è nettamente definita. Il Pd sarà perno del prossimo governo su una

piattaforma di rispetto e applicazione delle politiche di austerità dettate dai “mercati” e dalla Bce. Il centrodestra, più

in crisi e diviso che mai, in prevalenza dovrà seguire la logica dell’unità nazionale tentando di condizionare il futuro governo, ma non può aspirare a riconquistare a breve la guida del governo. Lo scontro tra chi propone un nuovo centrosinistra e chi caldeggia una coalizione più allargata al centro in nome della continuità con Monti è uno scontro dal nostro punto di vista secondario nella misura in cui nessuna di queste due ipotesi si pone al di fuori del recinto delle compatibilità imposte dalla crisi.

Nel voto siciliano la protesta contro i tagli, l’austerità, la corruzione politica, viene interamente raccolta dal Movimento 5 stelle o rimane nell’astensione. Il movimento operaio si trova qui di fronte a una falsa alternativa. Né il centrosinistra, né il movimento di Grillo sono in grado di dare risposte credibili alla crisi sociale che attanaglia milioni di persone e che è destinata a continuare e ad aggravarsi nella prossima fase.

Il nostro compito è contribuire a costruire quel punto di riferimento oggi mancante: una sinistra di classe, che

rompa nettamente con la prospettiva di un nuovo centrosinistra e che non si faccia trascinare nell’orbita del populismo borghese e piccolo-borghese. Ad oggi questa prospettiva può concretizzarsi solo a partire da una presentazione autonoma e indipendente del nostro partito.

La Federazione della sinistra ha certificato il suo fallimento politico nella riunione del 3 novembre. La natura del dissenso è insanabile alla luce dei seguenti fatti:

– il rifiuto del Pdci e del movimento per il partito del lavoro di aderire alla manifestazione No Monti del 27 ottobre, rifiuto motivato pubblicamente e politicamente.

– la scelta di queste stesse forze di aprire una interlocuzione col Pd a partire dalla proposta di partecipazione alle primarie al fine di inserirsi nella coalizione di centrosinistra.


Il Cpn dichiara pertanto conclusa la partecipazione del Prc alla Fds e ritira le proprie delegazioni dai suoi organismi nazionali, locali e dalle rappresentanze istituzionali congiunte.

La nostra scelta di costruire fin da subito la nostra battaglia elettorale con una posizione autonoma non significa rifiutare a priori il confronto con le forze politiche e sociali che si oppongono al governo Monti. Tuttavia dobbiamo

essere consapevoli che una alternativa credibile, anche sul piano elettorale, non può oggi nascere dalla sommatoria di realtà scarsamente rappresentative o dall’ennesimo appello di “intellettuali, amministratori e personalità della società civile”. I tentativi in corso già da mesi, a partire da Alba o oggi dall’appello “Cambiare si può” lo confermano una

volta di più.

L’interlocuzione con i promotori di questo appello non può oscurare la nostra critica su punti decisivi:

– manca completamente una lettura di classe della crisi e dell’alternativa necessaria. Sul piano economico la critica al sistema rimane interna a un orizzonte di riforme di tipo keynesiano, su quello politico si fonda sul piano dell’“onestà”, della “sobrietà” e di una astratta democrazia priva di qualsiasi connotazione di classe.

– L’area che propone l’appello è stata e rimane pervasa, al di là della critica al centrosinistra, sia dall’illusione di un

possibile condizionamento da sinistra del Pd, sia da attrazioni verso logiche simili a quelle del grillismo.

– La pretesa che le “forze della società civile” possano rappresentare l’elemento di guida, in contrapposizione a qualsiasi idea di battaglia organizzata e strutturata è rivolta innanzitutto contro il nostro partito, del quale interessa solo poter sfruttare la forza militante e il potenziale bacino elettorale.

Il punto decisivo è che questo appello non si rivolge al movimento operaio, né ha la possibilità di svolgere alcun serio ruolo nella costruzione di un movimento di massa su scala simile a quanto vediamo in Grecia e in altri paesi, che

sarebbe l’unica leva per creare una effettiva crisi nel quadro politico dell’unità nazionale e di sgretolare il sostegno a

quelle forze politiche e alle burocrazie sindacali che sono state fino ad oggi il principale ostacolo allo sviluppo di una opposizione di massa a questo governo.

Conseguenza e sottoprodotto di questi limiti strutturali sarà anche l’inefficacia di queste aggregazioni sul piano

elettorale, né tale debolezza può essere ovviata dall’inserimento di qualche sindacalista, di spezzoni di partiti in crisi

come l’Idv o di altre figure “note”.

Siamo quindi a un passaggio di grande rilevanza per il futuro del Prc e soprattutto per la nostra ambizione di essere una forza politica capace di incidere nello scontro di classe nel nostro paese e a livello internazionale, di essere parte

attiva nella costruzione di una alternativa ad un sistema in crisi che sprofonda milioni di persone nella povertà, nel

peggiore sfruttamento e nella privazione di un futuro dignitoso.

Una  volta  di  più  verifichiamo  in  questi  giorni  la  vulnerabilità  di  settori  dei  nostri  gruppi  dirigenti  locali  e istituzionali che in varie realtà hanno sostenuto appelli alla partecipazione alle primarie del centrosinistra. Sono perduranti elementi di istituzionalismo e burocratismo che si sono obiettivamente alimentati anche della insistente campagna “unitaria” fin qui seguita dalla segreteria nazionale e che devono essere combattuti attraverso una battaglia politica aperta e intransigente. Questi episodi peraltro confermano come la riconquista di rappresentanze istituzionali – obiettivo questo comune a tutto il partito – se non è fondata su una chiara scelta di campo, sul protagonismo della militanza, su una scelta dei candidati libera da concezioni elettoraliste, si rivela non come elemento di forza, ma di debolezza del nostro partito.

L’obiettivo di inviare nel prossimo parlamento una rappresentanza politica della sinistra che sappia essere punto di

riferimento anche per la costruzione del movimento di massa può essere perseguito e raggiunto solo sulla base di una politica di coerente indipendenza di classe.

Il Cpn pertanto delibera:

– di assumere la prospettiva qui esposta come base del lavoro del partito da qui alle elezioni politiche.

– di convocare entro gennaio una conferenza nazionale straordinaria che definisca il programma elettorale e getti le basi per una mobilitazione straordinaria di tutto il partito.

– di lanciare una sottoscrizione straordinaria specificamente dedicata al sostegno alle iniziative politiche fino alle

elezioni politiche.

– Proseguire e intensificare la raccolta di firme per i referendum sul lavoro in piena autonomia e indipendenza, anche come leva per mettere a nudo le contraddizioni delle forze politiche e di quei settori sindacali che pur essendone teoricamente promotrici di fatto intendono depotenziarne ogni aspetto di contraddizione col Pd e con la linea della maggioranza della Cgil.

– di avviare un vasto lavoro di confronto con realtà di aziende in lotta, Rsu, comitati esponenti di vertenze ambientali  e  territoriali,  della  scuola,  al  fine  di  presentare  questa  prospettiva  politico-elettorale  e  lavorare  alla

costruzione di liste e candidature chiaramente identificabili con le punte avanzate delle mobilitazioni, sviluppando

l’idea del “voto operaio a candidati operai” e di “un voto di lotta a candidati che lottano”, ossia dando un netto carattere di classe alla nostra critica al sistema politico distinguendola nettamente dalle posizioni interclassiste e populiste.

 

Claudio Bellotti, Donatella Bilardi, Maria Lucia Bisetti, Margherita Colella, Antonio Erpice, Alessandro Giardiello, Francesco Giliani, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Ilic Vezzosi

 

CPN del PRC del 17-18 novembre 2012

DOCUMENTO RESPINTO

COSTRUIAMO UN AMPIO FRONTE ANTICAPITALISTA E DI CLASSE:

Di fronte alla gravità della crisi strutturale del capitalismo, non più risolvibile con semplici palliativi di sostegno al consumo o con nuove regole per contenere la competizione intercapitalistica, cresce nel Paese ed in tutta Europa un movimento dal basso di opposizione radicale alle politiche di austerità ed alle ricette dettate dalla troika (BCE-FMI ed Unione europea).

Le ipotesi socialdemocratiche e neo-moderate sono in crisi in tutta Europa, in quanto non esistono più sufficienti margini di redistribuzione del “surplus”. Anzi si assiste a una feroce guerra internazionale tra potenze e frazioni della grande borghesia per accaparrarsi fette dei profitti una a danno delle altre. Nel tentativo di dare una risposta alla crisi, nel loro complesso, queste forze tentano la strada di un ulteriore spostamento a destra delle loro politiche social-liberiste e filo- imperialiste, rendendo totalmente compatibili le posizioni cosiddette “laburiste” al loro interno.

Le maggiori potenze capitaliste aumentano la competizione cercando di imporre una nuova gerarchia tra gli alleati e nei confronti dei rivali in competizione, ma si trovano in sintonia nell’attacco feroce alle masse salariate e popolari al proprio interno e nel sostegno alle politiche di ingerenza economica e militare verso l’esterno usando principalmente i memorandum della Troika (Ue-Bce-Fmi) e le politiche aggressive della Nato.

All’interno di una Europa coinvolta direttamente in questo scenario, il governo Monti e l’agenda politica delle forze che lo sostengono sono l’espressione, in Italia, di questo processo sostenuto dalle classi dominanti che stanno imponendo le regole ferree della dittatura del capitalismo finanziario spogliando i popoli e le classi lavoratrici della propria sovranità popolare residua.

Il movimento in Italia, seppur in ritardo rispetto agli altri paesi, dopo la manifestazione del 27 ottobre del No Monti day e la giornata dello sciopero generale del 14 novembre ha cominciato finalmente ad esprimere una opposizione popolare e di massa al governo Monti.

Cresce la consapevolezza della natura di classe di questo governo di “professori-banchieri” che usa il  debito e lo spread come forma di ricatto permanente sulla testa delle classi subalterne per cancellare salari, diritti, lavoro e tutte le conquiste ottenute in decenni di lotte.

E’ un dato di fatto che la logica della spending review e del pareggio di bilancio in Costituzione tende a rendere permanenti questi obiettivi, vincolando le politiche economiche nazionali dei prossimi governi e aprendo un futuro di disoccupazione e impoverimento di massa, mentre l’imposizione alle amministrazioni locali del rispetto del Patto di Stabilità, comporterà nuove privatizzazioni,   ulteriore precarietà, negazione di diritti essenziali ed impoverimento per la maggioranza della popolazione.

Questa percezione di mancanza di futuro da parte delle nuove generazioni si manifesta nelle mobilitazioni di queste settimane a partire dalle scuole e dalle università, represse in varie situazioni da un duro intervento poliziesco, così come nel paese si esprime la rabbia di fronte all’aumento dello sfruttamento, l’attacco alla salute e la devastazione ambientale (emblematica la vicenda ILVA di  Taranto).  Emerge  sempre  più  l’incapacità  delle  istituzioni  (anche  locali)  di  prevenire  e fronteggiare i disastri prodotti, anche in queste settimane, dalle alluvioni che hanno devastato molte zone del Paese, dalla Toscana, Lazio al Veneto, mentre si continua a sprecare denaro pubblico in grandi opere inutili e dannose.

Tutte contraddizioni che generano inevitabilmente una reazione popolare mentre il capitalismo, oltre che inglobare dentro di sé il grosso della ricchezza, cerca di inglobare anche il controllo sociale attraverso la sua rappresentazione istituzionale, aprendo di fatto una fase costituente che ridisegnerà la geografia politica del nostro paese.

L’operazione culturale è quella di far apparire l’attuale governo come sobrio, pulito, “tecnico” e al di sopra delle parti, la linea dell’austerità come l’unica possibile, mascherando il fatto che la crisi del sistema impone al capitalismo, nella sua ultima fase quella del capitalismo finanziario, di svelarsi in prima persona, con la propria faccia alla testa della gerarchia del potere politico, alimentando così la crisi della democrazia e della rappresentanza..Ciò non solo tende a distruggere ogni compromesso democratico ma pone la possibilità di svolte autoritarie..

Anche le tradizionali forze del mondo del lavoro, essendosi misurate su un terreno riformista se non migliorista, oggi rappresentano sempre meno quel mondo e tendono a schierarsi all’ombra dei poteri forti: Non è un caso che lo sciopero generale sia stato proclamato in ritardo e di sole 4 ore! Queste forze sono coinvolte direttamente dalla crisi di rappresentanza, dalla crescente percezione di separatezza tra società e ceto politico-sindacale, (in una parola istituzionale) che ha determinato  il forte aumento dell’astensionismo e la crescita di nuovi movimenti populistici..

Il forte exploit del Movimento Cinque Stelle dimostra che esso viene vissuto e/o appare agli occhi di milioni di persone come esterno all’attuale sistema e dunque utilizzabile come strumento di protesta  da  ampi  strati  popolari,  stremati  dalla  crisi.  e  dallo  schifo  nei  confronti  della  classe dirigente. In questo terremoto (astensionismo e voto a Grillo) che scuote la rappresentanza politica, gli scarsi consensi ricevuti dalla FdS e dalle forze di sinistra anche nelle ultime elezioni siciliane, mostrano il fatto che siamo percepiti come “interni”, se non addirittura “compromessi” con questa Seconda Repubblica, caratterizzata dalla crisi economica, dal bipolarismo e dal maggioritario. Batterci per un nuovo assetto significa rovesciare le politiche economiche ed i privilegi della “casta”,  rilanciare la democrazia partecipata ed il proporzionale, unendo così strettamente la critica al ceto politico alla questione sociale.

Questa fase di ricomposizione delle gerarchie di comando intorno a politiche finanziarie antioperaie e antipopolari subisce ogni giorno un’accelerazione impressionante, in una situazione tuttora caratterizzata da forte frammentazione  e dalla mancanza di una adeguata rappresentanza politica e di classe.

Il PRC deve porsi il problema di contribuire al superamento di questa difficile fase, superando incertezze e ambiguità con una chiara proposta politica, che, nel vivo della opposizione al Governo Monti,  definisca un programma minimo di lotta in grado di rappresentare in questa fase gli interessi delle classi subalterne, incompatibili con la gestione capitalistica della crisi.

La posizione espressa dalla Direzione Nazionale – che mette da parte le illusioni di una alleanza di centrosinistra e sceglie di lavorare alla costruzione di uno schieramento alternativo politico, sociale ed anche elettorale alle politiche UE-BCE-FMI portate avanti dal Governo Monti e di cui il PD è uno dei puntelli determinanti – può aprire una concreta possibilità per rompere l’immobilismo nel quale ci troviamo, a condizione che questa scelta si caratterizzi con un chiaro profilo anticapitalista in termini di programmi e di relazioni sociali, e non si sciolga in coalizioni indefinite che già l’esperienza ci indica essere fallimentari (vedi Sinistra Arcobaleno).

Solo così il nostro partito potrà favorire lo sviluppo dell’opposizione di classe al “montismo” e delineare un’alternativa di sistema, elementi essenziali per riaprire in modo coerente e dal basso il processo della rifondazione comunista e della ricostruzione del partito nel nostro paese.

Proponiamo di costruire un ampio fronte anticapitalista e di classe che non solo entri in campo nello scontro politico e sociale, ma che si configuri anche come possibilità concreta per i comunisti nella quale essi dimostrino politicamente di esistere e tentare un percorso credibile di ricomposizione della sinistra comunista e di classe, fuori da scorciatoie organizzative e politiciste come avvenuto con la FdS….

Ciò richiede al PRC di fare chiarezza in modo definitivo sulla evidente contraddizione della FDS che, proprio per come si è sempre configurata politicamente e organizzativamente fino all’ultimo Consiglio Nazionale del 03 novembre scorso, ha evidenziato e confermato divergenze strategiche proprio sul rapporto col PD e col centrosinistra.

In realtà PdCI, Socialismo 2000 e Lavoro-Solidarietà vedono l’unica possibilità di una loro sopravvivenza all’interno del centrosinistra. Questa situazione impone il recupero della piena autonomia politica ed organizzativa del PRC, ed il definitivo superamento di questa esperienza, che non può essere messa da una parte in una sorta di “ibernazione”, in attesa di “tempi migliori”..

Per riconquistare spazi di agibilità democratica e rappresentanza del conflitto, è sicuramente necessario unire il più ampio schieramento e agire su tutte le contraddizioni, ma al tempo stesso non bisogna coltivare ambiguità e illusioni, rincorrendo forze che hanno nel loro DNA la costruzione di governi con lo stesso orizzonte di centrosinistra (come l’IDV) o che addirittura vi hanno già aderito (come SEL) . In queste settimane, lo scontro dentro l’IdV verte non a caso proprio sul rapporto con il PD, e quindi è positivo che si aprano contraddizioni da favorire con la nostra proposta e iniziativa politica.

Dotarsi di una autonoma iniziativa e proposta politica, non significa settarismo né deriva identitaria, ma svolgere una funzione reale, un ruolo significativo e riconoscibile, anche se non esclusivo, nei confronti di tutte le realtà  coinvolgibili, come ad esempio le diverse soggettività presenti alla manifestazione del  27 ottobre e quelle impegnate nella campagna referendaria..    Fra tattica e strategia può esserci una doverosa distinzione, ma non separatezza, che ci farebbe smarrire ancora una volta, come avvenuto in passato, la strada maestra del nostro agire, guardando anche oltre la scadenza elettorale, ovvero ricostruire uno schieramento anticapitalista, delineare un’alternativa di sistema ed avanzare nel processo della rifondazione comunista/ricostruzione del partito nel nostro paese.

Inoltre, portare avanti alleanze ed accordi di governo negli Enti Locali e nelle Regioni con i partiti che sostengono Monti e l’agenda della Troika, diventa sempre più incompatibile con un programma di alternativa, proprio per le scelte imposte ai Comuni, alle Province ed alle Regioni dal Patto di Stabilità: tagli alla spesa sociale ed ai servizi, privatizzazioni, esternalizzazioni, sfruttamento del territorio e dell’ambiente, speculazioni edilizie, mentre il denaro pubblico viene sprecato in grandi opere inutili e dannose come ad esempio la TAV e gli inceneritori

In questa situazione nessuno può sentirsi autosufficiente o limitarsi a criticare l’esistente. Il partito della rifondazione comunista rivolge un appello a tutte le realtà che non accettano il pensiero unico del capitale – ognuna con la propria autonomia, ma senza settarismi – di confrontarsi con la proposta politica di costruire un ampio schieramento anticapitalista e di classe.

La manifestazione del “No Monti day” del 27 ottobre, la sua piattaforma politica e l’intento strategico, non devono essere sottovalutate, come purtroppo è accaduto in alcuni territori, perché possono rappresentare uno spazio di costruzione di un fronte stabile e organizzato che si radichi sempre più nei conflitti sociali e nei territori contro l’agenda di Monti e dei UE-BCE-FMI

Tutto il partito è impegnato a portare questa proposta di lavoro unitario nelle realtà sociali, sindacali e di movimento,  alle compagne ed i compagni della sinistra comunista ed anticapitalista, alla vasta diaspora dei “senza tessera”, a quanti ieri come oggi resistono all’attacco dei padroni sui posti di lavoro, sui tetti, nelle piazze, nelle occupazioni per il diritto al lavoro ed alla salute; nelle scuole e nelle università per l’accesso al sapere; nei territori dove si pratica il conflitto per i diritti sociali e la difesa dei beni comuni.

Per questo il CPN impegna tutto il partito a:

rafforzare la mobilitazione sociale contro il governo Monti e la sua agenda politica con particolare attenzione al nuovo protagonismo delle giovani generazioni, unire sempre più la critica alla separatezza ed ai privilegi del ceto politico alla questione sociale, rendendo evidente e concreta la nostra alternatività a questo sistema politico ed alle forze del centrosinistra;

intensificare in questo senso la campagna referendaria come strumento per fermare l’attacco ai  diritti e come spazio di informazione, discussione, crescita dal basso della opposizione sociale;

–              avviare un bilancio critico ed una verifica del lavoro sindacale dei militanti comunisti nelle diverse realtà ed organizzazioni per contribuire, nel rispetto dell’autonomia del movimento sindacale, alla rifondazione di un sindacalismo di classe;

 rompere le alleanze col PD a livello locale laddove siano incompatibili con un programma di alternativa

 dichiarare conclusa l’esperienza della FdS e attivare un percorso di chiarificazione, che può

avvenire  solo  attraverso  il  coinvolgimento  democratico  del  corpo  vivo  del  partito,  per ricostruire su basi nuove uno schieramento sociale e politico di alternativa;

–              mobilitarsi a fianco del popolo palestinese per fermare la nuova escalation di guerra lanciata dallo Stato di Israele.

 

Bettarello Claudio, D’Angelo Pasquale, De Nicola Cristian, Malerba Matteo, Manocchio Antonello,

Pilo Antonio, Rancati Clauidia, Targetti Sandro. Roma 18 novembre 2012

Claudio Grassi: Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

October 17, 2012 by  
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Serve una nuova forza politica della sinistra di alternativa

16 ottobre, 2012

Le consultazioni politiche che si terranno a primavera non saranno un passaggio ordinario per Rifondazione Comunista. Da qui in avanti e per tutta la durata della campagna elettorale il partito affronterà una sfida fondamentale per il proprio futuro. Non è in gioco soltanto il rientro in Parlamento da cui manca ormai da cinque anni. Si tratta di ridare un senso alla propria esistenza, di ricostruire una presenza efficace – non marginale – della sinistra di alternativa nello scenario politico italiano. Ne discutiamo con Claudio Grassi, membro della segreteria nazionale del Prc, all’indomani del seminario nazionale tenuto a Livorno da Essere Comunisti.

Nessuno oggi può permettersi di fare politica sulla scia dell’improvvisazione. Il quadro, nazionale e internazionale, è così complicato che bisogna ritrovare momenti di approfondimento e di studio. La seconda Repubblica ha avuto la cattiva abitudine di separare la politica dalla teoria, di ridurre tutto a semplice amministrazione. L’area di Essere Comunisti è stata promotrice di un seminario a Livorno, un luogo simbolico per la storia del comunismo italiano. Si è discusso di una politica non più autoreferenziale, che non abbia la vista corta, che sia capace di riportare nella sfera pubblica un dibattito sul futuro e sulle alternative strategiche alla realtà esistente. Che giudizio ne dai?

 

Sono soddisfatto. È stata l’occasione per alzare lo sguardo. Spesso il dibattito nel nostro partito non riesce a sganciarsi dalle questioni interne. C’è una domanda diffusa di conoscenza e di approfondimento dei temi di attualità. Non abbiamo fatto l’assemblea di area per dirci tra di noi che abbiamo ragione, ma per riflettere. Oggi una proposta politica, per essere valida e non peccare di unilateralismo, deve essere costruita con un certo rigore, a partire dall’analisi e da momenti di riflessione collettiva. Il seminario di Livorno è un modello da replicare anche in futuro. Sono contento che nella nostra riunione siano arrivati contributi anche da compagni che non appartengono all’area di Essere Comunisti. Complessivamente mi sembra che ci sia stata una condivisione sulla proposta avanzata nella mia relazione e cioè quella di lavorare per costruire una coalizione unitaria della Sinistra di alternativa. Adesso si tratta di rendere operativa questa proposta unitaria qui e ora, nel contesto specifico che abbiamo davanti, oggi e nella imminente campagna elettorale. Per questo dobbiamo essere attenti a valutare ogni piccolo sussulto che si produrrà nel quadro politico italiano, peraltro mai così instabile come ora. Guai a dare per scontato lo scenario futuro. Nulla è immutabile. Ogni minima contraddizione deve essere l’occasione per spezzare la tendenza inerziale. Se non si capisce questo ci si condanna a rimanere spettatori passivi che magari alzano la voce per coprire la propria impotenza.

Non temi che la proposta di coalizione unitaria abbia il fiato corto? Potrebbe sembrare un semplice espediente per occupare un po’ di seggi in Parlamento e tirare a campare…

E’ inevitabile che una proposta del genere abbia anche una ricaduta elettorale. Sarebbe da irresponsabili minimizzare le conseguenze difficilissime che si produrrebbero per Rifondazione Comunista se per altri cinque anni non fossimo rappresentati nelle istituzioni nazionali. Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe qualcun altro in Parlamento che verrà identificato, a torto o a ragione non importa, come la punta più avanzata a sinistra dell’arco delle forze politiche presenti in Aula. Quante volte abbiamo visto in questi anni i lavoratori in cerca di risposte concrete correre dietro a Di Pietro perché ha una rappresentanza parlamentare e, quindi, può fare un’interrogazione o intervenire in una commissione? È importante costruire le lotte sociali nei territori, ma sappiamo che è importante anche avere una rappresentanza parlamentare per riuscire ad avere risultati concreti. Detto questo, però, ritengo che sarebbe sbagliato porsi come unico obiettivo quello di conquistare postazioni in Parlamento. Per quel che mi riguarda sarei totalmente contrario. La nostra – ci tengo a precisarlo – è una proposta strategica. Noi riteniamo che la ricostruzione di una Sinistra di alternativa e, al suo interno, di un partito comunista degno di questo nome, debba puntare all’aggregazione delle forze che già oggi sono all’opposizione del governo Monti e condividono tra loro alcuni temi fondamentali.

Sì, ma le forze che si oppongono al governo Monti devono comprendere che la dimensione sovranazionale dei problemi è determinante. Eugenio Scalfari di recente ha detto che per chiunque vincerà le elezioni «la traccia è già scritta». I partiti candidati a governare l’Italia potranno tutt’al più dividersi sul condimento della pasta, se metterci «il basilico o il prezzemolo». Ma il piatto è quello e non si discute, cucinato secondo la ricetta Monti. Sotto la supervisione della Bce e di Francoforte. Non c’è rischio di provincialismo nel nostro dibattito politico?

In mancanza di un accumulo di massa critica è irrealistico pensare di far saltare la camicia di forza che, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni, avvolgerà il futuro governo. I margini di manovra di chi governerà l’Italia sono definiti in partenza dai vincoli imposti dall’establishment dell’Unione europea. Con o senza Monti il prossimo governo avrà sulla propria testa macigni come l’obbligo del pareggio di bilancio e il fiscal compact, un dispositivo – ricordiamolo – che impone di tagliare ogni anno 40 miliardi dal bilancio dello Stato, euro più, euro meno. L’Unione Europea è una costruzione che ha accentuato la divergenza tra le singole economie. C’è chi perde e c’è chi guadagna. La Germania è il Paese che più ha guadagnato dall’euro. Lo dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei riguardi degli altri paesi dell’eurozona. La Germania è anche il Paese che più ha condizionato le politiche europee adottate nei confronti della crisi. I tedeschi si sono sempre opposti all’intervento diretto della Banca centrale europea a difesa dei titoli di stato dei paesi più deboli e hanno sempre spinto per imporre misure drastiche di tagli alla spesa sociale, come nel caso della Grecia. Però smettiamola di dire che la responsabilità è solo dei tedeschi. In realtà c’è una consonanza tra la politica economica della Merkel e la visione che ispira, ad esempio, il governo Monti. Una parte consistente delle classi dominanti, ormai integrate nella dimensione sovranazionale, ha interesse a rimanere in Europa, a qualunque prezzo. Con questi presupposti che possibilità ci sarebbero per una sinistra al governo di fare politiche anticicliche e attuare misure di redistribuzione del reddito? A meno che non si decida di mettere in discussione le misure di austerity imposte dalla Bce e dai vertici dell’Ue. Ma un obiettivo del genere è alla portata solo di una sinistra che non sia frammentata e ininfluente. Non è un caso che in tutti i principali paesi europei, a eccezione dell’Italia, si siano messi in moto processi di aggregazione della sinistra di alternativa, costruiti sul rifiuto del liberismo e dell’austerity. L’Europa è anche questo e dovremmo tenerne conto nel nostro dibattito politico.

Un’intesa di governo con il Pd è fuori discussione. Non esistono le premesse politiche. Non credi però che la credibilità di Rifondazione potrebbe aumentare se solo facesse più attenzione alla base elettorale di quel partito? Lo stile di certe critiche un po’ semplicistiche non finiscono per danneggiarci?

Le nostre analisi sono spesso troppo superficiali. Non c’è dubbio che rispetto all’esperienza dei Ds la nascita del Partito Democratico abbia comportato uno spostamento verso destra dell’asse politico. Ma l’eccessiva semplificazione porta a compiere errori grossolani. La crisi finanziaria di questi anni e il fallimento del neoliberismo sia di stampo thatcheriano sia blairiano ha aperto una discussione anche all’interno del Pd, nel quale si è risvegliata una componente socialdemocratica. Quelli che vengono brutalmente definiti “giovani turchi” – e che tuttavia sono stati proposti da Bersani ai massimi livelli di direzione politica – hanno elaborato un linguaggio e un’analisi che ben poco hanno a che fare con la cultura della destra liberista. La stessa carta di intenti di Bersani è il frutto di un compromesso. Il Partito democratico può essere definito come una formazione di centrosinistra con base popolare che oggi sostiene un governo che pratica politiche di centrodestra. Cosa ben diversa dal ritenerlo tout court un partito di destra. Beninteso, questo è un giudizio articolato che non modifica il giudizio sulle responsabilità del Pd nell’aver sostenuto le misure del governo Monti su articolo 18, fiscal compact e pensioni. Fermo restando che non ci sono le condizioni politiche per un’intesa di governo con il Pd, tantomeno con gli attuali rapporti di forza a noi sfavorevoli, bisogna tuttavia cogliere le contraddizioni tra la sua linea politica e la base elettorale del partito stesso. Non è alzando il livello di scontro verbale con il Pd o con chi sceglie di allearsi con esso che ci rendiamo più credibili agli occhi dei nostri referenti sociali.

Sel ha fatto invece un’altra scelta: di fare un’alleanza con il Pd a prescindere, prima ancora di avviare un confronto programmatico. Reputi il progetto politico di Vendola ormai irreversibile?

Sel si muove a tutti gli effetti come una componente esterna del Pd. Questa scelta ha delle conseguenze anche nella collocazione internazionale del partito di Vendola. È significativo – anche se se ne è parlato poco –  che abbia progressivamente abbandonato il campo della Sinistra Europea. Sel sta definendo la propria famiglia internazionale prendendo a modello il presidente francese Hollande. Se questa scelta dovesse essere confermata, segnerebbe un salto di collocazione politica e di cultura politica rilevantissimo. Questa opzione, a oggi non scontata, preluderebbe alla confluenza nel Pd, poiché non sarebbe più giustificata l’autonomia organizzativa nei confronti del partito di Bersani. Attenzione però a dare per acquisito il rapporto tra Sel e il Pd. È un processo in divenire. Le difficoltà di Sel sono determinate dal fatto che il quadro politico odierno non è affatto in sintonia con il progetto originario di Vendola. Il big bang che avrebbe dovuto sparigliare il centrosinistra è niente più che un ricordo. Le primarie, cui Vendola ambiva fin dall’inizio, si profilano come uno scontro tutto interno al Pd tra i due principali competitors: Bersani e Renzi. Detto questo Sel rimane una forza importante che si colloca alla sinistra del Partito democratico con relazioni importanti con il mondo sindacale, associazionistico e dei movimenti. Da questo punto di vista la logica – prima ancora che la politica – richiede la costruzione di una forte intesa con questo soggetto a partire dai contenuti.

E invece?

Il nostro atteggiamento è stato ondivago,  in assonanza con chi, dall’altra parte, non ha saputo fare altro che ignorarci e denigrarci. La nostra azione, invece, dovrebbe svilupparsi su due fronti. Da un lato, bisogna incalzare Sel sulle sue contraddizioni; dall’altro, cercare sempre l’unità sulle questioni che ci accomunano. L’ultima assemblea di Sel ha manifestato segnali incoraggianti. L’asse proposto da Vendola di un accordo con Bersani e l’eventualità di un’intesa con l’Udc ha provocato tanto fermento nella base di Sel  da spingere lo stesso Vendola a rimarcare l’indisponibilità a un accordo elettorale o programmatico con la la formazione di Casini. Anche se il Pd e gli equilibri che prevedibilmente usciranno dalla tornata elettorale renderanno inevitabile uno sbocco di larghe intese per governare il Paese. Di fronte a un quadro tanto contraddittorio e dinamico non possiamo limitarci a fare da spettatori.

Idv: qui il discorso si fa più complicato. La prossima campagna elettorale produrrà una semplificazione dello scontro politico. Da una parte, le forze legittimate a governare, quelle che ritengono non vi siano alternative alle misure di austerity, che accettano i vincoli dettati dai vertici Ue e dalla Bce. Esiste un progetto politico delle classi dirigenti di questo Paese, di quelle più integrate nei processi sovranazionali, sponsorizzato da Monti e Napolitano. Dall’altra, ci sono le forze definite dell’antipolitica, i Grillo e Di Pietro, demagoghi accusati di non saper fare i conti con la realtà, percepiti come un fattore di rischio per la stabilità del Paese. Recentemente Paolo Flores d’Arcais osservava come questo fronte composito rappresenti di fatto, nelle intenzioni di voto degli italiani, il primo partito, al di sopra della soglia di consensi che allo stato attuale raccoglierebbe la maggioranza bipartisan che sostiene il governo Monti. Questo potrebbe essere lo scontro principale. La sinistra di alternativa non rischia di rimanere ai margini, frammentata com’è? E che rapporto deve avere con forze come l’Idv forse troppo frettolosamente liquidate come populistiche e antipolitiche?

L’Italia dei Valori è un partito che conosciamo poco. È molto legato alla figura del suo leader, simile in questo a Sel. Anche se nel Parlamento europeo fa parte del gruppo dei liberali – un elemento niente affatto marginale – nel contesto dato è da considerare, a mio avviso, del nostro campo politico. Molti fatti confermano questa tesi: la scelta netta sul tema del lavoro, l’opposizione al governo Monti, la tattica comune con la Fds alle ultime elezioni amministrative che ha permesso di eleggere due sindaci. De Magistris e Orlando sono la testimonianza di una coraggiosa sfida d’alternativa. Pezzi di Fiom, che non condividono la subalternità di Sel alle posizioni del Partito Democratico, hanno cominciato a stringere rapporti significativi con Di Pietro e con il responsabile lavoro dell’Idv, Maurizio Zipponi, già in passato dirigente della Fiom e del Prc. Il progressivo spostamento a sinistra di questa formazione ha prodotto anche al suo interno una discussione dinamica. Quadri di primo piano come Donadi contestano sempre più rumorosamente l’allontanamento dal Pd, non escludendo nei fatti la possibilità di una scissione interna. Al di là della spregiudicatezza di Di Pietro, la rottura con il Pd è tutt’altro che un elemento acquisito, anche se nel contesto dato e con la legge elettorale odierna una presenza dell’Italia dei Valori nella coalizione del Pd è fortemente osteggiata dal Capo dello Stato e da metà partito. Se la separazione dell’Idv dal Pd venisse confermata si determinerà una contraddizione sulla scena politica nazionale di cui non si potrà non tenere conto. Una campagna elettorale con l’Idv fuori dalla coalizione guidata dal Pd aprirebbe uno scenario molto più articolato di quanto non appaia ora.

E con Grillo, come la mettiamo?

Il Movimento 5 Stelle non rientra in questo schema di ragionamento. La forza di Grillo deriva proprio dal suo presentarsi uno contro tutti. Di Pietro ha provato a incalzarlo, anche con una certa insistenza, probabilmente consapevole della contiguità tra il proprio elettorato e quello di Grillo. L’asse culturale Grillo-Travaglio non ammette al momento aperture concrete ad alleanze politiche. L’errore che non dobbiamo commettere, però, è di sottovalutare il M5S. Grillo non è una meteora, un fenomeno esploso all’improvviso in questi ultimi mesi, ma il risultato di un lavoro di anni. E lo stesso Casaleggio non è un anonimo appassionato di informatica, ma uno dei massimi esperti di comunicazione del mondo. La carta vincente di Grillo è proprio la cura minuziosa della dimensione comunicativa, che si innesta su un vuoto politico facilmente attaccabile. Dobbiamo riconoscere che noi di Rifondazione comunista continuiamo a utilizzare, senza accorgercene, un linguaggio del tutto autoreferenziale. Un estraneo non comprenderebbe quasi nulla delle nostre discussioni e delle nostre riunioni. C’è uno scarto abissale fra il modo in cui noi comunichiamo la politica e il modo in cui l’opinione pubblica percepisce i nostri messaggi.

Nel campo della sinistra alternativa non ci sono solo partiti ma anche soggetti di altra natura, sindacali o associativi. In fondo sono il sintomo che ciò che esiste nella sfera della rappresentanza politica è ritenuto insufficiente a esprimere tutto ciò che si muove nel popolo della sinistra. Non è così?

Vero. Nella galassia della sinistra di alternativa oggi non ci sono soltanto i partiti, come tradizionalmente li intendiamo, ma anche soggetti che nascono al di fuori della rappresentanza politica e che, pur non essendo partiti, si muovono a tutti gli effetti nel nostro campo. La Fiom, ad esempio, sebbene sia un sindacato, ha svolto in questa fase un importante lavoro politico. Alla luce di questo ruolo penso che il nostro partito debba investire maggiormente sulla Fiom, senza tentennamenti. Anche in questo caso esistono elementi di dinamicità del quadro politico che bisogna cogliere. Il sindacato dei metalmeccanici è passato da una convergenza forte con Sel a una posizione più distaccata. Nel giugno scorso la Fiom si è resa promotrice di una iniziativa importante alla quale tutte le forze del centrosinistra e di sinistra sono state chiamate a partecipare e confrontarsi pariteticamente. Gli stessi Landini, Rinaldini, Airaudo, Re David hanno espresso negli ultimi mesi posizioni tanto attente verso la nostra proposta, quanto critiche rispetto all’opzione praticata da Vendola. La Fiom comincia a criticare Sel per aver puntato tutto sulla costruzione di un asse preferenziale col Pd, rinunciando a edificare uno spazio unitario a sinistra. Se però, da un lato, la critica è rivolta a Sel, dall’altro, essa è indirizzata anche a Rifondazione e alla Fds, ritenute propense all’isolamento e incapaci di relazionarsi alle altre forze politiche. Può essere uno stimolo al dibattito interno del nostro partito. La Fiom non costituirà certo una propria lista, ma potrà spingere le diverse forze politiche in una direzione anziché in un’altra. All’interno del sindacato dei metalmeccanici esistono anche altre posizioni, come quelle di Cremaschi o di Bellavita. Le reputo sbagliate poiché indeboliscono il sindacato che indiscutibilmente in questi ultimi anni è stato la punta più avanzata del conflitto di classe e non solo .

Vorrei fare un accenno anche ad Alba, un movimento che può svolgere un ruolo importante, al di là della  sua consistenza numerica. Al suo interno ci sono personalità  autorevoli come quelle di Stefano Rodotà o Luciano Gallino che non sono sospettabili di minoritarismo. Ma al tempo stesso è difficile prevedere che possano convivere all’interno di uno stesso progetto politico. Rodotà ha espresso apprezzamenti per la carta d’intenti del Pd,  Gallino ha legami forti con la Fiom e la Cgil. Pur essendo una formazione poco numerosa Alba ha già posto la condizione secondo cui sarebbe disponibile a costruire un percorso comune, ma con una lista senza riferimenti partitici e proposta da essa stessa. Attualmente è il soggetto su cui una parte del Prc fa maggiormente leva per aprire il percorso di costruzione di una lista di sinistra. Io credo  che si tratti di un aggregato importante, ma insufficiente.

Nel campo della sinistra alternativa c’è anche Sinistra critica…

Sì e, aggiungo, il Comitato No Debito. Entrambi rispondono alla stessa base organizzativa e alla medesima cultura politica. Non mi appartiene l’atteggiamento di chiusura nei loro confronti. Il punto dirimente è chi esercita l’egemonia politica nell’impresa che si vuole costruire. Se questa formazione dovesse contribuire con i propri contenuti critici alla costruzione di un’ampia coalizione politica, il suo apporto sarebbe utile, oltre che interessante. Ma se, invece, la nostra proposta futura, come auspicano alcuni nel Prc, riguardasse una lista comune estesa solamente ad Alba e Sinistra critica, un’operazione del genere non solo non supererebbe lo sbarramento, ma non raggiungerebbe neanche le percentuali della Fds.

Quali sono i passaggi immediati sui quali investire per costruire le relazioni unitarie di cui stiamo parlando?

Ne vedo due. Il primo riguarda le elezioni regionali siciliane. Abbiamo costruito una coalizione unitaria con Sel, Verdi e Idv. È un’operazione politica importantissima perché mette assieme proprio ciò che noi reputiamo necessario aggregare. Se quella competizione elettorale avrà un esito positivo aprirà contraddizioni enormi in quelle forze che oggi resistono nel costruire questa impresa. Avrebbe ripercussioni anche sul quadro politico nazionale. Il secondo passaggio riguarda invece la campagna referendaria. Anche questa è un’operazione che mette assieme le forze dell’alternativa. È importante però ragionare su come si va ai referendum e sulla modalità di rapporto con le altre forze, con Sel e l’Idv, con la Fiom e la Cgil e, persino, con pezzi del Pd. Dobbiamo essere noi i primi a proporre comitati unitari a sostegno dei referendum, in ogni paese e in ogni città. Altro che ognuno a raccogliere le firme per conto proprio! Qui non si tratta di piantare bandierine per dimostrare di aver raccolto, qui e là, qualche firma in più degli altri. L’obiettivo è politico. Questi referendum possono scompaginare il quadro politico odierno, smuovere i giochi fra le forze della sinistra di alternativa.
Per i comunisti e, in generale, per una forza della sinistra la questione del lavoro è un punto discriminante. Ciò vale a maggior ragione nell’attuale congiuntura.
Proprio per questo la condivisione del referendum per la riabilitazione dell’articolo 18  dello Statuto dei lavoratori e la soppressione dell’art.8 del decreto–legge varato ad agosto 2011 dal governo Berlusconi è un passaggio discriminante: sono in gioco tutele basilari a presidio del potere contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro Paese. Il diritto a contrastare per legge un licenziamento senza giusta causa così come l’importanza e il valore della contrattazione collettiva sono conquiste di civiltà che appartengono al patrimonio storico del nostro mondo del lavoro. Su queste cose non si può tergiversare. E se su questo l’attuale governo si è sostanzialmente  allineato a quello precedente, le forze della sinistra  devono rispondere con prese di posizione nette e iniziative conseguenti e politicamente coerenti. Bisognerà pur dire se la stella polare della nostra Carta costituzionale deve restare il lavoro – dunque occupazione e diritti – oppure se nel prossimo futuro il diritto ad un lavoro dignitoso debba diventare una mera funzione degli interessi dell’impresa o la variabile di un ragionieristico calcolo di bilancio. Su questi decisivi punti, l’opposizione al governo Monti non può che essere netta.

Bisogna però riconoscere che al momento esiste uno scarto enorme tra l’obiettivo politico dell’unità della sinistra e l’inefficacia dello strumento di cui disponiamo per costruire quella unità. La Federazione della sinistra – di essa si tratta – è divisa e rischia di dissolversi. Non credi?

La Fds vive il momento più critico della sua vita. Oggi è all’ordine del giorno perfino la sua divisione. Non credo che la gestione di questo soggetto politico fosse facile, però la situazione di stallo in cui si trova oggi era evitabile. Una parte del Prc e del Pdci non ha mai considerato la Federazione come l’inizio di un processo costitutivo di un nuovo soggetto politico, ma soltanto come uno stato di necessità indotto dalle rispettive debolezze. Poiché non si è voluto neanche celebrare un vero congresso per affrontare i nodi, le divergenze si sono persino inasprite. Bisogna fare tutto il possibile per scongiurare una divaricazione della Fds. La strada dell’unità non va solo proclamata, ma praticata con coraggio e decisione. Resto convinto che solo come Federazione si possa riattivare un processo reale di ricomposizione della diaspora comunista a partire dai due partiti più significativi.  Se non riuscissimo a farlo le ripercussioni sarebbero negative per tutti, ma soprattutto per Rifondazione che della Fds è il soggetto principale.

A vent’anni dalla sua nascita è forse doveroso un bilancio di Rifondazione comunista. Questo partito non ha oggi l’autorevolezza o la credibilità o la forza necessaria per far partire davvero un processo di riaggregazione. Perché?

Le premesse sulle quali questo partito è nato vent’anni fa non sono più sufficienti a garantirne l’esistenza. I dati del tesseramento raccontano la storia di un dimezzamento degli iscritti dopo Chianciano, seguito da un progressivo, seppur lento, indebolimento costante della nostra organizzazione. Rifondazione resta comunque l’unico partito a sinistra con un radicamento capillare sui territori – un migliaio di circoli – ancora in grado di organizzare una manifestazione come quella del 12 maggio. Un patrimonio preziosissimo di militanti che però reclama a gran voce di uscire da questa situazione di difficoltà. In genere, quando si affronta il problema della debolezza di Rifondazione, si imputa la causa di tutti i mali all’esistenza delle correnti al suo interno.  Penso siano negative le cordate, le lobby che, pur non avendo nessuna base politica comune, esistono per riprodurre un ceto politico. Quelle vanno soppresse, non certamente le aree politico-culturali che, come Essere Comunisti, hanno sempre portato un contributo al partito, oltre ad averlo difeso in passaggi essenziali. Dobbiamo lavorare per costruire un clima di lavoro unitario all’interno del Prc.  Ma la precondizione dell’unità è che si tenga conto anche dell’opinione altrui. L’unità si realizza quando ci sono opinioni diverse e si trova una sintesi che porti avanti le diversità e le tenga assieme. Non si può invocare l’unità e, nel contempo, lavorare per la divisione. L’area Essere Comunisti non rinuncia a dare il suo contributo a Rifondazione. Lo abbiamo fatto anche quando ci è stata indicata la porta, figuriamoci oggi. Questo però non significa che dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alle nostre difficoltà. Si può decidere di far morire una forza politica in due modi: o sciogliendola, come fece Occhetto con il Pci,  oppure perché la si rende marginale e ininfluente nella società. Una morte per estinzione. Per quanti anni ancora possono andare avanti i compagni che nei territori resistono se non si ricostruisce la nostra credibilità nel panorama politico italiano? La stanchezza e lo scoramento si fanno sentire. È difficile spiegare nei territori il senso della propria esistenza in queste condizioni di marginalità. Non basta alzare la voce per superare le proprie difficoltà. Occorre la modestia, il ragionamento, lo studio della realtà nelle sue sfaccettature, per quella che è e non per quella che noi desideriamo che sia. Mi chiedo se ci siano stati dei passaggi in cui, in questi ultimi anni, abbiamo sbagliato qualcosa. Fatta la scelta di Chianciano non credo che potessimo fare molto di più o di diverso di quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riconoscere che il gruppo dirigente che ha diretto il partito dopo Chianciano ha dovuto affrontare  passaggi terribili. La vicenda di Liberazione e la crisi economica del partito lo hanno costretto a dedicare le proprie energie a problemi che  poco hanno a che fare col lavoro politico. Detto questo, però, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che questo gruppo dirigente  non è riuscito ad affermarsi, ad acquisire autorevolezza, a costruire interlocuzione. Dobbiamo mettere in campo forze più fresche e meno logorate dalle nostre liti e vicende interne. È necessario che venga avanti una nuova leva di giovani. Solo una generazione che viva nelle contraddizioni del presente può avere gli strumenti per cogliere i processi di una realtà che le generazioni precedenti non riescono più a interpretare. Bisogna costruire un nuovo gruppo dirigente all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte, capace di intraprendere un processo unitario a sinistra. Ce la possiamo fare. La proposta di Essere Comunisti non è solo una scelta tattica, ma una strategia per aprire il cantiere di costruzione di una nuova forza politica della sinistra di alternativa in questo Paese. Può sembrare paradossale, ma  sono ottimista. Eviterei di di vedere la politica in modo statico. Nello scenario italiano è tutto in movimento. Noi dobbiamo lavorare per modificare i contesti e le situazioni. Non è immaginabile che in Italia la partita si chiuda con un Pd di questa specie e con nient’altro alla sua sinistra. L’Idv e Sel sono due soggettività importanti, ma che vivono una collocazione contraddittoria, basta pensare ai riferimenti internazionali.  Si dovrà costituire necessariamente anche nel nostro Paese  una forza che si batterà per l’alternativa piuttosto che per l’alternanza. Esiste in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Olanda, in Grecia, nella Repubblica Ceca. A noi tocca il compito di lavorare affinché nasca anche in Italia.

P.s. Per chi fosse interessato a leggere diversi interventi che sono stati svolti nella assemblea di Essere Comunisti:  http://www.esserecomunisti.it/?page_id=47393

8 ottobre 2012, Intervista a cura di Tonino Bucci pubblicata sul numero 29-30 di Essere comunisti

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