CONTRO LA LEGGE 953 (APREA) CHE DECRETA IL TAGLIO DEFINITIVO DELLA DEMOCRAZIA SCOLASTICA.

September 8, 2012 by  
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Partito della Rifondazione Comunista

Comitato Regionale del Lazio

 

 

 

CONTRO LA LEGGE 953 (APREA) CHE DECRETA IL TAGLIO DEFINITIVO DELLA DEMOCRAZIA SCOLASTICA.

 

DOCENTE, LA TUA VITA PEGGIORERA’ PERCHE’:

1. NON SARAI PIU’ LIBERO DI DECIDERE COSA INSEGNARE E COME INSEGNARLO

2. AUMENTERA’ IL POTERE DISCREZIONALE DEI DIRIGENTI SCOLASTICI

3. DIRIGENTI E PRIVATI ESTERNI DECIDERANNO AL TUO POSTO

 

GENITORE, LA TUA VITA PEGGIORERA’ PERCHE’:

1. IL DESTINO DELLA SCUOLA DEI TUOI FIGLI SARA’ IN BALIA DEGLI INTERESSI PRIVATI

2. LE TUE IDEE E  PROPOSTE NON CONTERANNO PIU’ NULLA

3. NEI TERRITORI PIU’ POVERI LA SCUOLA SARA’ PIU’ POVERA

 

STUDENTE, LA TUA VITA PEGGIORERA’ PERCHE’:

1. AVRAI DOCENTI RICATTATI E DEMOTIVATI PERCHE’ COSTRETTI A INSEGNARTI QUANTO DECISO DAI   DIRIGENTI E DA PRIVATI ESTERNI

2. NON POTRAI PIU’ FAR VALERE LE TUE RAGIONI NEI CONSIGLI DI CLASSE

3. OGNI SCUOLA AVRA’ IL SUO REGIME QUINDI I TUOI DIRITTI NON SARANNO PIU’ GARANTITI.

 

IL COORDINAMENTO DELLE SCUOLE SECONDARIE DI ROMA INVITA TUTTI A PARTECIPARE AL

 

SIT IN DI PROTESTA

MARTEDI 11 SETTEMBRE

DALLE 15 ALLE 18 A PIAZZA MONTECITORIO

 

HANNO DATO LA LORO ADESIONE:

 

Associazione per la Scuola della Repubblica, Comitato per la Scuola della Repubblica di Firenze, Ecole,Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Federazione della Sinistra,CPS Roma (Coordinamento Precari Scuola), I.d.V., “L’Urlo della Scuola”,  PRC, Comitato genitori  e insegnanti per la difesa della scuola pubblica –Padova, C.I.E.I.(Consiglio Insegnanti Evangelici Italiani), Comitato  difesa  scuola pubblica –Ferrara,  SEL, Alternativa –Roma, CRIDES (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola)-Roma, Cogede (Cordinamento Genitori Democratici di Genova).

 

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Università, la valutazione sbagliata

March 22, 2012 by  
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di Alberto Burgio e Maria Rosaria Marella

Il sistema introdotto dalla riforma Gelmini è discriminatorio e penalizzerà alcuni ricercatori e piccole e medie case editrici. A vantaggio di grandi editori e lobbies accademiche. Discutiamone sabato a Bologna.

Che cosa sta succedendo in questi giorni nell’Università italiana?

In base alla «riforma» Gelmini (assunta in toto dal governo Monti) si è aperto, nel sacro nome del Merito, il capitolo della Valutazione, pomposamente denominato Vqr («Valutazione sulla qualità della ricerca»). Sulla congruità di questo obiettivo si può discutere, in teoria. Nella pratica, siccome sui criteri di giudizio vigono arbitrio e opacità, la Valutazione opererà come una potente leva discriminatoria. Sarà (se ne vedono già le avvisaglie) un grande gioco al massacro, destinato a sortire pesanti effetti sull’attività dei ricercatori: sulla distribuzione delle risorse finanziarie e strumentali, sulle carriere, sullo sviluppo delle strutture (in pratica, il reclutamento dei giovani). Ciò avviene sulla base della plateale violazione di due principi-base della civiltà giuridica: la tassatività delle norme (nessuno conosce i criteri in base ai quali verrà valutato, quindi ignora come gli convenga selezionare il meglio della propria attività, se privilegiare una monografia o un saggio in lingua straniera) e la non-retroattività: oggi (2012) si valuta l’attività scientifica svolta tra il 2004 e il 2010, quando nessuno conosceva i criteri in base ai quali sarebbe stato valutato. I libri, per fare un esempio, saranno valutati anche in base alla sede di pubblicazione (alla casa editrice o alla collana): a parte la totale arbitrarietà del criterio (torneremo su questo aspetto), il giudizio si abbatte oggi su scritti pubblicati quando gli autori non sapevano che sarebbe stata applicata questa regola né – a maggior ragione – disponevano di criteri di selezione delle sedi di pubblicazione.

Tutto ciò scaricherà sulla ricerca una prima serie di pesanti effetti perversi: aree e linee di studio, in taluni casi intere discipline, saranno discriminate, con gravi limitazioni, di fatto, della libertà e del pluralismo. Non solo. Siccome la Valutazione si muove sulla base di sistemi a numero chiuso (per esempio, si stabilisce in partenza il rapporto percentuale tra le riviste di fascia A e quelle collocate nelle fasce inferiori), si produrrà un esito di frustrazione, non di stimolo: poiché è materialmente (e “politicamente”) impossibile che tutti pubblichino su riviste A, agli altri (spesso esclusi perché estranei al mainstream o per ragioni di non-appartenenza a forti cordate accademiche) si trasmetterà un messaggio molto chiaro: «non vale la pena che vi affatichiate, tanto…». Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di puro autolesionismo, cioè di stupidità: alle università e al governo dovrebbe interessare stimolare l’attività, non già deprimerla. Ma sarebbe – temiamo – un’obiezione ingenua. Come dicevamo, la Valutazione è un’arma; il proposito è (anche) quello di neutralizzare voci scomode (o soltanto periferiche), concentrando risorse e poteri nelle mani di ristrette cerchie di «ricercatori eccellenti». Da questo punto di vista, svalutare (e scoraggiare) è utile quanto premiare. Tanto più che l’Università pubblica è costosa e deve “dimagrire” – sappiamo a vantaggio di chi.

Aggiungiamo qualche osservazione in merito alle conseguenze micidiali (e di dubbia legittimità) che questo sistema genererà a danno della piccola e media editoria. Far valere (di diritto o di fatto: come dicevamo, una caratteristica di tutta questa faccenda è la scarsissima trasparenza proprio in merito ai criteri di giudizio) una graduatoria tra le case editrici significa, in sostanza, impoverire il panorama culturale dell’intero Paese e renderne agevole la colonizzazione da parte di poche imprese private (e dei potentati accademici). Su due versanti.

Per quel che riguarda i ricercatori, quanti dispongono di buone relazioni personali con le case editrici «di serie A» saranno decisamente avvantaggiati, come se le case editrici fossero obbligate a scegliere che cosa pubblicare o meno in base a criteri scientifici, invece che in base a opzioni ideologiche, ad aspettative commerciali o a relazioni amicali, come legittimamente fanno soprattutto per ciò che riguarda i saperi umanistici (ma lo stesso avviene perlopiù anche per le discipline sociologiche ed economico-statistiche).

Conseguenze ancor più pesanti colpiranno le case editrici. Quelle «di serie A» vedranno impennarsi il valore delle proprie pubblicazioni (e altrettanto accadrà, prevediamo, per l’importo dei finanziamenti che pretenderanno dagli autori); quelle collocate nelle fasce inferiori assisteranno a una drastica svalutazione del proprio catalogo e della propria attività. Con buona pace del dio mercato: difatti in Australia il governo ha dovuto fare marcia indietro su tutta questa materia e ritirare la graduatoria delle case editrici, essendo stato trascinato in giudizio dai piccoli editori con l’accusa di aver provocato «gravi turbative» del mercato. In sostanza, alcuni rispettabili imprenditori privati potrebbero presto diventare i Signori della ricerca scientifica italiana, poiché dalle loro insindacabili decisioni dipenderà la sanzione della qualità delle pubblicazioni, con tutte le conseguenze che da ciò discendono. E se a loro la Valutazione conferirà il tocco di Creso (qualsiasi schifezza avranno deciso di pubblicare potrà miracolosamente trasformarsi in una pietra miliare del progresso scientifico), una pietra tombale verrà invece posta sugli «sfigati» editori piccoli e medi, ridotti al rango di diffusori di merce di scarto.

Questi sono, ci pare, alcuni prevedibili – e già, in parte, attuali – effetti perversi della Valutazione. Su di essi (nonché sui gravi conflitti d’interesse inerenti a giudizi formulati da soggetti inclusi nella platea valutata) varrebbe la pena di confrontarsi prima che un sistema varato con il pretesto della meritocrazia sancisca definitivamente l’emarginazione di posizioni eterodosse e lo strapotere di grandi editori e lobbies accademiche. Ci auguriamo che una buona occasione per cominciare a discuterne sia l’imminente assemblea nazionale dei movimenti di opposizione alla Gelmini convocata a Bologna (aula Barilla, p.zza Scaravilli 1/1) per sabato 24 marzo 2012 sotto l’inequivocabile titolo «Università bene comune».

Mercoledì 21 Marzo, da Il Manifesto

conoscenza, laicità, nuovi diritti

February 23, 2012 by  
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“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
(art. 3 della Costituzione) “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
(art. 33 della Costituzione)

 

Queste sono le ispirazioni che animano il nostro lavoro. In coerenza con quanto scritto nella Costituzione repubblicana è nostra convinzione che il Sapere sia un bene comune non mercificabile né privatizzabile. Siamo convinti che ogni cittadino abbia diritto a un’istruzione pubblica e gratuita. Essa deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Come è scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra le Nazioni, i gruppi etnici e religiosi, e deve favorire il dialogo e la pace fra i popoli. Tutti i cittadini hanno diritto a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità a cui appartengono, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici. Indipendentemente dal sesso, dalla religione, dalla nazionalità e dall’orientamento sessuale, ognuno ha diritto al libero svolgimento dell’attività scientifica, letteraria e artistica. La Conoscenza così intesa è il principale strumento di cui i popoli si dotano per perseguire una società dove “il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”, fondata cioè sui valori di giustizia, libertà e solidarietà sociale .