Reddito minimo, consegnata proposta di legge popolare. Il comitato incontra Laura Boldrini. Prc: Il Parlamento lo approvi subito!

April 16, 2013 by  
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Reddito minimo, consegnata proposta di legge popolare. Il comitato incontra Laura Boldrini. Prc: Il Parlamento lo approvi subito!

Questa mattina, il comitato promotore “Reddito minimo per tutte e tutti” ha consegnato alla Presidenza della Camera dei Deupati le 50.000 firme necessarie per validare la proposta di legge popolare per isitutire anche in Italia il reddito minimo garantito di 670 euro al mese per disoccupati, inoccupati e precariamente occupati con reddito inferiore a 8000 euro annui.

Alla grande campagna di raccolta firme hanno partecipato 170 tra associazioni, sindacati e partiti. Una delegazione di promotori, composta da Antonio Ferraro (Prc), Eleonora Forenza (Forum Donne), Sandro Gobetti e Luca Santini (Bin Italia), Marco Furfaro (Sel), Mapi Pizzolante (Tilt), Valentina Greco (PrecariaMente), ha incontrato la presidente della Camera, Laura Boldrini, chiedendo l’avvio immediato di un iter parlamentare per l’approvazione della legge. La Boldrini ha mostrato tutta la sua sensibilità verso il tema e la sua disponibilità a sostenere l’iniziativa sia formalmente che informalmente. La proposta del reddito minimo garantito è stata “una di quelle che ho portato avanti con più convinzione durante la campagna elettorale. Il vostro sforzo va nella direzione di trovare una soluzione per chi è disperato”. Ha affermato la presidente della Camera, che ha aggiunto: “Capisco e condivido il senso di questa iniziativa”.

CRISI – FERRERO (PRC –FDS): «MERKEL PROMUOVE MONTI, IL CAMERIERE VENDUTO, E SCONFIGGE L’ITALIA 10 A ZERO».

August 30, 2012 by  
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COMUNICATO STAMPA

CRISI – FERRERO (PRC –FDS): «MERKEL PROMUOVE MONTI, IL CAMERIERE VENDUTO, E SCONFIGGE L’ITALIA 10 A ZERO».

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista – Federazione della Sinistra, ha dichiarato:

«L’udienza concessa oggi dalla Merkel a Monti si conclude con un vero disastro per l’Italia. La Merkel fa i complimenti al cameriere Monti per come ha obbedito ai suoi ordini e si dice impressionata per tutte le stangate che Monti è riuscito a fare sulle spalle del popolo italiano. Detto questo la Merkel si dichiara indisponibile a fornire la licenza bancaria all’ESM e quindi alla possibilità di bloccare automaticamente la speculazione sui titoli di stato. Il segnale è chiaro: la speculazione viene volutamente lasciata libera di correre in modo da continuare a ricattare i popoli e poter giustificare le stangate. Così Monti, il cameriere venduto, viene amichevolmente promosso dalla sua padrona, la Merkel, che nel frattempo ha sconfitto l’Italia 10 a zero: se questo è il peso che Monti ha in Europa è meglio che ci mandiamo lo zio di Bonanni a fare le trattative».

29 agosto 2012

Fermiamo la speculazione !!!

August 30, 2012 by  
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CRISI – FERRERO (PRC-FDS): «PAROLE DI MONTI SONO DIMOSTRAZIONE DELL’USO POLITICO DELLO SPREAD»

August 23, 2012 by  
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CRISI – FERRERO (PRC-FDS): «PAROLE DI MONTI SONO DIMOSTRAZIONE DELL’USO POLITICO DELLO SPREAD»

Pubblicato Giovedì, 02 Agosto 2012

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista – Federazione della Sinistra, dichiara:

«Monti dichiara che con lo spread alto l’Italia rischia un governo euroscettico e chiede che i partiti colmino il gap di credibilità con la riforma elettorale: queste parole sono la palese dimostrazione dell’evidente uso politico dello spread. Lo spread deve spaventare abbastanza da obbligare i popoli a demolire tutti i loro diritti ma non troppo per non mettere in discussione la schifosa politica di chi quei diritti li demolisce: stanno prendendo in giro la gente».

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Una patrimoniale per l’occupazione

March 1, 2012 by  
Filed under economia, lavoro

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da Sbilanciamoci

In un periodo storico in cui non si lesina di parlare di “sostenibilità” dello sviluppo e di come questo debba diventare l’obiettivo principe dell’azione politica, è bene ricordare che, a maggior ragione, questo non può essere smarrito proprio in un periodo di crisi quale è quello che si sta dispiegando con la massima forza…

Ed è questa, in definitiva, l’ispirazione che anima la proposta di tre economisti italiani, Francesco Scacciati, Guido Ortona ed Ugo Mattei, recentemente pubblicata da Sbilanciamoci.info.

“È bene affermare con tutta chiarezza che la politica economica non deve riguardare solo l’efficienza di un sistema, ma anche la sua equità, e non solo i redditi monetari ma anche il benessere complessivo delle persone. La politica economica deve quindi porsi il problema di come sostenere il reddito, le speranze e la qualità della vita dei soggetti che non possono procurarsi adeguatamente queste cose sul mercato. Il problema non è allora se aumentare l’occupazione pubblica è efficiente o no, ma di come fare a soddisfare quelle tre esigenze nel modo più efficiente. È chiaro che uno schema come quello proposto è superiore a un semplice sussidio di disoccupazione.”

Questa in sostanza è la filosofia che ispira la proposta, la quale, e lo si deve sottolineare, appare anche inusitatamente “efficiente”. Immaginare uno Stato che distribuisce “semplicemente” sussidi non è infatti un bene ne’ per il lavoratore, che, tolto lo stretto momento dell’emergenza può compresibilmente cadere in un profondo stato di demotivazione esistenziale, e nemmeno per il sistema che assisterà al progressivo depauperamento delle potenzialità del suo capitale umano.

Si può fare. Non hanno dubbi i tre citati economisti. E sulla scorta di quanto fin qui chiarito delle motivazioni di fondo della proposta, precisano:

a) l’emergenza occupazionale va affrontata come tale, cioè con provvedimenti di emergenza, che devono durare fino a che dura l’emergenza.

b) È compito dello stato sostituirsi al mercato per creare occupazione.

c) Le risorse per affrontare questa emergenza devono essere sottratte al ricatto dei mercati finanziari. Infatti un aumento del costo del debito implica una riduzione delle risorse pubbliche disponibili, il che fa aumentare la disoccupazione; e contrastare la disoccupazione con nuova spesa pubblica implica un aumento del costo del debito, e così via.

d) Le risorse necessarie devono quindi provenire da una fonte consistente e stabile. La via più percorribile in tempi brevi è la tassazione della ricchezza mediante un’imposta patrimoniale.”

Il punto d) è naturalmente decisivo, perché è sulla reale disponibilità di risorse accertate che si gioca la fattibilità delle proposte. Ma su questo punto i tre spiegano che:

“A quanto riferisce la Banca d’Italia, la ricchezza mobiliare netta degli italiani, cioè quella costituita da moneta e titoli (e non da abitazioni e altri immobili, e calcolata sottraendo i debiti) è di circa 2700 miliardi di euro, di cui almeno il 45% è nelle mani del 10% più ricco. Il costo della manovra suggerita è di poco meno di 12.5 miliardi (includendo una tredicesima mensilità). Ciò implica che il suo costo potrebbe essere coperto con un’imposta patrimoniale media pari allo 0.46%, cioè al 4.6 per mille (nell’ipotesi che i contributi previdenziali vengano interamente pagati da altre fonti, vedi sotto). Per avere un’idea della portata di una simile imposta si consideri quanto segue: un cittadino che disponga di una ricchezza finanziaria di 10.000 euro (un valore piuttosto basso, dato che il patrimonio include ogni tipo di risparmio, compresi i conti correnti bancari) dovrebbe pagare 46 euro all’anno; non c’è motivo per cui non possa essere autorizzato a pagare in dodici rate mensili di tre euro e ottantatre centesimi ciascuna. Ci sentiamo di dire che questo esborso è ampiamente alla sua portata; e lo è quindi, a maggior ragione, quello richiesto ai cittadini dotati di un patrimonio maggiore.”

Questa base, assicurano gli autori, è del tutto fruibile. Non vi sono rischi sostanziali di fuga dei capitali all’estero, e quanto alla nominalità dei patrimoni – questione centrale nelle polemiche che animano il dibattito sulla efficacia dell’applicazione di una patrimoniale, viene ricordato che

“Ogni deposito, sia esso in contanti o in titoli, ha una sua nominalità. La tassazione inciderebbe sul patrimonio indipendentemente da chi ne è il titolare, e può quindi persino essere effettuata in regime di anonimato, come si è fatto per i capitali scudati, anche se secondo noi ciò non sarebbe affatto giusto.”

L’attenzione deve concentrarsi su patrimonio mobiliare

“Perché il patrimonio mobiliare è un indicatore più corretto della ricchezza effettiva. In primo luogo i valori catastali sono poco attendibili; in secondo luogo è relativamente facile che un immobile del valore di, poniamo, 300.000 euro sia un’eredità di famiglia e il suo proprietario non abbia altre risorse, e quindi che il pagamento di un’imposta dello 0.15% (le aliquote sarebbero naturalmente più basse che nel caso in cui venga escluso il patrimonio immobiliare), cioè di 450 euro, sia per lui molto gravoso, o comunque indebitamente più gravoso rispetto a un altro cittadino che possegga un patrimonio di pari entità ma di diversa natura. Inoltre, il patrimonio immobiliare è, di fatto, già gravato da imposte di altro tipo in misura piuttosto consistente. Tuttavia è possibile pensare a schemi che includono anche il patrimonio immobiliare (e quindi, come abbiamo visto, con aliquote più basse) con aliquote progressive e soglie di esenzione.”

Certamente è poi necessario soffermarsi sulle modalità con cui si opera per creare occupazione e sulla qualità della stessa, anche per lasciare effetti permanenti una volta volta finita l’emergenza. In questo senso sono pertanto suggerite “le assunzioni ai settori dei beni pubblici, cioè di quei beni che il settore privato non è in grado di fornire in modo efficiente; essi sono anche quelli in cui si hanno in Italia i maggiori ritardi. Un esempio ovvio è la tutela dell’ambiente, un altro i servizi universalistici di assistenza, per esempio la prevenzione sanitaria sul territorio.” In questo modo modo ri rimederebbe anche “a una grave anomalia italiana, e cioè la carenza di occupazione pubblica (e quindi dei servizi pubblici), come risulta chiaramente dal confronto con i paesi europei paragonabili al nostro.”

Sul cosa fare dei lavoratori assunti con questo schema una volta finita l’emergenza, viene risposto “Nulla. Per definizione l’emergenza sarà finita solo quando il mercato e lo stato saranno in grado di garantire un livello soddisfacente di occupazione. Va inoltre ricordato che il tasso di occupazione (il rapporto tra numero di occupati e popolazione in età lavorativa) in Italia è di gran lunga tra i più bassi d’Europa (56,9% in Italia, 63,8% in Francia, 69,5% nel Regno Unito e 71,1% in Germania).”

In definitiva, concludono i tre autori

“…il trasferimento di somme quasi insignificanti per chi ne dovrebbe sopportare l’onere consentirebbe di raggiungere risultati molto ampi in termini di occupazione. Se si preferisce, che la creazione di un numero molto elevato di posti di lavoro in settori che vengono quasi unanimemente giudicati sottodimensionati costerebbe molto poco. Ciononostante questa ipotesi non viene presa in considerazione dalle forze politiche di governo, a dispetto del suo basso costo. Come mai? A nostro avviso il motivo non è il trasferimento di risorse richiesto dall’operazione (forse solo un fanatico tea partist potrebbe opporsi alla creazione di ottocentomila posti di lavoro utili a un costo così basso), ma la paura di dare allo Stato il compito di creare direttamente dei posti di lavoro. Infatti questa manovra implicherebbe un notevole cambiamento nel pensiero dominante: da un lato l’abbandono dell’idea che l’unico modo per risolvere la crisi è liberare le pure forze del mercato, dall’altro l’accettazione dell’idea che la soluzione della crisi passa per un maggiore e migliore intervento dello Stato. Anche se questa da sempre è stata una discriminante fra sinistra e destra, e pensiamo che sia bene che torni a esserlo, vogliamo sottolineare che la nostra proposta non ha nulla di estremista. Se essa fosse accettata, l’occupazione pubblica resterebbe comunque bassa rispetto agli standard dei paesi europei paragonabili all’Italia, e il trasferimento di reddito sarebbe comunque molto basso, assai meno dell’1% del PIL.”

Draghi: il modello sociale europeo è obsoleto

February 25, 2012 by  
Filed under economia, politica

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di Bruno Steri

Ha destato qualche clamore l’intervista concessa dal presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi al Wall Street Journal: in realtà, non c’è molto da…

sorprendersi. All’indomani di una fatidica riunione che il Consiglio europeo tenne il 9 maggio 2010 – quando si era già nitidamente profilato l’attacco all’euro – il Washington Post titolava: “Il Welfare europeo, il più generoso modello sociale del mondo, ha i giorni contati”. Anche il nostro Corriere della Sera titolava a tutta pagina: “Abbattimento del Welfare socialista”. In effetti, quel Consiglio europeo sanciva il prevalere degli orientamenti “rigoristi” promossi dalla signora Merkel. Non c’è quindi da stupirsi se oggi Draghi conferma che “il pregiato modello sociale ed economico dell’Europa è obsoleto” e che alle politiche di austerità non c’è alternativa. Il progetto era quello: detto fatto.

Verrebbe da chiedere al presidente della Bce: quando non molto tempo fa era responsabile del Financial Stability Board (l’organismo insediato a suo tempo dal G20 e incaricato di sovrintendere alle autorità di vigilanza bancaria e di controllo dei mercati), cosa è riuscito a spuntare nei confronti del potere finanziario capitalistico, responsabile della crisi planetaria deflagrata dal 2007 in poi? Ben poco, a giudicare da quello che lui stesso diceva. La grande paura aveva infatti spinto più d’uno a sollecitare una “regolamentazione” del sistema finanziario: stretti vincoli al mercato dei prodotti derivati, regolamentazione degli hedge fund (i fondi corsari a caccia di speculazione), lotta senza quartiere ai “paradisi fiscali”, fine del conflitto d’interessi implicito nel funzionamento delle agenzie di rating, imposizione di un tetto agli stipendi dei manager, contenimento della dimensione bancaria. A metà gennaio del 2010, Draghi convocava d’urgenza banchieri centrali e rappresentanti delle più grandi banche internazionali private, preoccupato del fatto che proprio l’ingente liquidità già allora profusa dalle autorità monetarie a tassi vicini allo zero per arginare il collasso del sistema, anziché riavviare la macchina produttiva stesse riattivando le propensioni speculative. “Il potere degli interessi costituiti si sta rafforzando”, confessava Draghi al Sole 24 ore l’8 gennaio 2010.

E’ cambiato qualcosa da allora? Direi di no. La Bce di Mario Draghi inonda di liquidità le banche private (490 miliardi concessi ad un tasso dell’1%) ma il flusso di risorse non rifluisce verso l’economia reale e serve unicamente ad incrementare gli attivi bancari. L’attuale presidente della Bce si è adattato comodamente agli schemi (e agli interessi) della tecnocrazia finanziaria. In quest’ottica, viceversa, per i poveri cristi non “c’è alternativa”: austerità e rigore. O, detto in altri termini, socializzazione delle perdite: paghino la crisi i soliti noti. Noi comunisti diciamo: la crisi pagatevela voi.

Il Mezzogiorno e la crisi: le proposte del PRC

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ponte

Redazionale

Si è svolta ieri nella sede della Direzione nazionale una riunione sulle questioni del Mezzogiorno, organizzata dal dipartimento Economia. All’incontro, alla presenza di rappresentanti…

delle federazioni e dei dipartimenti nazionali, hanno partecipato con specifiche relazioni anche gli economisti Emiliano Brancaccio dell’università del Sannio e Riccardo Realfonzo, attualmente assessore al bilancio del Comune di Napoli. Di fronte a una crisi strutturale e ‘costituente’, che sta colpendo profondamente gli strati sociali più deboli in particolare delle regioni del Sud, sentiamo l’esigenza di riavviare un intervento specifico di analisi e di proposta politica, ha affermato Augusto Rocchi nell’introduzione. Le politiche della Bce e le manovre del governo Monti stanno determinando un vero e proprio massacro sociale: sono ripresi consistenti processi migratori soprattutto di giovani laureati verso le regioni del Nord e l’estero, la disoccupazione giovanile sfiora nel Mezzogiorno il 50%; la debolezza strutturale e l’assenza di interventi hanno effetti devastanti sui (rari) distretti industriali, l’aumento di accise sui prodotti petroliferi, la mancanza di politiche di sostegno da parte del governo e insensate politiche europee hanno messo in ginocchio settori quali l’agricoltura, la pesca, il turismo; politiche fiscali (vedi Equitalia) ‘forti coi deboli e deboli coi forti’ stanno comportando la chiusura di migliaia di piccole aziende. Assistiamo a vere e proprie rivolte in regioni come la Sardegna, le proteste degli autotrasportatori hanno bloccato per giorni intere regioni; operai, pastori e contadini protestano tutti i giorni sotto le sedi regionali, il movimento dei “forconi” in Sicilia, denotano un quadro sociale di grande sofferenza. Se la sinistra non riesce a essere parte attiva in tutte queste mobilitazioni e contemporaneamente a fornire proposte di uscita ‘da sinistra’ dalla crisi, il rischio dell’avanzare delle destre populiste, parallelamente alla crescita di quelle tecnocratiche che sostengono Monti, può determinare pericolose svolte regressive e autoritarie.

E’ urgente avviare un lavoro specifico del partito su due piani di intervento, elaborando da un lato una piattaforma politica sulle questioni del Meridione, dall’altro mettendo in campo una mobilitazione di massa.Un percorso di costruzione delle proposte e delle iniziative politiche in cui – a livello territoriale e centrale – dobbiamo avere grande capacità di ricerca e di apertura, per essere in grado di interloquire con intellettuali, movimenti di massa e tutte le soggettività della sinistra di alternativa. Va ripensata l’idea stessa di sviluppo del Mezzogiorno, non basata sui megaprogetti quali il Ponte sullo Stretto ecc. ma su nodi programmatici come la riconversione ecologica ambientale, la ripresa della piattaforma sui servizi pubblici e sui beni comuni emersa nella recente assemblea di Napoli, sviluppando gli assi strategici dell’agricoltura (che ha pagato le conseguenze di politiche distorte da parte dell’Unione europea) con una migliore valorizzazione delle produzioni locali e del turismo connesso allo sviluppo della produzione culturale e artistica, utilizzando maggiormente anche i fondi europei.

L’obiettivo finale che ci proponiamo è arrivare alla proposta di un grande piano immediato per l’occupazione giovanile del Sud, definendo contestualmente gli strumenti di riqualificazione di una programmazione pubblica. E parallelamente proponiamo una tassa patrimoniale in grado di garantire risorse a una forma di reddito sociale, non strumento assistenziale ma di sostegno ai periodi di assenza di lavoro. Dobbiamo dotarci rapidamente dello strumento di un questionario di inchiesta che consenta di costruire sui territori iniziative politiche di massa sempre interloquendo con movimenti, comitati, associazioni, sindacati, riuscendo a coinvolgere tutte le soggettività della sinistra.

Queste le proposte di intervento, sulle quali nel corso della riunione si sono inserite le approfondite relazioni degli economisti e il dibattito delle compagne e dei compagni intervenuti. Della riunione è disponibile la registrazione video, alla quale rimandiamo al link http://www.youtube.com/direzioneprc . Ora tutto questo lavoro proseguirà articolandosi a livello territoriale e con gruppi di lavoro specifici.

16 / 02 / 12

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 Altri articoli segnalati  

  16   febbraio 2012

ITALIA IN RECESSIONE

di Bruno Steri – rifondazione.it 16.2.2012

 

E’ un conto facile facile. Ripetiamolo per l’ennesima volta. Il parametro che misura la compatibilità del debito pubblico di un Paese non è una cifra assoluta ma un rapporto: che vede al numeratore il debito in questione e al denominatore la ricchezza prodotta annualmente dal Paese, il fatidico Pil. Secondo i parametri di Maastricht, fatto 100 il Pil, il debito dovrebbe attestarsi al 60%. Per carità di patria, non chiedetemi in base a quale legge di natura sono stati concepiti tali vincoli: certo che avrebbe dovuto destare più di un sospetto una compagine economica eretta unicamente su vincolo di bilancio (deficit al 3%) e contenimento del debito.

Ma stiamo a questi dati di riferimento e torniamo al nostro conticino, concernente il rapporto debito/Pil. Se abbatti la cifra assoluta del debito (il numeratore) con provvedimenti che non solo ostacolano ma deprimono la crescita economica (il denominatore), il valore di quel rapporto non solo non diminuisce ma rischia di aumentare. E’ quel che drammaticamente sta accadendo in Grecia dove, dal 2009 ad oggi, il rapporto debito pubblico/Pil si è impennato andando dal 120 al 180%. Grazie alle misure che Bruxelles (cioè Berlino) continua imperterrita ad imporre, non solo il popolo greco si trova a dover subire un’intollerabile involuzione della propria condizione materiale e sociale, ma lo stesso andamento del parametro in questione va di male in peggio: nel quarto trimestre del 2011, il Pil greco è crollato di ben 7 punti percentuale.

Quanto all’Italia, la “cura” Monti (preparata anch’essa sotto dettatura della Commissione europea e della Bce) non ha ancora manifestato in pieno i suoi effetti, ma – purtroppo – li manifesterà. Già oggi l’Istat segnala, per l’ultimo trimestre del 2011, un decremento del Pil dello 0,7% rispetto al precedente trimestre (che aveva già fatto registrare una contrazione dello 0,2): detto di passaggio, le convenzioni contabili stabiliscono che due consecutivi segni ‘meno’ significano recessione. Ma quel che è peggio è che le previsioni per il 2012 danno il Pil del nostro Paese in caduta libera: meno 1,5-2%. Altro che “salvaitalia” e “crescitalia”: le misure varate dal governo Monti e ispirate dall’Unione Europea non solo sono profondamente inique, ma sono anche drammaticamente inefficaci.

Se si resta nel quadro disegnato dalle politiche europee, la spirale deflazionistica (taglio di redditi e diritti, crescita zero) continuerà a picchiare duro. Per questo occorre cambiare radicalmente strada: per questo occorre un’opposizione all’altezza di una situazione assai grave.

 

 

DOV’È FINITA L’EQUITÀ?

editoriale di Galapagos ilmanifesto 16.2.2012

Europa a 17 o Europa a 27 non fa differenza: la caduta del Pil nell’ultimo trimestre del 2011 è stata univocamente dello 0,3%. È un’intera area di circa 350 milioni di persone a essere entrata contemporaneamente in crisi. Certo, i segnali di rallentamento erano evidenti da vari trimestri, ma la politica economica comunitaria e dei singoli stati non ha fatto nulla. Anzi, ha fatto. Ma con scellerati provvedimenti «pro ciclici» che – anziché contrastare le evidenti tendenze recessive – le hanno esaltate con manovre restrittive finalizzate a cercare di tenere sotto controllo i conti pubblici, clamorosamente destabilizzati dalla crisi e dal successivo «salvataggio» del sistema finanziario.
L’esempio più clamoroso è la Grecia: nel 2009 il rapporto tra il debito pubblico e il Pil era al 120% e ora – dopo le cure da cavallo imposte – è al 180%. Compreso l’anno in corso, Atene da 5 anni sarà in recessione. L’ultima caduta del Pil (-7% nel quarto trimestre) è terrificante e sta producendo effetti catastrofici sul tessuto sociale del paese, dove oltre un quinto dei lavoratori è disoccupato.
Ma la Grecia è solo la punta di un gigantesco iceberg europeo nel quale oltre un quarto della popolazione – ci dicono le statistiche Eurostat – è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Esaltare il mito della crescita è errato, ma senza crescita del Pil (che non significa produrre più merci) non si va da nessuna parte. Anzi, si va verso una povertà di massa che è quello che sta accadendo non solo in Grecia, ma in molti paesi del Mediterraneo.
L’Italia (anche per le reiterate manovre correttive) è tra i paesi più colpiti dalla caduta del Pil: -0,7% nell’ultimo trimestre rispetto al trimestre precedente e -0,5% rispetto al quarto trimestre del 2010. Complessivamente, negli ultimi 4 anni, il Pil è stato in caduta nel 2008 e 2009 (complessivamente oltre il 6% ) ed è risalito solo dell’1,4% nel 2010, più un misero 0,4% nel 2011. E nel 2012 andrà ancora peggio: il Pil sembra destinato a scendere di almeno l’1,5-2 per cento.
Questo significa che gli italiani saranno in media di oltre il 6% più poveri rispetto al 2007. Ma le medie sono malandrine: appiattiscono la situazione reale, dissimulano il crescente malessere di una parte (sempre più larga) dei cittadini.
La situazione è chiarissima. Il governo Monti aveva promesso efficienza e equità. La capacità tecnica ha fatto brillare sprazzi di efficienza (cosa non difficile, vista l’incapacità del precedente governo), ma di «equità» non c’è traccia. Come ricordava Marx al «cittadino» Weston, quando la zuppa nella scodella è la stessa e a mangiare è più d’uno, per distribuire con maggiore equità il pasto occorre modificare i cucchiai dei commensali. Monti, invece, ha ridotto la minestra (il Pil) e – al tempo stesso – la dimensione dei cucchiai, ma chi appoggia il suo governo tace.

 

GRECIA

Governo di soli tecnici ad Atene come per Monti?

 Argiris Panagopoulos
sa ATENE

Le elezioni in aprile saranno un altro disastro sul disastro, ammoniscono i ministri delle finanze greco Venizelos e dell’istruzione Diamantopoulou

Alla Germania non basta la creazione di un suo mini protettorato in Grecia. Berlino sembra preferire un diretto fallimento della Grecia, mentre i burocrati della Ue cercano di evitare un nuovo ciclo di instabilità per la crisi del debito in Europa assicurando la sopravvivenza del paese fino alle prossime elezioni. Ma quante sono veramente le probabilità di concedere ai greci il diritto di voto ad aprile? La Germania e parte della Commissione Europea familiarizzano con l’idea di un nuovo governo di Papadimos, completamente tecnico, come quello italiano di Monti. La Commissione europea nel frattempo cerca di salvare il salvabile cominciando dal cambio dei bot greci nelle mani dei privati e dal regalo della ricapitalizzazione delle banche greche. I ministri delle finanze greco Venizelos e questa della pubblica istruzione ed ex commissaria europea Diamantopoulou hanno avvertito che le elezioni a breve saranno un disastro sul disastro in atto. Venizelos ha avvertito che certi paesi dell’eurozona vogliono l’uscita della Grecia dalla zona euro, alimentando la speculazione sui mercati.
La Germania e i suoi alleati dicono che non si fidano che la Grecia applicherà le misure imposte. In realtà hanno solo paura, perché sanno che queste misure non potranno risolvere i problemi del paese. Tra l’altro Merkel rischia di far passare dal parlamento tedesco il finanziamento del secondo pacchetto di salvataggio della Grecia con i voti della opposizione a causa della ribellione di quasi quaranta deputati della sua coalizione. Sarà espulso qualcuno di loro? La politica di Merkel mostra le sue crepe, come hanno ripetuto ieri con insistenza leader socialdemocratici, verdi e di sinistra. Il quotidiano inglese The Independent ha disegnano Merkel come Kronos di Goya che mangiava i suoi figli per la paura di perdere il potere. Perfino il direttore del quotidiano comunista francese Humanité ha chiesto provocatoriamente alla Bce di prestare alla Grecia i fondi necessari con gli interessi del 1%. Gli stessi con i quali la banca centrale prestava alle banche private per speculare contro i bot degli stati dell’Europa del Sud alimentando la crisi del debito.
La borsa di Atene è crollata con perdite del 5,11% ieri sera, grazie alla fuga degli «investitori» dopo l’indecisione dell’Eurogruppo di dare la luce verde agli aiuti, nonostante il governo greco avesse aggiunto altri tagli per 325 milioni di euro dalle pensioni e soddisfare l’ultima questione aperta con la «troika».
Nel frattempo in una riunione interministeriale ieri sera, capeggiata dal arrogante vicepresidente del governo Pangalos, si è discusso per cambiare in fretta le leggi per le manifestazioni nei centri urbani.

 

Giovani

Come sconfiggere la precarietà

Confronto tra i Giovani  e Susanna Camusso. Le storie di precarietà. Le proposte: contratti veri e servizi per l’impiego. Sullo sfondo, il negoziato col governo DI MAURIZIO MINNUCCI

rassegna.it 16.2.2012

» 1 disoccupato su 4 è pronto a emigrare
» 800mila finte partite Iva | Infografica, 46 contratti

 

 

Spese militari, Marcon: I tagli non bastano

 

 

 Giulio Marcon – il manifesto 16.2.2012

Mezzo passo in avanti e due indietro, così si potrebbero commentare le dichiarazioni del ministro-ammiraglio Di Paola alle commissioni Difesa di camera e senato. Il mezzo passo in avanti è l’annuncio della riduzione delle Forze Armate di 30mila unità (dalle attuali 183mila). Ma con calma, ci vorranno 10 anni, ha detto il ministro- ammiraglio. Per mandare a casa gli operai della Irisbus e della Thyssen bastano poche ore, per ridurre il numero di generali e militari, due lustri.
E poi in realtà, bisognerebbe ridurre almeno il doppio di quanto previsto da Di Paola. Le nostre Forze Armate potrebbero benissimo fare a meno di 60mila ufficiali e soldati, senza venir meno agli obblighi costituzionali (la «difesa della patria») e agli impegni internazionali nelle missioni «di pace» (tra cui quella «di guerra» dell’Afghanistan). Tutto questo sarà accompagnato da una «legge delega» alquanto discutibile, perché – su un tema così importante – riduce i poteri del Parlamento dando al governo il compito di dettagliare norme molto delicate e sensibili. (
continua)

 

SPESE MILITARI: La riforma Di Paola: meno generali, più operatività. Ma risparmi zero

Dal Governo solo poche informazioni sulla riforma della Difesa, con proposte di modifica che non abbasseranno le spese militari e la volontà del MInistro Di Paola di procedere dritto per la sua strada. Il racconto di Altreconomia dalla conferenza stampa di Monti e Di Paola 15.2.2012 (leggi)

 

 

16/02/2012 |

BERTINOTTI: DA NAPOLITANO AFFERMAZIONE INDICIBILE SU QUESTIONE SOCIALE

«Ho sentito dire dal presidente della Repubblica che la questione sociale è importante, ma non può essere usata per bloccare le riforme: questa cosa è indicibile». Così l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, commenta quanto affermato qualche giorno fa da Giorgio Napolitano a proposito della coesione sociale che, a parere del capo dello Stato, non può voler dire immobilismo. «Questo è indicibile perchè o la questione sociale serve a chiedere cambiamento o diventa una variabile dipendente – continua Bertinotti – perchè prevale un elemento sovraordinato che è la politica economica, da cui deriva un’ineluttabilità delle scelte che viene invocata per sè da Mario Monti come da Sergio Marchionne». 

 

 

Lo dice anche il consigliere della Merkel: l’austerity è un suicidio

Giovanni Del Re su linkiesta.it 15.2.2012

La ricetta tedesca del rigore a tutti i costi porterà l’Europa a scenari simili a quello della Grecia, con una recessione che si avvita su se stessa in una pericolosissima spirale. Serve invece un sano ritorno a un moderato keynesianesimo, con impulsi pubblici, meno tagli alla spesa e più tasse sui settori che meno contribuiscono alla crescita. A dirlo sono Peter Bofinger, molto noto in Germania anzitutto come uno dei “Cinque saggi”, i superconsulenti economici del governo federale di Berlino; e un ex trader della defunta Lehman Brothers, Sony Kapoor, che oggi guida a Bruxelles un think-tank intitolato Re-define. D’altra parte anche il Fmi ha riconosciuto che così non funziona. 
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/growth-compact-fiscal-compact#ixzz1mY0BU26g

 

Europa, fermare il debito pubblico

Intervista ad Alberto Quadrio Curzio. La proposta di utilizzare gli Euro Union Bond per finanziare l’arresto del debito degli stati e superare la devastante crisi finanziaria

di Anna Avitabile rassegna.it

Nei mesi scorsi Romano Prodi e il professor Alberto Quadrio Curzio hanno avanzato una proposta per stabilizzare il debito pubblico dei paesi aderenti all’Unione monetaria, per scoraggiare la speculazione e per rilanciare gli investimenti pubblici e privati nelle grandi infrastrutture a rete. Come dice Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica, nell’intervista a Rassegna, per ora questo progetto non è stato raccolto a livello politico. Questo significa che è destinato a restare inattuato? Non necessariamente, perché qualora si rimanesse fermi rispetto al trattato “Fiscal compact” appena deciso, le prospettive negative prospettate dal professore sarebbero praticamente inevitabili. Quindi il gioco è ancora aperto. Dal lato delle garanzie, la Germania ha avuto quel che chiedeva. Rimane da affrontare il problema dello sviluppo e la Germania per prima, prima o poi, dovrà farsene carico, anche per i suoi stessi interessi. (…)

 

 

 

Intervista a Gianni Rinaldini su crisi in Grecia e Europa (youtube video globalproject 15.2.2012)

 

 

Il default sociale della Grecia parla anche a noi

Il segretario Generale del WFTU George MAVRIKOS, membro della segreteria del sindacato PAME e parlamentare del Partito Comunista Greco, lancia il “libro” dei provvedimenti verso i banchi del Governo durante il dibattito parlamentare del 12 febbraio

13/02/2012 usb.it

In allegato  sul sito,  il documento del sindacato greco PAME (inglese/italiano) sulle nuove misure del governo greco

“La Grecia non deve fallire” ripetono in coro gli avvoltoi che continuano a spolpare un paese ed un popolo ridotto allo stremo. I greci sanno infatti che a fallire saranno loro. Il 20 marzo scadono obbligazioni per un totale di circa 14 miliardi di euro, che il governo greco al momento non può rinnovare. Per ottenere un nuovo prestito la troika ha voluto in cambio un nuovo e potente colpo di mannaia: 150 mila licenziamenti nel settore pubblico più altri 15 mila nelle aziende a partecipazione statale più migliaia di insegnanti; una diminuzione tra il 20 e il 30% dei salari che sono stati già ridotti più volte in questi anni; la diminuzione del budget della Sanità (già al collasso) di 1 miliardo di euro; la cancellazione di fatto del contratto nazionale collettivo di lavoro; tagli pesanti anche alle pensioni e ai sussidi sociali e di disoccupazione. (continua)

 

Crisi: Grecia; il bipartitismo e’ finito, sondaggio

  

 (ANSAmed) – ATENE, 16 FEB – Il bipartitismo in Grecia non esiste piu’. La conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, arriva dall’ultimo sondaggio d’opinione condotto dalla societa’ Vprc per conto del settimanale Epikaira oggi in edicola. Dalla ricerca si evince che, oggi come oggi, i due maggiori partiti – il Pasok (socialista) e Nea Dimocratia (centro-destra) – che hanno governato il Paese negli ultimi 35 anni, messi insieme raggiungono a malapena il 38% delle preferenze dell’elettorato, un dato che conferma i cambiamenti radicali che stanno avvenendo nella societa’ greca a causa della crisi economica dovuta in gran parte alla politica seguita questi anni dai due partiti.
Secondo il sondaggio, primo partito si conferma Nea Dimocratia con il 27,5% delle preferenze. Seguono il partito Sinistra Democratica con il 16%, il Partito Comunista con il 14% e l’altro partito di sinistra, Syriza, con il 13,5%. Il Pasok con l’11% occupa il quinto posto, mentre il Laos, il partito di estrema destra scende al 4,5%. Gli indecisi raggiungono il 31,8%. (
leggi tutto)

 

 

 

Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi

il manifesto 16.2.2012 – Giorgio Lunghini

Il sistema capitalistico non è capace di autoregolarsi, per questo è necessario un disegno di politica economica. Applicare le ricette keynesiane di equità e crescita farebbero aumentare i consumi e penalizzerebbero i «rentier». In Italia, bisognerebbe agire su produttività, debito pubblico e domanda

È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.
Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale – per dirla con Marx – da non generare crisi di realizzazione, di sovrapproduzione (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali – by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il mercato – non è capace di autoregolarsi.
Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del «senato virtuale».
Il «senato virtuale», secondo una definizione che Noam Chomsky mutua da B. Eichengreen, è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano “irrazionali” tali politiche – perché contrarie ai loro interessi – votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi e in particolare delle varie forme di stato sociale. I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale. Infatti è questa una crisi tale che, se non se ne esce, avrà conseguenze gravissime non soltanto economiche (una lunga depressione), ma soprattutto politiche. Il Novecento europeo ha insegnato che dalla crisi si esce a destra. Uscite a destra che oggi non sfoceranno in nazifascismo; ma più probabilmente – poiché la seconda volta le tragedie si presentano come farsa – in forme di populismo autoritario, con Tolkien al posto di Heidegger e gli Hobbit al posto delle Walkirie. In un mondo fatto di Lumpenproletariat e di piccolo-borghesi.
Sono conseguenze della crisi, e insieme loro cause, che in verità sono i connaturati difetti del capitalismo: l’incapacità a provvedere una occupazione piena e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Per rimediare a questi difetti, nell’ultimo capitolo della Teoria generale Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive e elevate imposte di successione), l’eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello stato nell’economia. È un vero peccato (e peccato mortale nel senso del Catechismo: tale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso) che la keynesiana Filosofia Sociale alla quale la Teoria Generale potrebbe condurre non sia mai stata presa in considerazione, per via della incapacità dei finanzieri della City e dei rappresentanti dei capitalisti nel Parlamento, di decidere circa le misure da prendere per salvaguardare il capitalismo dal «bolscevismo»; e che il piano Keynes di Bretton Woods sia stato prima temperato poi smantellato. Tuttavia i problemi reali, che Keynes aveva ben chari in mente in tutti e due i sensi della parola, oggi in Italia si riducono a uno: a un problema di crescita, equa e rispettosa dei vincoli di bilancio.
La ricetta keynesiana è di per sé, anche se a ciò non era intesa, una ricetta per l’equità e per la crescita. La redistribuzione del reddito (peraltro predicata dall’articolo 53 della Costituzione italiana) comporterebbe un aumento della propensione marginale media al consumo e dunque della domanda effettiva. L’eutanasia del rentier, dunque del «potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale», renderebbe convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale. Per quanto riguarda l’intervento dello Stato, secondo il Keynes de La fine del laissez faire, «l’azione più importante si riferisce non a quelle attività che gli individui privati svolgono già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno prende se non vengono prese dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno di già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto». Ricordo che l’Italia, a questo proposito, ha una tradizione illustre, purtroppo tradita.
Tutti riconoscono che il problema principale dell’economia italiana è un problema di crescita; e che però i vincoli finanziari sono stringenti. Come intervenire, sotto questo vincolo? Qui, a integrazione di quanto ho detto sinora, voglio riprendere un ragionamento di Pierluigi Ciocca che a me pare di grande importanza e attualità; anche perché contiene una implicita critica alla politica dei due tempi, una politica per definizione fallimentare. Ricordo che Pierluigi Ciocca è stato il primo a parlare di un «problema di crescita dell’economia italiana», nella riunione scientifica del 2003 della Società Italiana degli Economisti; e che di recente ha suggerito Tre mosse per l’economia italiana, che a integrazione della ricetta keynesiana assicurerebbero a un tempo rigore equità e crescita. È culturalmente e politicamente preoccupante che un così ragionevole e semplice suggerimento, che qui sotto riprendo, non sia stato preso in nessuna considerazione.
L’economia italiana è minata da scadimento della produttività, vuoto di domanda effettiva, credito internazionale precario. La politica economica dovrebbe agire simultaneamente sui tre fronti, tra loro strettamente connessi:
1 Promuovere la produttività. La produttività risente di incapacità intrinseche alle aziende italiane. Sono limiti – non solo dimensionali – di cui l’impresa porta intera la responsabilità e sulle quali la politica economica non può molto. Ma la produttività trova altresì impedimenti esterni. In primo luogo, la carenza delle infrastrutture materiali e la pressione tributaria. Manutenzione, ampliamento e modernizzazione delle infrastrutture fisiche postulano investimenti pubblici cospicui. La produttività incontra un ulteriore ostacolo esterno nella inadeguatezza del diritto dell’economia. Si richiede una organica riforma del diritto societario, delle procedure concorsuali, del processo civile, della tutela della concorrenza e del diritto amministrativo. Dai primi anni Novanta – paradossalmente, da quando esiste un’autorità antitrust – si è inoltre affievolito l’insieme delle pressioni, di mercato e no, che costringono le imprese a ricercare il profitto attraverso l’efficienza, il progresso tecnico, l’innovazione. Il grado medio di concorrenza è diminuito, il cambio è stato a lungo cedevole, la spesa pubblica larga, i salari reali stagnanti. Per più vie, a cominciare da una vera azione antitrust, la politica pubblica è chiamata a favorire le sollecitazioni produttivistiche nel sistema, confidando che l’impresa privata – quella pubblica essendo stata ridotta dal disfacimento dell’Iri a utilities e a alcuni servizi – riscopra una adeguata attitudine imprenditoriale, risponda alle sollecitazioni, sappia cogliere le opportunità.
2. Sostenere la domanda. Per superare una depressione che altrimenti si protrarrebbe ancora per anni e dovendosi ridurre il disavanzo, è necessario agire sulla composizione del bilancio pubblico. Unitamente a minori imposte, non va ridimensionato – come sinora si è fatto – ma va accresciuto il peso delle voci di spesa più idonee a alimentare la domanda. Al tempo stesso, è il peso delle uscite che in minor misura influenzano la domanda a doversi ridurre, nella misura necessaria a raggiungere il pareggio e a fare spazio nel bilancio alle spese da espandere e alla pressione tributaria da limare. Con una simile, articolata manovra di finanza pubblica, la domanda globale, anziché contrarsi, riceverebbe sostegno. Dal miglioramento delle aspettative e dai minori tassi d’interesse deriverebbero maggiori investimenti e consumi da parte dei privati.
3 Ridurre il debito pubblico. Solo il rilancio della crescita di lungo periodo, unito alla riduzione e ristrutturazione della spesa e a una pressione tributaria perequata, ancorché attenuata, può risanare i conti pubblici. Al di là dell’emergenza e dei provvedimenti salvifici, va posto in atto un programma che nel quinquennio 2012-2016 abbassi la spesa corrente in rapporto al Pil di circa 6 punti. Di questi, 2 o 3 punti concorrerebbero all’azzeramento del disavanzo e assicurerebbero in seguito l’equilibrio del bilancio. Tre punti verrebbero devoluti a maggiori investimenti in infrastrutture e alla riduzione del carico fiscale. Per ragioni di equità e per sostenere i consumi la tassazione va redistribuita in senso progressivo, in primo luogo attraverso un contrasto all’evasione che sia senza quartiere e che sul reddito celato incida anche rilevando livello e variazioni del patrimonio. L’azzeramento del disavanzo si concentrerebbe su tre voci di spesa: trasferimenti alle imprese, acquisti di beni e servizi, costo del personale. Nella media del periodo le tre voci dovrebbero scendere, rispetto a un Pil nominale e reale dapprima in ripresa poi in crescita, grosso modo nelle seguenti proporzioni: i) i trasferimenti alle imprese (da ridurre prontamente anche in valore assoluto, perché fonte di inefficienza, se non di illegalità) di almeno di 2 punti percentuali; ii) gli acquisti di beni e servizi dal 9 al 6%, attraverso severe economie e soprattutto una dura ricontrattazione degli esosi prezzi lucrati dai fornitori; iii) la spesa per il personale – con un parziale turnover, salvaguardando i salari unitari – dall’11 al 10%. Su queste basi l’abbattimento dello stock del debito pubblico potrebbe essere accelerato cartolarizzando immobili delle pubbliche amministrazioni non funzionali alla loro operatività. Il peggioramento delle prestazioni offerte ai cittadini dal sistema pensionistico e dal sistema sanitario – conquiste e collanti della società italiana – rappresenta invece una fonte di economie a cui solo eventualmente e solo residualmente far ricorso.
Nell’insieme le tre voci di spesa corrente indicate sopra rappresentano circa un quarto del Pil. In un quinquennio la crescita del Pil potrebbe mediamente risalire al 4,5% l’anno: 2,5% in termini reali, 2% per un’inflazione entro i limiti europei. Se solo venissero bloccate in termini nominali, globalmente le tre voci di spesa scenderebbero alla fine del periodo del 10% in termini reali e quasi del 5% rispetto al prodotto interno lordo. Assumendo, per semplicità, moltiplicatori dell’ordine di 0,5 per le spese che perdono di peso (6 punti) e di 1,5 per i maggiori investimenti e la minore imposizione (3 punti) l’impatto netto del mutamento di composizione del bilancio sulla domanda globale risulterebbe espansivo nella misura dell’1,5 per cento. L’effetto andrebbe distribuito nell’arco del quinquennio alla luce del profilo ciclico dell’economia e nel rispetto dell’equilibrio di bilancio in ciascun esercizio. Il premio al rischio sul debito scenderebbe, perché un piano siffatto è quanto gli investitori, interni e internazionali, chiedono da anni all’Italia.
* Scriveva Keynes, nel 1937: «La fase di espansione, non quella di recessione, è il momento giusto per l’austerità di bilancio».

 

23 febbraio 2012. Giornata europea in difesa dei servizi pubblici e dei diritti dei lavoratori – usb.it

In allegato la locandina

GIOVEDÌ 23 FEBBRAIO 2012

GIORNATA INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE E DI LOTTA IN TUTTI I PAESI EUROPEI PER LA DIFESA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E DEI DIRITTI DEI LAVORATORI PUBBLICI

In Italia:

ROMA – ORE 14.30 Via IV Novembre, 149 Commissione Europea  /  MILANO – ORE 17.00 Corso Magenta,59 Commissione Europea  /  TORINO – ORE 17.00 Via Maestri del Lavoro, 10

La Commissione Europea e la Banca Centrale Europea:

> hanno commissariato, con il nulla osta del banchiere Monti, il nostro e gli altri Paesi europei, la Grecia è l’esempio concreto di quello che potrà accadere;

> impongono di continuare sulla strada delle privatizzazioni di tutti i servizi pubblici, cancellano la previdenza pubblica per alimentare i fondi di previdenza privati mettendo in atto un attacco pesantissimo ai beni comuni dei cittadini, alla qualità dei servizi pubblici e alle condizioni contrattuali e salariali dei dipendenti pubblici.

Tutto questo porterà un ulteriore precarizzazione del lavoro, abbassamento della qualità dei servizi, aumenti delle tariffe e cancellazione dei diritti conquistati con le lotte.

 

SIRIA

L’ultima mossa di Assad

il manifesto 16.2.2012 – Michele Giorgio

Il 26 febbraio si terrà un referendum popolare per una nuova costituzione

 

La notizia è passata quasi in sordina, tra le dichiarazioni di Anders Fogh Rasmussen sul non coivolgimento della Nato in Siria e le pressioni francesi sulla Russia per un nuovo voto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Eppure ieri i media statali siriani hanno diffuso un comunicato di grande importanza. Il 26 febbraio prossimo si terrà un referendum popolare sulla nuova Costituzione siriana e, dopo tre mesi, si terranno elezioni legislative sulla base del multipartitismo. Comunicato che, di fatto, annuncia la fine del dominio assoluto del partito Baath, che dura dal 1963.
Forse persuaso dall’alleato ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, in visita la scorsa settimana a Damasco, il presidente Bashar Assad gioca la carta del consenso popolare. Pensa, evidentemente, che un «sì» massiccio alla nuova Costituzione metterebbe all’angolo l’opposizione più intransigente, il Consiglio nazionale siriano (Cns), e i suoi sponsor nel mondo arabo e in Occidente. Sempreché il referendum del 26 febbraio e le successive elezioni siano regolari, credibili e il regime non organizzi un voto fasullo.
Per fugare ogni dubbio, Assad dovrebbe permettere il monitoraggio indipendente del referendum e l’ingresso nel paese di osservatori elettorali internazionali. Deve dare il segno inequivocabile di una volontà di cambiamento, per spiazzare chi sta facendo di tutto per ottenere, presto o tardi, un intervento militare «stile Libia», mascherato da quei corridoi umanitari – da «aprire» all’interno del territorio siriano – che invoca la Francia di Sarkozy.
Secondo quanto si è appreso ieri, la nuova Costituzione sancisce che «il potere esecutivo spetta al Presidente della repubblica e al Consiglio dei ministri» e «la libertà è un diritto riconosciuto dallo Stato ai cittadini» e che «tutti gli attacchi alle libertà personali o alla sacralità della vita o alle libertà sancite dalla Costituzione rappresentano un crimine punito dalla legge». Nel testo si precisa che «la religione del presidente della Republica è l’Islam e il diritto musulmano è la fonte principale della legge» (una evidente concessione agli islamisti). Più di tutto si afferma che «il sistema politico è pluralista e si basa sul sistema democratico di elezione dei partiti e dei raggruppamenti che partecipano alla vita politica», che «il potere legislativo è rappresentato dal parlamento, eletto ogni 4 anni» e che il presidente non può ottenere più di due mandati, ciascuno di sette anni. Un bel salto rispetto alla Costituzione adottata dal Parlamento il 31 gennaio 1973 che all’articolo 8 sancisce che «il partito Baath (al potere dal 1963) dirige lo Stato e la società».
Quale impatto avrà questa mossa di Damasco, non è facile quantificarlo in queste ore. Secondo il ministero degli esteri russo Lavrov, «la nuova Costituzione e la fine del dominio del partito unico sono un passo in avanti». Per Paul Salem, del «Carnegie Middle East Centre», è importante che Assad abbia annunciato riforme concrete, «ma è arduo credere alla fattibilità di un referendum sulla Costituzione mentre il governo combatte una parte dei suoi cittadini». L’annuncio di ieri sarebbe giunto «troppo tardi» per l’analista Mouin Rabbani. «Sei mesi fa avrebbe avuto un altro significato, oggi con i carri armati nelle strade, i combattimenti e bombardamenti ad Homs e Hama che provocano morti e feriti tra i civili, dubito che il referendum riesca ad avviare un processo politico vero e ad aprire il dialogo con le opposizioni». Fino a ieri sera l’opposizione siriana non aveva commentato la notizia. Washington invece ha prontamente bocciato l’annuncio del referendum, definendolo «risibile».
Andrà tenuto conto anche delle pressioni di varie parti regionali che vogliono la resa dei conti in Siria e sono pronte – anzi già lo fanno – a sostenere con rifornimenti di armi i disertori dell’esercito siriano. La monarchia saudita che vieta la costituzione di partiti politici e nega diritti fondamentali ai suoi sudditi, farà votare oggi all’Assemblea generale delle Nazioni unite una sua proposta di risoluzione che intima a Damasco di andare verso un sistema democratico e multipartitito. È solo uno dei paradossi di questa crisi siriana.

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segnalazione iniziative:

CON IL POPOLO GRECO – CONTRO L’EUROPA NEOLIBERISTA

ASSEMBLEA PUBBLICA CON

NIKOS SYRMALENIOS
Comitato Centrale Synaspismos. Syriza. Grecia

GIANNI RINALDINI
Coordinatore Nazionale Area “La CGIL che vogliamo”

PAOLO FERRERO
Segretario Nazionale Rifondazione Comunista. Fds

VENERDI 17 FEBBRAIO – ORE 18
CASA DEL POPOLO DI TORPIGNATTARA
Roma Via B. Bordoni , 50

 

 

Video presenti in questa mail